Introduzione
Eddie Vedder incarna come pochi altri la parabola complessa e tormentata del rock americano degli ultimi trent’anni. Nato a Evanston, Illinois, nel 1964 come Edward Louis Severson III, ha conosciuto presto la fragilità degli affetti familiari e la solitudine adolescenziale, elementi che torneranno come ossessioni ricorrenti nei suoi testi. Cresciuto tra Chicago e la California del surf, ha trovato nella musica una via di fuga e, insieme, una ragione di vita: la scoperta di Quadrophenia degli Who, ascoltata e interiorizzata in piena adolescenza, sarà la sua educazione sentimentale e l’archetipo di una scrittura sempre attraversata da un senso di spaesamento identitario (continua nella Biografia).
Brani
1. Longing To Belong (testo e traduzione)
2. Can’t Keep (testo e traduzione)
3. Society (testo e traduzione)
4. Rise (testo e traduzione)
5. Far Behind (testo e traduzione)
6. Long Nights (testo e traduzione)
7. Guaranteed (testo e traduzione)
8. Setting Forth (testo)
9. No Ceiling (testo)
10. Toulumne (strumentale)
11. Hard Sun (2007, testo e traduzione)
12. The Wolf (strumentale)
13. End Of The Road (testo)
14. No More (testo)
15. Photographs (strumentale)
Con i Pearl Jam
1. Last kiss (testo e traduzione)
2. Sirens (testo e traduzione)
3. Nothingman (testo e traduzione)
4. Can’t help falling in love (testo e traduzione)
5. Daughter (testo e traduzione)
6. Amongst the waves (testo e traduzione)
7. Indifference (testo e traduzione)
8. Unthought known (testo e traduzione)
9. Even flow (testo e traduzione)
10. Once (testo e traduzione)
11. Wishlist (testo e traduzione)
12. Black (testo)
13. Just Breathe (2009, testo e traduzione)
Biografia
(Prosegue dall’introduzione) Il destino lo porta a Seattle nei primissimi anni Novanta, quando il movimento grunge si appresta a esplodere. Un nastro registrato in una notte californiana – tre brani che diventeranno “Alive”, “Once” e “Footsteps” – è il biglietto d’ingresso in una scena che stava cercando la propria voce dopo la morte di Andrew Wood. È Chris Cornell, con Temple of the Dog, a dargli la prima legittimazione: il duetto in “Hunger Strike” è il suo battesimo su vinile, l’atto di nascita del Vedder cantante. Poco dopo, insieme a Stone Gossard, Jeff Ament e Mike McCready, fonderà i Pearl Jam, la band che più di tutte terrà viva la fiamma del grunge quando Nirvana e Soundgarden cadranno nell’abisso delle proprie fragilità.
Con i Pearl Jam, Vedder diventa presto un’icona riluttante: il volto stampato sulla copertina del Time come simbolo di una generazione, ma anche l’uomo che rifugge i riflettori, che rifiuta videoclip e promozione massiva, che porta avanti un’aspra battaglia contro Ticketmaster. Dischi come Ten (1991), Vs. (1993) e Vitalogy (1994) sono colonne portanti del rock anni Novanta, eppure nei solchi si avverte sempre la tensione tra l’urgenza creativa e il peso di un’attenzione mediatica ingestibile. Non a caso molte liriche di Vedder parlano di pressione, di smarrimento, di un’identità frantumata di fronte a un pubblico che pretende troppo.
La sua voce, un baritono capace di passare dal ringhio morrisoniano all’intimismo acustico, è diventata un modello imitato e, al tempo stesso, inimitabile. Rolling Stone lo ha collocato tra i migliori cantanti rock di sempre, e colleghi come Roger Daltrey o Bruce Dickinson ne hanno riconosciuto l’autenticità. Se il marchio di fabbrica resta la capacità di incendiare un’arena con un’interpretazione viscerale di “Alive” o “Jeremy”, il Vedder solista si muove su coordinate più intime e raccolte: l’acclamata colonna sonora di Into the Wild (2007) è un disco di folk essenziale e spirituale, che gli vale un Golden Globe per “Guaranteed”; Ukulele Songs (2011) mostra la sua vena più fragile e confidenziale; Earthling (2022) riporta energia rock, grazie anche alla collaborazione con Andrew Watt e una band di lusso.
Sempre inquieto, sempre politico: Vedder ha prestato la sua voce a cause come la difesa dell’ambiente, la lotta per i diritti civili, la battaglia per la liberazione dei West Memphis Three. Non ha mai nascosto le proprie opinioni, da Ralph Nader a Barack Obama fino a Bernie Sanders, e sul palco non ha esitato a trasformare i concerti in momenti di dichiarazione civile.
Il lutto ha attraversato la sua biografia – dalla tragedia di Roskilde alla morte degli amici Layne Staley e Chris Cornell – ma non lo ha mai piegato del tutto. Ha continuato a scrivere canzoni come atti di resistenza e sopravvivenza, a incarnare quella “rage” che Bono ha definito l’essenza stessa del rock’n’roll.
Figura carismatica e contraddittoria, Eddie Vedder è oggi più che mai il simbolo di una fedeltà assoluta alla musica come missione e rifugio. Nei suoi testi si riconoscono ancora i fantasmi del ragazzo abbandonato e del surfer solitario, ma anche la voce collettiva di una generazione che, con i Pearl Jam, ha trovato un linguaggio capace di raccontare dolore, rabbia e speranza. In fondo, come ricorda Roger Daltrey, il suo segreto è semplice: “fa sempre la versione di Eddie Vedder”. E quella versione, unica e irripetibile, continua a risuonare (Ernesto Di Nisio, aggiornato il 21 settembre 2025).
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