Introduzione
C’è un punto, nei film di Sergio Leone, in cui l’inquadratura smette di essere solo immagine e diventa respiro. È il momento in cui la musica di Ennio Morricone — fischi e fruste, campanacci e chitarre twang, l’angelica vertigine della voce di Edda Dell’Orso — prende il comando del racconto. Non accompagna: narra. Così si capisce perché, tra il 1928 e il 2020, un compositore nato e morto a Roma abbia ridisegnato l’atlante sonoro del cinema mondiale (continua nella Biografia).
Brani
1. Gam gam (1993, testo e traduzione)
Come autore
1. Joan Baez – Here’s To You (1971, testo e traduzione)
2. James Blunt – Beside You (2023, testo e traduzione)
Arrangiamenti
1. Chico Buarque – Rotativa (1970, testo)
2. Jimmy Fontana – Il mondo (1965, testo)
3. Gino Paoli – Sapore di sale (1963, testo)
Cover
1. Inti Illimani – Cinema Paradiso “Tema d’amore” (2003, strumentale)
Canzoni che citano le opere di Ennio Morricone
1. Bruce Springsteen – Outlaw Pete (2009, testo e traduzione, contiene nel tema musicale una citazione dell’armonica del tema della colonna sonora di “C’era una volta il west”)
Biografia
(Prosegue dall’introduzione) Figlio di Mario, trombettista, e di Libera, imprenditrice, Morricone cresce nel culto del mestiere: Conservatorio di Santa Cecilia, diplomi in tromba, strumentazione per banda e composizione con Goffredo Petrassi. La disciplina è ferrea, ma non cancella la curiosità: Palestrina e Stravinskij, Malipiero e l’avanguardia che approderà nel Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. È la prima chiave della sua identità: un ponte saldo tra rigore accademico e libertà sperimentale.
Prima che il mondo impari il suo nome, gli anni Sessanta italiani suonano anche grazie ai suoi arrangiamenti in RCA: l’eleganza di “Sapore di sale”, l’architettura metronomica di “Se telefonando”, il passo leggero dei tormentoni di Edoardo Vianello. Pop sì, ma con ingegneria armonica e timbrica: archi percussivi, ottoni narrativi, batterie che parlano. È la palestra in cui la canzone diventa già drammaturgia.
Il ritrovarsi con Leone nel 1964 scatena la rivoluzione: “Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”, “C’era una volta il West”, “Giù la testa”, fino al requiem urbano di “C’era una volta in America”. Strumenti “poveri” al posto dell’orchestra piena, motivi a prova di fischio, ritmi di cavalli e di respiro, cori come destino. La musica non sottolinea: anticipa, contraddice, mitizza. Eppure fermarsi al West sarebbe riduttivo. Dagli anni Settanta la penna si allarga a ogni clima emotivo: la pastorale morale di “I giorni del cielo” (Malick), la vertigine mistica di “Mission” (Joffé), l’epica morale di “The Untouchables” (De Palma), noir e melodrammi, thriller politici e memorie d’infanzia, fino alla reinvenzione tarantiniana di “The Hateful Eight”, che gli consegna l’Oscar competitivo.
Il suo metodo è funzionale e teatrale insieme. Un tema identitario — melodia-motto di semplicità disarmante — e una tavolozza timbrica che agisce come un casting sonoro: l’armonica come fatalità, il corno inglese come rimorso, il carillon come infanzia, il coro come trascendenza. Ogni suono è significato prima che effetto: ostinati che montano come maree, dissonanze che punzecchiano la pelle del racconto, improvvise aperture liriche che redimono la violenza dell’immagine. L’avanguardia non resta citazione: diventa drammaturgia popolare.
Severo di carattere, ostile alla retorica, Morricone difende il valore del lavoro orchestrale: budget, tempi, rispetto dei musicisti. “Posso anche lavorare gratis, ma i musicisti vanno rispettati” è la sua linea morale. Dal podio, con l’Orchestra Roma Sinfonietta, porta in tournée un repertorio che in concerto respira in modo diverso: temi diventati patrimonio collettivo ritrovano il corpo degli archi, la ruvidità degli ottoni, l’eco fisica dei cori.
I riconoscimenti riempiono pagine: due Oscar (onorario nel 2007 e miglior colonna nel 2016), BAFTA, David, Nastri, Golden Globe, Grammy, Polar Music Prize. Ma l’impronta reale si misura altrove: i Metallica che aprono i concerti con “L’estasi dell’oro”, i Muse che innestano “Man with a Harmonica” su “Knights of Cydonia”, Bruce Springsteen che dal fa precedere “Outlaw Pete” al tema di “C’era una volta il West”. Non solo musica per film, ma musica dell’immaginario collettivo.
Dalla Santa Cecilia delle origini alla Walk of Fame, dal Leone d’oro alla carriera al titolo di Cavaliere di Gran Croce, fino al ritratto affettivo di Tornatore in “Ennio”, la traiettoria si chiude in coerenza. Morricone muore il 6 luglio 2020, a 91 anni, con la sobrietà di chi rifugge i clamori. Restano oltre 470 colonne sonore, più di cento lavori “assoluti”, milioni di dischi venduti e, soprattutto, un modo di ascoltare il cinema che prima non esisteva.
Se c’è una verità che ci ha lasciato è questa: la musica non è ancella dell’immagine. Quando è grande, la precede, la sfida, la salva. Per questo la sua opera non invecchia: continua a raccontare noi — il nostro passo, il nostro respiro, la nostra memoria — ogni volta che una tromba solitaria, un’armonica lontana o una melodia semplice e perfetta tornano a prenderci per mano (Ernesto Di Nisio, aggiornato il 3 ottobre 2025).
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