Introduzione

Tra i nomi più alti, riconoscibili e simbolici della musica latinoamericana del Novecento, gli Inti-Illimani occupano un posto speciale: non soltanto per la qualità della loro ricerca musicale, ma perché nella loro storia si intrecciano in modo quasi esemplare arte, memoria, militanza civile, esilio e identità continentale. Nati in Cile nel 1967, nel cuore della stagione della Nueva Canción Chilena, il gruppo è diventato nel tempo una delle formazioni più amate e rispettate del panorama internazionale, accanto ai Quilapayún, con cui condivide la stessa matrice culturale e politica (continua nella Biografia).


Discografia

Guarda anche la discografia completa degli Inti Illimani.


Brani

1. Si somos americanos (testo)
2. Huajra (strumentale)
3. El canelazo (testo)
4. Fiesta de San Benito (testo e traduzione)
5. Dolencias (testo e traduzione)
6. Run Run se fuè pa’l norte (testo e traduzione)
7. La exiliada del sur (testo e traduzione)
8. Rin del angelito (testo e traduzione)
9. Lo que más quiero (testo e traduzione)
10. Alturas (1973, strumentale)
11. Ramis (strumentale)
12. Longuita (strumentale)
13. Venceremos (testo e traduzione)
14. La partida (strumentale)
15. El pueblo unido jamás será vencido (testo e traduzione)
16. Chiloé (strumentale)
17. Hacia la libertad (testo e traduzione)
18. Vuelvo (testo e traduzione)
19. Samba landó (testo e traduzione)
20. Vino del mar (testo e traduzione)
21. Cinema Paradiso “Tema d’amore” (strumentale)
22. Buonanotte fiorellino (testo)
23. La calle de la desilusión (2014, testo e traduzione)


Canzoni che omaggiano o citano gli Inti Illimani

1. Roberto VecchioniVoglio una donna (1992, testo, nella parte “la voglio come Biancaneve coi sette nani / noiosa come una canzone degli Inti Illimani“)


Biografia

(Prosegue dall’Introduzione) Il loro nome, già di per sé evocativo e suggerito all’epoca dal chitarrista classico Eulogio Dávalos, contiene un’intera geografia simbolica: “Inti”, in quechua e aymara, significa sole; “Illimani” richiama invece il celebre monte che domina La Paz, in Bolivia, termine anch’esso di origine aymara. È dunque un nome che unisce lingua, paesaggio andino e immaginario latinoamericano, restituendo fin dall’inizio l’orizzonte del gruppo: non un folklore di cartolina, ma una musica capace di trasformare la tradizione popolare in coscienza storica e in poetica del riscatto.

Gli Inti-Illimani nascono nell’ambiente della Universidad Técnica del Estado di Santiago, in un clima attraversato da fermenti politici, da peñas universitarie, da una forte tensione culturale verso la riscoperta delle radici popolari del continente. Come accadde per altri gruppi della Nueva Canción, anche nel loro caso la formazione iniziale si definì progressivamente, tra ingressi, uscite e assestamenti, fino a trovare un nucleo stabile. Decisivo fu l’arrivo, nel 1967, di Horacio Salinas, destinato a diventare (subentrando a Pedro Yáñez, il primo vero direttore del gruppo) il principale direttore musicale e uno dei suoi architetti sonori più raffinati. Accanto a lui, figure storiche come Horacio Durán, Jorge Coulón, Max Berrú (questi ultimi fondatori fin dal primissimo giorno), José Seves (unitosi nel 1971) e altri musicisti contribuirono a costruire, negli anni, un’identità collettiva fortissima.


Fin dagli esordi, gli Inti-Illimani si distinguono per una cifra musicale inconfondibile: l’uso sapiente di strumenti come charango, quena, bombo, chitarra, tiple, cuatro, oltre all’iconica zampoña (il tradizionale flauto di Pan andino), insieme a un lavoro sugli arrangiamenti di grande finezza, capace di tenere insieme radice popolare e rigore formale. Nella loro musica convivono l’eredità andina, la canzone d’autore, la coralità politica, la danza tradizionale e una continua apertura verso altre forme, altri ritmi, altri paesi del continente. Non si trattava di “riprodurre” la tradizione, ma di riaccenderla, di restituirle una voce contemporanea.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, mentre il Cile viveva una fase di intensa mobilitazione sociale e politica, il gruppo consolidò il proprio ruolo all’interno della Nueva Canción. Emblematico fu il legame con figure fondamentali come Víctor Jara, Sergio Ortega e Luis Advis, con cui gli Inti-Illimani condivisero non soltanto una vicinanza artistica, ma una stessa idea della musica come strumento di partecipazione, coscienza e trasformazione. In questo contesto si colloca anche Canto al Programa, opera collegata al programma di governo di Salvador Allende, testimonianza di un momento in cui la canzone sembrò poter accompagnare, e persino incarnare, un progetto di cambiamento storico.

Poi arrivò il trauma. L’11 settembre 1973, mentre gli Inti-Illimani erano in tournée in Europa (e si trovavano, per una fatale ma salvifica coincidenza, proprio in Italia, a Roma), il colpo di Stato guidato da Augusto Pinochet rovesciò il governo di Allende e inaugurò una delle stagioni più buie della storia cilena. Al gruppo fu impedito di rientrare in patria. Cominciava così un lungo esilio politico, durato quindici anni, con l’Italia come terra di approdo e di residenza (in particolare a Genzano di Roma, che divenne la loro “seconda patria”). È un passaggio decisivo non solo nella loro biografia, ma anche nella loro leggenda: gli Inti-Illimani divennero, da quel momento, non soltanto musicisti cileni all’estero, ma una delle voci dell’esilio latinoamericano, un simbolo vivente della resistenza culturale alla dittatura.

L’Italia ebbe, in questo senso, un ruolo fondamentale. Da qui il gruppo continuò a suonare in tutto il mondo, sostenendo le campagne internazionali per i diritti umani, per la fine della dittatura e per il ritorno della democrazia in Cile. Ma l’esilio non produsse una chiusura identitaria; al contrario, aprì la loro musica a nuove contaminazioni, a nuove collaborazioni, a una maturazione ulteriore del linguaggio. I dischi di quegli anni mostrano bene questa doppia tensione: da un lato il legame con la canzone di protesta, dall’altro una progressiva espansione verso territori più complessi, colti, talvolta persino cameristici. Opere come Canción para matar una culebra, Palimpsesto, Imaginación e De canto y baile testimoniano una straordinaria capacità di evolvere senza tradire la propria origine.

Significative furono anche le collaborazioni internazionali: con Arja Saijonmaa, con Holly Near, con i chitarristi John Williams e Paco Peña, oltre ai dialoghi con il repertorio di Violeta Parra e Patricio Manns. Gli Inti-Illimani mostrarono così di poter essere, allo stesso tempo, custodi della tradizione e costruttori di ponti tra mondi musicali diversi. In loro, l’impegno non si riduceva mai a slogan: diventava forma, scelta timbrica, precisione compositiva.

Il ritorno in Cile, nel settembre del 1988 (arrivando all’aeroporto di Santiago esattamente il 18 settembre, giorno della festa nazionale cilena), assunse inevitabilmente un valore storico e simbolico. Dopo la revoca del divieto di ingresso, il gruppo poté finalmente rientrare in patria e si ritrovò immerso nella campagna per il “No” al plebiscito voluto da Pinochet. Il loro rientro coincise, in modo quasi perfetto, con il ritorno stesso della democrazia. Era come se una voce a lungo tenuta fuori dalla frontiera potesse finalmente ricongiungersi con il proprio popolo e con la propria storia.

Negli anni Novanta, ormai di nuovo radicati in Cile ma sempre proiettati su una scena internazionale, gli Inti-Illimani aprirono un’ulteriore fase del loro percorso. Album come Andadas, Arriesgaré la piel, Amar de nuevo, Lejanía, Sinfónico e La rosa de los vientos raccontano una band che esplora con curiosità e intelligenza ranchera, bolero, vals peruviano, salsa, cueca, vallenato, fino al confronto con la musica colta e sinfonica. È la dimostrazione di come la loro idea di “latinoamericano” non fosse mai rigida o museale, ma profondamente viva, mobile, plurale.

La storia successiva è più complessa e segnata da tensioni interne. A partire dal 2001, con l’uscita di Horacio Salinas e poi, nel 2004, con la ricomposizione di una parte dei membri storici, si aprì una dolorosa disputa sul nome e sulla continuità artistica del gruppo, da cui nacquero due formazioni distinte: quella guidata da Jorge e Marcelo Coulón (che ha mantenuto il nome “Inti-Illimani“) e quella fondata dai direttori storici Salinas, Seves e Durán, che assunse la denominazione di Inti-Illimani Histórico. È una vicenda che appartiene alla storia spesso tormentata delle grandi formazioni collettive: quando un gruppo ha inciso così profondamente nell’immaginario culturale di un paese, il suo nome smette quasi di appartenere soltanto ai suoi membri e diventa, nel bene e nel male, patrimonio simbolico condiviso.

Al di là delle divisioni, resta intatta la sostanza della loro eredità. Gli Inti-Illimani hanno insegnato che la musica popolare può essere elegante senza diventare elitaria, politica senza rinunciare alla poesia, colta senza perdere il contatto con il popolo. Hanno trasformato l’esperienza dell’esilio in una forma di presenza, la nostalgia in respiro collettivo, la tradizione in linguaggio del presente. Pochi gruppi, in America Latina, hanno saputo fondere con altrettanta naturalezza disciplina musicale, forza civile e immaginazione poetica.

Per questo gli Inti-Illimani non sono soltanto una grande band cilena. Sono una delle espressioni più alte di quell’idea, insieme fragile e tenace, secondo cui la musica può ancora essere memoria, resistenza e speranza.

(Ernesto Di Nisio, aggiornato il 18 marzo 2026)


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