Introduzione

Nina Simone è stata una delle figure più irriducibili, potenti e inclassificabili della musica del Novecento. Pianista di formazione classica, cantante dal timbro profondo e immediatamente riconoscibile, autrice, interprete e attivista, ha attraversato jazz, blues, gospel, folk, soul, musica colta e canzone politica senza mai lasciarsi contenere davvero da nessuna etichetta. La sua arte non nasceva dall’idea di intrattenere, ma da un’urgenza più alta: dire la verità, anche quando bruciava. Per questo la sua voce non è rimasta soltanto una voce musicale: è diventata coscienza, ferita, rivolta, memoria. (continua nella Biografia).


Brani

1. Feeling Good (1965, testo e traduzione)
2. My Baby Just Cares For Me (1958, testo e traduzione)
3. Wild Is The Wind (1959, testo e traduzione)


Biografia

(Prosegue dall’Introduzione) Nata come Eunice Kathleen Waymon nel 1933 a Tryon, in North Carolina, sognava di diventare la prima grande pianista classica nera d’America. Il pianoforte fu il suo primo linguaggio, assai prima del canto, e restò sempre il centro segreto della sua identità artistica. Fin da bambina mostrò un talento eccezionale, sostenuto da insegnanti e da una comunità che raccolse fondi per permetterle di studiare. Ma già allora la realtà del razzismo le si impose con una violenza simbolica destinata a segnare per sempre la sua visione del mondo: celebre è l’episodio del recital in cui si rifiutò di suonare finché i suoi genitori, spostati in fondo alla sala per far posto a spettatori bianchi, non fossero stati riportati nelle prime file. In quel gesto infantile ma assoluto c’era già, in nuce, tutta Nina Simone (allora appena dodicenne): l’orgoglio, la collera, la dignità senza compromessi.

La mancata ammissione al Curtis Institute di Philadelphia (che tuttavia, riconoscendo il proprio errore storico, le conferirà un diploma onorario nel 2003, a pochi giorni dalla morte) rappresentò la grande frattura della sua giovinezza. Simone fu convinta per tutta la vita che il rifiuto fosse dovuto al pregiudizio razziale, e quel colpo cambiò radicalmente il corso della sua esistenza. Per mantenersi cominciò a suonare nei locali, fino a quando, in un club di Atlantic City (il Midtown Bar & Grill), le venne chiesto di cantare oltre che accompagnarsi al piano. Nacque così, quasi per necessità, Nina Simone: “Nina” da un nomignolo affettuoso derivato da niña, “Simone” in omaggio all’attrice francese Simone Signoret. Era anche un modo per sottrarsi allo sguardo della madre, che non avrebbe approvato quella musica da nightclub, quella “musica del diavolo”. Ma proprio da quella deviazione forzata prese forma una delle avventure artistiche più originali del secolo.

L’esordio con Little Girl Blue nel 1958 (per la Bethlehem Records) rivelò subito un talento fuori scala. “I Loves You, Porgy” divenne il suo primo grande successo, ma la vicenda dei diritti ceduti per una somma irrisoria (appena 3.000 dollari, che le costarono oltre un milione di dollari in mancate royalties) anticipò anche il rapporto tormentato che Simone avrebbe avuto con l’industria discografica: un rapporto segnato da sfruttamento, incomprensioni e continue tensioni, spesso esacerbate dal burrascoso matrimonio con l’ex poliziotto Andrew Stroud, diventato poi suo manager. Eppure, album dopo album, la sua figura si impose con una forza singolare. Il suo pianismo, nutrito di Bach, del romanticismo ottocentesco e di una disciplina ferrea, conferiva alle canzoni una struttura quasi architettonica; sopra, la voce non cercava mai la pura levigatezza, ma una verità emotiva che poteva farsi carezza, minaccia, preghiera o accusa. Nina Simone non “interpretava” semplicemente un brano: lo riscriveva dall’interno, lo portava in una regione personale e definitiva.

È però negli anni Sessanta che la sua arte si salda in modo irreversibile alla storia americana. L’amicizia con figure come Lorraine Hansberry (alla cui memoria dedicherà poi l’inno “To Be Young, Gifted and Black“), James Baldwin e Langston Hughes allargò la sua coscienza politica e la portò a trasformare il repertorio in un campo di battaglia morale. “Mississippi Goddam”, scritta in risposta all’assassinio di Medgar Evers e all’attentato di Birmingham in cui morirono quattro bambine nere, fu uno spartiacque. Non era una canzone di protesta nel senso tradizionale: era un’esplosione di rabbia lucida, una denuncia senza attenuanti, una sfida lanciata a un Paese che chiedeva pazienza a chi subiva l’ingiustizia. Da quel momento Nina Simone divenne una delle voci più radicali del movimento per i diritti civili, pur mantenendo una posizione spesso più aspra e impaziente di quella del riformismo non violento. In lei la musica non addolciva la realtà: la rendeva più nuda.


Brani come “Four Women”, “Backlash Blues”, “To Be Young, Gifted and Black” o “Why? (The King of Love Is Dead)” mostrano quanto la sua opera abbia saputo intrecciare il personale e il collettivo, l’identità nera e la riflessione sulla storia, la sofferenza individuale e la rivolta condivisa. Nina Simone cantava per il suo popolo, ma senza mai ridursi a simbolo univoco. La sua grandezza consiste anche in questo: sapeva essere insieme artista colta e cantante popolare, intellettuale e performer, sacerdotessa e donna vulnerabile, figura pubblica e creatura imprevedibile. Ogni sua esibizione portava con sé il rischio dell’incontenibile. Sul palco poteva raggiungere vertici ipnotici o interrompere bruscamente il concerto, irritarsi, sfidare il pubblico, imporre il silenzio come se fosse una nota. Non cercava consenso: pretendeva attenzione.

Dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr. e in seguito alle profonde delusioni nei confronti dell’America, Simone lasciò gli Stati Uniti (anche per sfuggire all’Agenzia delle Entrate americana, avendo smesso di pagare le tasse come forma di disobbedienza civile contro la guerra in Vietnam) e visse a lungo tra Barbados, Liberia, Svizzera, Paesi Bassi e Francia. Furono anni inquieti, segnati da instabilità personale, problemi economici, conflitti affettivi e fragilità psichiche che soltanto più tardi vennero ricondotte a una diagnosi di disturbo bipolare. Ma anche in questa parte tormentata della sua vita, l’arte non smise di produrre lampi memorabili. Baltimore, Fodder on My Wings, le esibizioni dal vivo in Europa, il ritorno di popolarità ottenuto negli anni Ottanta con “My Baby Just Cares for Me” (riportata in auge nel 1987 da un celebre spot pubblicitario per il profumo Chanel N°5) dimostrano che Nina Simone non fu mai soltanto un’eredità degli anni Sessanta: restò una presenza viva, scomoda, capace di parlare a generazioni diverse.

Il suo repertorio è oggi uno dei più influenti e riattraversati della musica moderna. “Feeling Good”, “Sinnerman”, “I Put a Spell on You”, “Ne me quitte pas”, “Don’t Let Me Be Misunderstood”, “Wild Is the Wind”, “To Love Somebody”, “I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free” continuano a vivere in film, serie, campionamenti, riletture, ma soprattutto continuano a imporsi come interpretazioni definitive. In un’epoca che tendeva a separare i generi, Simone li ha fatti dialogare; in un’industria che chiedeva maschere leggibili, lei ha difeso la propria complessità fino all’intransigenza. La sua voce, più ancora che bella, era necessaria.

Nina Simone è stata chiamata “High Priestess of Soul”, ma anche questa definizione, pur suggestiva, rischia di essere troppo stretta. Fu molto di più: una musicista classica mancata che trasformò la perdita in linguaggio, una cantante che fece della propria imperfezione una forma di potenza, un’artista nera che seppe dare suono alla collera, all’orgoglio e alla speranza del suo tempo. La sua eredità non consiste soltanto in una serie di canzoni immortali, ma in un’idea alta e severa dell’arte: l’arte come testimonianza, come sfida, come atto di libertà. Ascoltare Nina Simone, ancora oggi, significa entrare in contatto con una voce che non chiede di essere amata in modo facile, ma di essere ascoltata fino in fondo.

(Ernesto Di Nisio, aggiornato il 31 marzo 2026)


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