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“Generale, dietro la collina
ci sta la notte crucca e assassina
e in mezzo al prato c’è una contadina
curva sul tramonto sembra una bambina
di cinquant’anni e di cinque figli
venuti al mondo come conigli
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.

Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole
non fa più fermate neanche per pisciare
si va dritti a casa senza più pensare
che la guerra è bella anche se fa male
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l’amore, l’amore delle infermiere.

Generale, la guerra è finita
il nemico è scappato, è vinto, è battuto
dietro la collina non c’è più nessuno
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare
da farci il sugo quando viene Natale
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.

Generale, queste cinque stelle
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno
tra due minuti è quasi giorno
è quasi casa, è quasi amore”.

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Francesco De Gregori, Generale – 4:20
(Francesco De Gregori)
Album: De Gregori (1978)

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Citazioni

“È una delle canzoni più note di De Gregori. Si tratta di una ballata introdotta da un riff di pianoforte di Alberto Visentin; il testo descrive il ritorno a casa di un reduce di guerra, che si rivolge al suo generale per descrivere in chiave antimilitarista alcune immagini (ad esempio una contadina madre di cinque figli, partiti in guerra e non ancora ritornati)”.

(Wikipedia, voce Generale/Natale)

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“Perché questo è Generale, di là del suo lampante antimilitarismo: una gran canzone di pace. E gran canzone è già nella fusione inscindibile di musica e testo, con quell’incalzare battuto che non lascia un attimo di respiro, con quell’accavallarsi d’immagini che sfumano una nell altra, con il riff, il solito riff trascinante in cui è come se scoppiasse, parlasse, si facesse sentire tutta la gioia di chi torna a casa, alla vita vera, dopo mesi di finta guerra.
In mezzo a tutto questo c’è un mare di immagini di altissimo linguaggio poetico in canzone, violente, esplosive, immediate, da non starci a pensare su, proprio il contrario di certa concelebrata poesia scritta. E allora vedi. Vedi il treno e chi ci sta dentro, il paesaggio dal finestrino, vedi, perfino, i pensieri, i desideri, i sogni di chi sta tornando, vedi come se fossi tu stesso protagonista, immerso nel testo, nella storia, come deve essere, come dovrebbe essere sempre per un testo, per una storia messa in musica.
C’è la notte crucca e assassina, la contadina curva sul tramonto (un quadro di Fattori), il treno che portava al sole e non fa fermate neanche per pisciare (in fretta, in fretta!), le infermiere che fanno l’amore; c’è quel rotolante triplice participio passato scappato, vinto, battuto e poi funghi buoni da mangiare, da seccare, da farci il sugo, triplice infinito con cambio repentino di quadro, di ambiente; ci sono bambini che piangono e a dormire non ci vogliono andare e cinque stelle, cinque lacrime sulla mia pelle che non han più senso, ora sulla via del ritorno, come non hai senso tu caro generale, come ha senso solo la vita.
Raramente tanta poesia si agita in una sola canzone, ma è poesia in musica, distinta, indipendente, universale, di tutti e per sempre.”

(commento di Roberto Vecchioni)

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