—————————————————-

—————————————————-

Un album che tratta del trapasso e del passato con provocatoria e compassata nobiltà“. Di Andy Gill, Uncut, Febbraio 2012, traduzione a cura di Marie Jolie.

“C’era una volta – iniziano così tante magiche fiabe – un personaggio chiamato Leonard Cohen. Si era avvolto in una veste di poeta, e per questo ruolo scoprì poi di essere dotato, benedetto com’era da un’anima immaginosa e indagatrice, ed una intelligente abilità con le parole. Leonard era un uomo fortunato, perché quando la poesia, unita alla musica, ebbe un’inaspettata popolarità negli anni ’60, era perfettamente equipaggiato per cogliere quell’opportunità. Aveva una voce, dal timbro insolitamente basso, che sembrava parlare direttamente ai più profondi e celati desideri delle donne, in particolare. Il che andava bene. Ed era uno di quei tipi particolarmente fortunati che, anche se non particolarmente benedetti da una bellezza da star del cinema in gioventù, migliorava maturando come un vino nobile o un formaggio pregiato, rivelando una bellezza vincente mano a mano che invecchiava. Intorno ai sessant’anni, emanava un fascino, del tipo di quello di Sean Connery e Jack Nicholson, che faceva strage di tutti i cuori che incontrava sul suo cammino. Fortunato il vecchio Leonard!

Ovviamente però, come in tutte le magiche fiabe, c’è un rovescio della medaglia, un prezzo da pagare per così tanti doni, e per il nostro eroe si tratta della limitazione che una tale immagine impone allo spirito. Al contrario di molti personaggi dello spettacolo, Leonard Cohen ha sempre mostrato – se questa è la parola giusta – inclinazioni profondamente introspettive che mandano in confusione gli usi del mondo dello spettacolo. Se la passava bene, prima del rovescio finanziario, a meditare, testa rasata, in cima a una montagna. Costretto a tornare in pista per rimpinguare il suo fondo-pensione all’età in cui molti ci vanno – in pensione – è tornato a vestire i panni del poeta, che nel suo caso hanno la forma e l’aspetto di un abito elegante accostato a un fedora stropicciato.

Mi piace parlare con Leonard, è uno sportivo ed un pastore, è un pigro bastardo con un abito elegante, si apre con questa immagine il primo album dopo otto anni, tipica contorta e autocritica ammissione che in poche parole assomma la buona stella di Cohen, la sua spiritualità, ed il suo fascino tranquillo; che però getta un’ombra, successivamente illuminata nella stessa canzone, riconoscendo che con tutta la presunta saggezza delle sue parole, egli non è altro che la sintetica elaborazione di una melodia, e perciò lieto di togliersi il costume che indosso. Il brano si intitola Going home, appare ed è un commiato. E’ un esempio da manuale della rassegnazione interiore di Cohen, che sfuma nel rimpianto, e ci arriva sulle note malinconiche del piano e del sintetizzatore, che hanno reso I’m your man così pigramente accattivante. E’ perfetto come brano di apertura di un album che si chiama Old Ideas, a sua volta uno splendido titolo per un album che analizza il trapasso ed il passato con tanta provocatoria e compassata nobiltà.



In Darkness, una traccia dal tono sommesso dove lo stile whiskery blues e lo stato d’animo ricordano l’atmosfera di Time out of mind di Dylan, Cohen affronta l’Ineluttabile con garbo e fiducia. Non ho futuro, mi restano pochi giorni, ammette, pensavo mi sarebbe bastato il passato, ma l’oscurità si è presa anche quello. Ouch! Un lascito per i posteri, anche se cerca più avanti nella canzone di rivestire il tema con uno dei suoi tipici significati erotico-ossessivo-romantici.

Impostata sul malinconico suono del banjo ed intensi pezzi per violino su una rassicurante base di organo e sussurri di angeli, la traccia Amen rende in qualche modo l’idea delle Old Ideas di cui si tratta. Ancora un rimuginare su argomenti più profondi ed oscuri, sviluppato come una canzone d’amore. Il ritornello Tell me that you love me, amen che punteggia la serie di richieste Tell me again che diventa più tetro con il progredire della canzone, ma quale canzone d’amore ha mai avuto una strofa del tipo di Dimmi di quando la sporcizia del macellaio viene lavata col sangue dell’agnello? Chiaramente, l’amore di cui qui si dibatte è su più vasta scala, sui principi di etica e moralità che vengono progressivamente erosi come se non fossero necessari per il futuro, come Cohen riconosce con qualche ruvidità in quando le vittime cantano e sono ripristinate le leggi del rimorso.

Continuando su questo tema, Come Healing in questo album è la più probabile erede di Hallelujah, una supplica ai Cieli perché ascoltino l’Inno Penitenziale e vengano a soccorrere il cuore e la mente, il corpo e lo spirito. Ciononostante, dato che Hallelujah trattava tanto il trionfo sopra il vacuo potere quanto sulla religione in genere, Show Me The Place potrebbe esserne l’erede più idoneo. Mostrami il luogo dove vuoi il tuo schiavo vada, canta Cohen, mostrami il luogo, io ho scordato, non lo so. Ancora una volta: Ouch! Già vertono entrambe sulla persistenza del desiderio sessuale, presentata qui ed in Anyhow come una questione di mortificazione di fronte ad un amante riluttante, in seguito entrambe le canzoni procedono con una malinconica mescolanza di organo e piano che delimita la sottile linea tra pathos e patetico, tra garbo del cabaret e indecente infamia.

Altrove, Lullaby si stende languidamente su un ritmo rilassante di chitarra che ricorda il respiro di chi dorme profondamente; Different Sides pulsa in modo tagliente mano a mano che Cohen esamina la situazione critica di una coppia in crescente antagonismo, che si trova su due lati diversi di una linea che nessuno ha tracciato; in Banjo c’è il bizzarro utilizzo di antichi dobro, tuba e clarinetto per evocare come la misteriosa immagine di un banjo rotto che fluttua in un mare scuro e infestato lo influenzi. E’ comunque Crazy to love you che riassume più efficacemente le Old Ideas: lo strimpellare della chitarra acustica porta indietro al suo primo album, mentre Cohen fa riferimento a Tower of Song nel raffronto con il proprio calo di forze Sono stanco di scegliere il desiderio, mi salva una benedetta fatica – ammette – ma la pazzia si nasconde talvolta in luoghi più profondi di qualsiasi commiato.

E’ tempo di vestire ancora l’abito, Leonard.

(Andy Gill, Uncut, Febbraio 2012, traduzione a cura di Marie Jolie).

—————————————————-

InfinitiTesti è un sito amatoriale che propone traduzioni e revisioni di testi musicali da tutto il mondo. I nostri lavori sono disponibili nelle pagine Traduzioni e Discografie, o si può far riferimento anche all’Indice Generale, suddiviso in canzoni Italiane e Straniere. Per maggiori approfondimenti in merito ai nostri percorsi e alle nostre Rassegne, si può leggere la sezione dedicata agli Speciali. Per ricevere in tempo reale tutti gli ultimi post pubblicati, si possono sottoscrivere i Feed RSS di InfinitiTesti. Per collaborare in qualunque forma con la redazione, si può far riferimento alla pagina Contatti.

—————————————————-

—————————————————-

Direttore: Arturo Bandini ([email protected])
Responsabile Quality: Alessandro Menegaz ([email protected])
Segretaria di Redazione: Arianna Russo ([email protected])

—————————————————-