Fabrizio De André – Canzone del padre (testo)

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Testo.

“- Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi
solo i sogni che non fanno svegliare –
– Sì, Vostro Onore, ma li voglio più grandi –
– C’è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre
non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare
le più piccole dirigile al fiume
le più grandi sanno già dove andare –

Così son diventato mio padre
ucciso in un sogno precedente
il tribunale mi ha dato fiducia
assoluzione e delitto lo stesso movente.

E ora Berto, figlio della lavandaia
compagno di scuola, preferisce imparare
a contare sulle antenne dei grilli
non usa mai bolle di sapone per giocare

Seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici
avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi
si fermò un attimo per suggerire a Dio
di continuare a farsi i fatti suoi.


E scappò via con la paura di arrugginire
il giornale di ieri lo dà morto arrugginito
i becchini ne raccolgono spesso
fra la gente che si lascia piovere addosso.

Ho investito il denaro e gli affetti
banca e famiglia danno rendite sicure
con mia moglie si discute l’amore
ci sono distanze, non ci sono paure.

Ma ogni notte lei mi si arrende più tardi
vengono uomini, ce n’è uno più magro
ha una valigia e due passaporti
lei ha gli occhi di una donna che pago.

Commissario io ti pago per questo
lei ha gli occhi di una donna che è mia
l’uomo magro ha le mani occupate
una valigia di ciondoli, un foglio di via.

Non ha più la faccia del suo primo hashish
è il mio ultimo figlio, il meno voluto
ha pochi stracci dove inciampare
non gli importa di alzarsi, neppure quando è caduto.

E i miei alibi prendono fuoco
il Guttuso ancora da autenticare
adesso le fiamme mi avvolgono il letto
questi i sogni che non fanno svegliare.

Vostro Onore, sei un figlio di troia
mi sveglio ancora e mi sveglio sudato
ora aspettami fuori dal sogno
ci vedremo davvero
io ricomincio da capo”.

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Fabrizio De André, Canzone del padre – 5:16
(testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Album: Storia di un impiegato (1973)

Brano inserito nella rassegna Fathers And Kids. Le canzoni sui papà di InfinitiTesti, nella sezione Il padre nel sogno.

Per altri testi, approfondimenti e commenti, guarda la discografia completa di Fabrizio De André.

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Significato e citazioni.

“In Canzone del padre prosegue il percorso onirico iniziato a occhi aperti e protrattosi la notte, come segno di premonizione, preavviso, confusione.

La dimensione è quella del sogno e quindi anche della metafora. Cullato da un ritmo in sei ottavi, continua il colloquio con il potere, impersonato dal giudice.

Il desiderio espresso dall’impiegato è quello di veleggiare sempre più in alto, in una dimensione tale da non volersi più svegliare, tant’è la gratificazione ricevuta dal sogno. Egli chiede qualcosa in più dopo la sua ammissione tra i soci del potere. Così gli viene proposta la mansione che un tempo era svolta dal padre, da lui stesso eliminato in un sogno precedente. Dovrà imparare a muoversi con scaltrezza, imponendosi su chi gli sta sotto (le barche più piccole) e rispettando il volere di chi invece gerarchicamente lo sovrasta (le barche più grandi, che sanno già dove andare). È questo il premio, avendo lui ottemperato al meccanismo tipico del potere che pretende l’eliminazione dei concorrenti che ostacolano la scalata.

Eccezionale è la sintesi (“assoluzione e delitto lo stesso movente“) con cui Fabrizio spiega la logica di fondo del potere: l’assoluzione è il premio per aver rispettato il volere dei potenti.

In un simile contesto sociale, il regista del sogno mmette in scena un quadro aggiornato della società tecnologizzata, che appunto per questo si autodefinisce “avanzata”.

I quadri sono onirici e coinvolgono l’impiegato sia come interprete sia come spettatore.

Come ogni sogno che si rispetti anche questo assume informazioni dal subconscio, per sceneggiare frammenti di déjà vu e di autoanalisi; entrambi non facili da interpretare senza mettere in gioco margini di soggettività.

Il vecchio compagno di scuola, Berto, conta sulle antenne dei grilli, così come l’impiegato contava i denti ai francobolli. La stranezza del sogno è più pregnante della realtà.

Oggi, nella società occidentale, tutto è “migliore” perché condiviso con le macchine e vissuto grazie ad esse. Ci si seppellisce insieme ad esse, con onore, e ci si immedesima in esse fino a vivere la stessa vita, seguendone la stessa sorte che è quella di morire arrugginiti; tanto più presto quanto più ci si lascia piovere addosso, sacrificando la propria autonomia di pensiero.

Il quadro è sapientemente dipinto a tinte fosche; con quel degrado che è solito impossessarsi di chi è sconfitto dalla propria esistenza ed è afflitto da incubi notturni ancora più deprimenti di quelli reali. Forse, però, nel caso dell’impiegato questa apocalisse familiare è un bisogno, richiamato in sogno per giustificare la dimensione dell’atto estremo che ha in animo di fare.

Il meccanismo psicologico è quello di sgravarsi preventivamente di responsabilità, accollandole interamente al sistema.

Tutto si sfascia, sotto il diretto controllo del degrado sociale. È la tranquilla vita piccolo borghese che degenera mostrando i propri vizi e le proprie piaghe. Il disinteresse nei confronti del figlio “accidentale” e la viva preoccupazione per il valore delle cose possedute.

È ora di svegliarsi; intrisi di sudore, ma determinati a ricominciare da capo, questa volta fuori dal sogno.

Pianola, armonica e fischio tracciano una melodia struggente, a significare un precipitare ormai inarrestabile.

Giunto al livello giusto di autoesaltazione, l’impiegato-giustiziere si sente il salvatore o, quanto meno, il vendicatore. Ricolloca il giudice tra i servi del potere e, forte di questa sorta di “visione” ricevuta per il tramite dei sogni, si appresta a porre in essere le sue intenzioni.

Solo otto anni prima, nel 1965, la canzone La città vecchia, uscita su 45 giri insieme a Delitto di paese, fu presa di mira dalla censura del sistema, per via dei versi “Quella che di giorno chiami con disprezzo / pubblica troia. / Quella che di notte stabilisce il prezzo / alla tua gioia“.

Il disco dovette essere ritirato dal mercato e oggi per i collezionisti costituisce un prezioso cimelio.

La nuova versione fece giustizia di simili “parolacce”, recitando: “Quella che di giorno chiami con disprezzo / pubblica moglie. / Quella che di notte stabilisce il prezzo / alle tue voglie“.

Nel 1973 ricompare la stessa parola nell’appellativo “figlio di troia“, affibbiato niente meno che a un giudice. Ma la censura lascia correre, forse anche perché, essendo il linguaggio figurato, il termine suscita meno pruriti nell’immaginario a senso unico dei perbenisti.

Nei confronti di chi giudica e soprattutto di chi lo fa per professione Fabrizio non è mai stato tenero. Fu un giudice a subire le violenze del gorilla nell’omonima canzone di Georges Brassens (“Il Gorilla“, n.d.r.) che Fabrizio tradusse nel 1968, cantandola poi nell’album Volume 3°.

Il malcapitato giudice, incontrandosi accidentalmente col grosso animale, in fuga per le vie della città, e da questo sodomizzato, esce dalla narrazione violentato e sbeffeggiato: “lo spettacolo fu avvincente / e la suspance ci fu davvero… / piangeva il giudice come un vitello, / negli intervalli gridava “mamma”…“.

E ancora, sempre il giudice. è uno dei personaggi dell’album Non al denaro non all’amore, né al cielo, pubblicato nel 1971 (“Un giudice“, n.d.r.). In questo caso è rappresentativo di un soggetto che professionalmente dovrebbe essere obiettivo e al di sopra delle parti, mentre in realtà viaggia in compagnia di un livore atavico, avendo deciso di diventare giudice per vendicarsi dei torti subiti durante l’infanzia: “Fu nelle notti insonni / vegliate al lume del rancore / che preparai gli esami, / diventai procuratore, / per imboccar la strada / che dalle panche di una cattedrale / porta alla sacrestia / quindi alla cattedra di un tribunale, / giudice finalmente / arbitro in terra del bene e del male“.

(Enrico Grassani, Anche se voi vi credete assolti… – Fabrizio De André – Attualità del messaggio poetico e sociale, 2002, Edizioni Selecta, pagg. 62-66)

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