Testo.
“There’s a county map to go on the wall
A hurling stick and a shinty ball
The bric, the brac, the craic and all
Let’s call it an Irish pub
Caffreys, Harp, Kilkenny on tap
The Guinness pie and that cabbage crap
The ideal wannabee Paddy trap
We’ll call it an Irish pub
Whale, oil, beef, hooked!
I swear upon the holy book
The only ‘craic’ you’ll get
Is a slap in the ear
Whale, oil, beef, hooked!
I’ll up and burst yer filthy mug
If you draw one more shamrock in me beer!
We’ll raise the price o’ beer a dollar
We’ll make em wear a shirt and collar
We’ll fly a bloody tri-colour
And call it an Irish pub
Jager bombs and double shots
The underagers think its tops
We’ll spike the drinks and pay the cops
We got us an Irish pub.
The quick one in the filthy bog
The partin’ glass across the lug
O’ the lady-O, the dirty dog
We got us an Irish pub
It’s over to me and over to you
We’ll skip along the Avenue
And who t’hell is Ronnie Drew?
We got us an Irish pub.
Plasma screens and neon lights
Kara-farkin-oke nights
The bouncers they can pick the fights
We’ll call it an Irish pub
Plastic cups, a polished floor
We’ll hose the blood right out the door
And let the knucklers back for more
We got us an Irish pub
Oh top o’ the mornin’, Garryowen
Kiss me I’m Irish, Molly Malone
Failte, Slainte, Pog ma thon
We got us an Irish pub
Spike the punch and strip the willow
Strike me up the rakes o’ Mallow
The Liffey never ran so shallow
We got us an Irish pub”.
Traduzione.
Canzone da pub irlandese (1)
“Una mappa delle contee d’Irlanda al muro,
una mazza da hurling e una palla da shinty. (2)
Cianfrusaglie, il “craic” e tutto il resto… (3)
Chiamiamolo un pub irlandese.
Caffrey’s, Harp, Kilkenny alla spina, (4)
il pasticcio alla Guinness e quella porcheria di cavolo. (5) (6)
La trappola ideale per aspiranti irlandesi.
Lo chiameremo un pub irlandese.
Ma vaffanculo! (7)
Lo giuro sul libro sacro:
l’unico “craic” che avrai qui
sarà una sberla sull’orecchio.
Ma vaffanculo!
Ti spacco quel muso lurido
se mi disegni un altro trifoglio nella birra! (8)
Alzeremo di un dollaro il prezzo della birra,
li obbligheremo a indossare camicia e colletto.
Sventoleremo un maledetto tricolore
e lo chiameremo un pub irlandese.
Jägerbomb e shottini doppi,
i minorenni penseranno sia il massimo. (9)
Drogheremo i drink e pagheremo gli sbirri.
Ci siamo fatti un pub irlandese.
Una sveltina nel cesso immondo,
“The Parting Glass” cantata nell’orecchio, (10)
“Oh, la donnina!”, “che sporco cane!”.
Ci siamo fatti un pub irlandese.
“Ora tocca a me, e poi tocca a te”,
saltelleremo lungo il viale.
“E chi diavolo è Ronnie Drew?”. (11)
Ci siamo fatti un pub irlandese.
Schermi al plasma e luci al neon,
serate del fottuto karaoke.
I buttafuori possono pure attaccar briga.
Lo chiameremo un pub irlandese.
Bicchieri di plastica, un pavimento lucido,
laveremo via il sangue con la canna dell’acqua
e faremo rientrare gli attaccabrighe per il bis.
Ci siamo fatti un pub irlandese.
“Top o’ the mornin’!”, “Garryowen”, (12) (13)
“Kiss me, I’m Irish”, “Molly Malone”,
“Fáilte”, “Sláinte”, “Póg mo thóin”.
Ci siamo fatti un pub irlandese.
Droga il punch e balla lo “Strip the Willow”,
attaccami a suonare “The Rakes of Mallow”.
Il Liffey non è mai stato così svilito.
Ci siamo fatti un pub irlandese”.
(Traduzione a cura di Ernesto Di Nisio)
Scheda brano.
The Rumjacks, An Irish Pub Song – 3:22
(Frankie McLaughlin)
Album: Gangs of New Holland (2010)
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Note.
(1) Questa canzone non è un inno ai pub irlandesi, ma una critica feroce e sarcastica alla loro commercializzazione globale. Frankie McLaughlin prende di mira il fenomeno dei Plastic Paddies — termine spregiativo per indicare chi ostenta un’irlandesità di cartapesta — e dei cosiddetti pub O’Malley’s, locali fotocopia sparsi per il mondo che sfruttano una versione stereotipata e annacquata della cultura irlandese a puro scopo di lucro. L’elenco di cliché serve a smontare con ironia e disprezzo questa “trappola per aspiranti irlandesi”, mostrando tutta la vacuità e la mancanza di autenticità del fenomeno.
(2) L’hurling (irlandese) e lo shinty (scozzese) sono sport antichissimi, affini e profondamente radicati nelle rispettive culture gaeliche. In un vero pub irlandese, la presenza di un hurley (la mazza da hurling) sarebbe il segno di una passione genuina e vissuta. Nel contesto della canzone, invece, questi simboli identitari vengono ridotti a semplici soprammobili da scenografia, cliché da esibire per turisti, svuotati del loro autentico significato culturale.
(3) Il “craic” (pronunciato “crack“) è una parola fondamentale della cultura irlandese che significa divertimento, buon umore, conversazione piacevole e atmosfera festosa. È molto più di una semplice “festa” – indica quella particolare combinazione di chiacchiere spiritose, risate, musica e compagnia che caratterizza i momenti sociali irlandesi. Nella canzone, il gioco di parole è doppio: “Craic” (divertimento irlandese autentico) e “Crack” (come in “a crack in the ear”, una sberla). La satira sta nel fatto che nei finti pub irlandesi commerciali, invece del vero “craic” (l’autentico spirito irlandese di convivialità), tutto quello che ottieni è un “crack” – letteralmente una botta! È un termine così specificamente irlandese che spesso viene lasciato non tradotto anche in altre lingue, proprio perché cattura un concetto culturale unico.
(4) Caffrey’s, Harp e Kilkenny non sono soltanto tre birre irlandesi famose, ma la “sacra trinità” delle etichette da esportazione, quelle che compaiono immancabili in ogni pub “irlandese” fuori dall’Irlanda. La critica non riguarda la loro qualità in sé, ma la prevedibilità della scelta: un pub che offre solo queste opzioni alla spina punta chiaramente sul marchio riconoscibile, sulla sicurezza impersonale del prodotto globale. In un locale irlandese contemporaneo, invece, ci si aspetterebbe varietà, sperimentazione e presenza di birre artigianali locali. La selezione limitata diventa così il primo segnale che il locale non riflette una cultura brassicola viva, ma segue una formula prefabbricata da manuale del perfetto Irish Pub.
(5) Il pasticcio alla Guinness (Guinness Pie) è diventato il piatto-simbolo del pub irlandese “da esportazione”, una sorta di marchio di fabbrica gastronomico al pari della celebre birra. La sua presenza nel menù è quasi obbligatoria per qualsiasi locale che voglia sembrare autentico, anche se in realtà si tratta di una pietanza diffusa in tutta l’area britannica più che specificamente irlandese. Nella canzone, citarlo significa ridurlo a cliché: un elemento talmente prevedibile da risultare vuoto, un segno di finta autenticità che ha ormai perso qualsiasi valore culturale.
(6) Quella “porcheria di cavolo” (that cabbage crap) è uno dei commenti più taglienti dell’intera canzone. Il riferimento va a piatti poveri e casalinghi della tradizione irlandese, come il Bacon and Cabbage o il Colcannon (purè e cavolo), che nei pub “finto-irlandesi” vengono riproposti in versione scadente e senz’anima. L’insulto non colpisce la materia prima o la cucina popolare in sé, ma la sua resa cinica e raffazzonata in questi locali: un piatto umile ma dignitoso trasformato in un contorno dozzinale, servito solo perché “fa irlandese”. È l’emblema della banalizzazione culinaria, ridotta a un accessorio insapore per completare il quadretto turistico.
(7) “Whale, oil, beef, hooked!” è un classico gioco di parole fonetico tipico dell’umorismo da pub anglosassone, del tutto intraducibile alla lettera. Non ha nulla a che vedere con balene, olio, manzo o ami (la sua traduzione letterale): pronunciato con forte accento irlandese suona infatti come “Well, I’ll be fucked!”. Una bestemmia sboccata che i Rumjacks trasformano in ritornello goliardico, perfettamente in linea con la sfrontatezza del brano.
(8) Il trifoglio (shamrock), simbolo nazionale legato a San Patrizio, quando viene disegnato sulla schiuma della Guinness diventa l’emblema perfetto dell’Irlanda commercializzata e kitsch. Per Frankie McLaughlin non è un vezzo decorativo, ma un insulto: l’ennesima profanazione di un simbolo identitario ridotto a gadget turistico.
(9) Lo Jägerbomb è un cocktail “da festa” popolarissimo tra i giovani di tutto il mondo. Si prepara lasciando cadere un bicchierino di Jägermeister — un amaro tedesco alle erbe — dentro un bicchiere più grande con una bevanda energetica, solitamente Red Bull (austriaca). Si beve tutto d’un fiato. Un’invenzione moderna, che non ha nulla a che spartire con l’Irlanda: la sua presenza nel testo serve a sottolineare l’assurdità di un locale che si spaccia per “pub irlandese” mentre serve i drink più commerciali e internazionali del momento. Non a caso, il verso successivo aggiunge: “i minorenni lo troveranno il top”.
Anche lo “shottino” (in inglese shot) è un segnale di questa deriva: piccola dose di superalcolico (vodka, tequila, rum, ecc.) da buttare giù in un sorso, spesso raddoppiata nel cosiddetto “doppio shot”. In Irlanda si beve whiskey, certo, ma la cultura dei “giri di shottini” è più tipica di discoteche e bar moderni che non dei pub tradizionali, luoghi dove il bere è legato alla socialità e al gusto lento di una pinta.
In sintesi, citare “Jägerbomb e shottini doppi” equivale a dire: chiamatelo pure pub irlandese, ma in realtà è un bar qualsiasi, che vende alcolici di moda a ragazzini bramosi di sballo. Una caricatura che non ha alcun rispetto per la cultura che pretende di rappresentare.
(10) The Parting Glass è una delle canzoni tradizionali più celebri e commoventi del repertorio scozzese e irlandese. Canto di commiato per eccellenza, spesso intonato al termine di una serata tra amici al posto di Auld Lang Syne, rappresenta l’ultimo brindisi — “il bicchiere dell’addio” — prima di separarsi.
Nel brano dei Rumjacks, però, l’uso che se ne fa è volutamente brutale: “The partin’ glass across the lug” (“urlato nell’orecchio”). Un canto intimo e struggente ridotto a stonata gazzarra da pub, svuotato di ogni sentimento. È l’emblema stesso del tema centrale della canzone: la cultura autentica degradata in una caricatura volgare, trasformata in rumore da cartolina.
(11) Ronnie Drew è il co-fondatore dei Dubliners, simbolo autentico del folk irlandese. La battuta “E chi diavolo è Ronnie Drew?” sottolinea come nei falsi pub irlandesi manchi qualunque legame reale con la cultura che pretendono di rappresentare.
(12) “Top o’ the mornin’” è un saluto stereotipato, ormai caricaturale, che significa letteralmente “il meglio della mattinata (a te)”. È la versione romanzata e antiquata di un semplice “buongiorno”; la risposta tradizionale, altrettanto stereotipata, sarebbe “And the rest of the day to yourself!” (“E il resto della giornata a te!”).
Nessuno in Irlanda usa davvero questa espressione oggi. Si tratta di un cliché puro, diffuso soprattutto dal cinema hollywoodiano e dalla cultura popolare americana del Novecento, che ne hanno fatto un marchio di fabbrica per rappresentare un’Irlanda da cartolina. Per un irlandese contemporaneo, suona falso e artificioso, come una battuta uscita da un vecchio film di John Wayne (Un uomo tranquillo) o da un cartone animato.
Nella canzone dei Rumjacks, “Top o’ the mornin’” viene citato proprio per questo: è il simbolo del linguaggio finto e commerciale che i pub “acchiappa-turisti” usano per creare un’atmosfera “tipicamente irlandese”. È il saluto che un turista si aspetta di sentire se conosce l’Irlanda solo attraverso i film — ed è esattamente quello che il pub fasullo gli serve, confermandosi una perfetta trappola per cliché.
(13) Garryowen è una delle melodie tradizionali irlandesi più celebri, un jig dal ritmo vivace e trascinante, riconoscibile per la sua energia contagiosa. Il nome deriva dal quartiere storico di Limerick chiamato in gaelico Garraí Eoin, cioè “Giardino di Owen”, un tempo noto per i suoi locali e per la sua vita turbolenta. La melodia, diffusissima nelle feste e nelle session nei pub, finì così per identificarsi con quella zona.
La sua fama, però, ha oltrepassato i confini dell’Irlanda: Garryowen è stata adottata come inno e marcia da diversi reggimenti militari. L’associazione più celebre è con il 7º Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti, guidato dal generale Custer nelle guerre indiane. La melodia veniva suonata per incitare le truppe prima della battaglia, inclusa la tristemente famosa disfatta di Little Bighorn.
(14) “Kiss me, I’m Irish” (“Baciami, sono irlandese”) è uno slogan scherzoso e commerciale, diventato iconico soprattutto nelle celebrazioni del Giorno di San Patrizio, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Lo si trova stampato ovunque: magliette, cappelli, spille e gadget di ogni tipo venduti per i festeggiamenti del 17 marzo.
L’origine rimanda alla leggendaria Pietra di Blarney (Blarney Stone), incastonata nelle mura del castello omonimo nella contea di Cork. Secondo la tradizione, chi la bacia riceverà il “dono dell’eloquenza” (the gift of the gab), cioè l’arte di parlare e persuadere. Per chi non poteva recarsi in Irlanda a baciare la pietra, nacque la battuta alternativa: baciare un irlandese avrebbe portato lo stesso fascino e la stessa fortuna.
Nella canzone dei Rumjacks, “Kiss me, I’m Irish” ha lo stesso ruolo di “Top o’ the mornin’”: è il simbolo della banalizzazione e della mercificazione dell’irlandesità. Nel “finto pub” descritto nel brano, diventa un puro pezzo di scenografia, uno slogan da cartolina messo in vetrina per vendere un’Irlanda confezionata, superficiale e di consumo.
(15) Molly Malone è il titolo di una delle canzoni popolari irlandesi più famose, il nome della sua protagonista leggendaria e il soprannome di una celebre statua di Dublino. È uno dei simboli più riconoscibili e amati della capitale. La ballata racconta di Molly, giovane e bellissima pescivendola che spingeva il suo carretto per le strade della città vendendo pesce fresco, intonando il suo richiamo: “Cockles and mussels, alive, alive, oh!” (“Vongole e cozze, vive vive, oh!”).
Secondo la canzone, Molly morì prematuramente di febbre, e il suo fantasma continua a vagare per Dublino con il carretto. Il brano è così popolare da essere considerato l’inno non ufficiale della città. Non esistono prove storiche della sua reale esistenza, ma il personaggio rappresenta idealmente generazioni di venditori ambulanti e gente comune che hanno animato la capitale irlandese. Per celebrare il millennio di Dublino, nel 1988 è stata inaugurata una statua in bronzo che la raffigura: oggi è uno dei monumenti più fotografati. I dublinesi l’hanno ribattezzata con ironia “The Tart with the Cart” (“la prostituta con il carretto”), per via della scollatura generosa della statua e di una leggenda popolare secondo cui Molly di giorno vendeva pesce e di notte si dedicava a tutt’altro mestiere.
Con una fama così vasta, Molly Malone è diventata un cliché inevitabile dell’“irlandesità”. Non stupisce che i Rumjacks la citino nella loro lista: in un finto pub, basta appendere un ritratto di Molly o intonare la sua canzone per dare un tocco immediato — e superficiale — di autenticità, confezionato su misura per i turisti.
(16) “Fáilte”, “Sláinte”, “Póg mo thóin” sono tre frasi in gaelico irlandese (Gaeilge). Le prime due esprimono accoglienza e festa, la terza è invece un insulto volgare. La loro sequenza nella canzone è volutamente sarcastica e funziona come battuta finale della critica al finto pub.
Fáilte (pronuncia approssimativa: fàl-ce) significa “Benvenuto”. È una delle parole più note in Irlanda, spesso scritta sopra le porte dei pub o sui tappetini d’ingresso. La forma completa, famosissima, è “Céad míle fáilte” (“Centomila benvenuti”), simbolo dell’ospitalità irlandese.
Sláinte (pronuncia: slòn-ce) vuol dire “Salute!”. È l’equivalente del nostro “Cin cin” o dell’inglese “Cheers!”, usato in ogni brindisi. Una risposta comune è “Sláinte mhaith” (“Buona salute”).
Póg mo thóin (pronuncia: pòg mu hòin) significa letteralmente “Baciami il culo”. È un insulto diretto, paragonabile all’italiano “Vaffanculo” o all’inglese “Kiss my arse”.
La genialità della sequenza sta nel contrasto: un turista che entra in un “pub irlandese” vedrebbe le prime due parole e penserebbe subito a un luogo accogliente e tradizionale. Leggendo la terza, senza conoscerne il significato, la scambierebbe per un’altra allegra formula gaelica. In realtà è un insulto sbattuto in faccia, nascosto in piena vista: il modo più cinico e diretto per denunciare l’inganno del pub finto e la credulità di chi ci casca.
(17) “Strip the Willow” non è una canzone, ma un ballo tradizionale di gruppo, tra i più energici e popolari del repertorio folk. È associato soprattutto alla Scozia, ma diffuso anche in Irlanda e in Inghilterra. È un classico dei céilidh (pronuncia: che-li), le tradizionali feste da ballo scozzesi e irlandesi, e viene eseguito anche in matrimoni e festival.
Il ballo si svolge con due file di coppie una di fronte all’altra: la coppia in testa scende lungo la fila intrecciandosi con gli altri danzatori in una serie di giri vorticosi. L’origine del nome — letteralmente “spogliare il salice” — è incerta, ma potrebbe riferirsi proprio a questo movimento di “sfogliare” le coppie una dopo l’altra. È un ballo veloce, fisico e trascinante, capace di coinvolgere tutti e di creare un’atmosfera di festa collettiva.
Nella canzone dei Rumjacks, citarlo serve a sottolineare il carattere artificiale dei finti pub: invece di una session spontanea di musica e danze, propongono un’attività preconfezionata, un ballo famoso che i turisti possono imparare facilmente. È la trasformazione della cultura popolare in attrazione turistica: da rito comunitario a prodotto da checklist, venduto come “esperienza autentica” ma svuotato della sua vera anima.
(18) The Rakes of Mallow è una delle melodie tradizionali irlandesi più famose e trascinanti. Spesso eseguita come polka o come reel veloce, è nota per il suo ritmo frenetico e spensierato. Il titolo significa letteralmente “I libertini di Mallow”.
Mallow è una cittadina della contea di Cork. Il termine rake (da rakehell) indicava nei secoli XVII e XVIII i giovani aristocratici dediti a una vita dissoluta: gioco d’azzardo, ubriacature, conquiste galanti. La musica riflette perfettamente questo spirito: veloce, quasi caotica, evocatrice di baldoria e sfrenata allegria.
Nella canzone dei Rumjacks, la richiesta “Strike me up the Rakes o’ Mallow” (“Attaccami a suonare The Rakes of Mallow”) diventa l’esempio di una scelta scontata e banale. È uno dei brani più conosciuti del repertorio folk, immancabile in ogni pub turistico che voglia creare l’atmosfera “giusta”. Ma proprio per questo, suonato a ripetizione come colonna sonora da cartolina, perde il suo valore autentico e diventa l’ennesimo cliché di un’irlandesità confezionata per turisti.
(19) Il Liffey (An Life in gaelico) è il fiume che attraversa il cuore di Dublino, molto più di un semplice corso d’acqua: è la spina dorsale geografica e storica della capitale irlandese. Divide la città in due parti tradizionalmente contrapposte — la Northside, associata alla classe operaia, e la Southside, considerata più borghese — ed è sulle sue sponde che i Vichinghi fondarono l’insediamento di Dubh Linn (“pozza scura”), da cui prese nome la città. Per secoli è stato la principale via commerciale e il motore dello sviluppo urbano, ed è oggi attraversato da ponti divenuti icone cittadine, come l’Ha’penny Bridge del 1816.
Il Liffey è profondamente radicato nell’immaginario irlandese e nella letteratura: James Joyce lo trasformò in simbolo del flusso della vita stessa nel personaggio di Anna Livia Plurabelle in Finnegans Wake.
Nella canzone, il verso finale “The Liffey never ran so shallow” (“Il Liffey non è mai stato così superficiale/basso”, qui reso come “svilito”) non allude al livello dell’acqua, ma alla condizione culturale. Dire che il Liffey non è mai stato così “shallow” significa affermare che l’Irlanda non è mai apparsa così superficiale, annacquata e priva di profondità come nell’immagine da cartolina dei pub commerciali. È la sintesi perfetta della critica del brano: un fiume simbolo di vita ridotto a rivolo stagnante, esattamente come la tradizione svuotata di autenticità.
Rassegne.
Brano inserito nella rassegna Sing Along To The Drinking Song. Le canzoni dedicate agli alcolici di InfinitiTesti, sotto la voce Canzoni sul bere e l’ubriacarsi.
– Contatti
– Artisti italiani
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– Traduzioni
– Discografie scelte
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InfinitiTesti Edizioni.
Le parole non si fermano alla pagina web: InfinitiTesti Edizioni raccoglie i libri nati da anni di ascolto, traduzione e scrittura.
1. Ernesto Di Nisio, Suzanne Vega – Flying With Angels: Traduzioni, commenti e note ai testi (giugno 2025)
2. Ernesto Di Nisio, Ben Caplan – The Flood: Traduzioni, commenti e note ai testi (settembre 2025).
InfinitiTesti è un progetto amatoriale nato dalla passione per la musica e le parole. Qui troverete traduzioni e commenti di testi da ogni angolo del mondo, raccolti nelle sezioni Traduzioni e Discografie. Se volete orientarvi fra i nostri percorsi, l’Indice Generale offre una suddivisione tra canzoni italiane e straniere. Non mancano letture trasversali nella sezione Rassegne. Per proposte, idee o collaborazioni, siamo raggiungibili dalla pagina Contatti.
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