“En sus ojos la mirada
de un secreto sin amor
y el final es un camino
con las heridas de todos
que se lavarán con su bendición.

Santa Tejerina tiene la risa
escondida en el medio del alma
a veces, de pronto
deja para el que ve sus huellas
su perfume a comunión.

Vamos a bailar que yo ya te perdoné
aunque nos quemen en la hoguera
como fue una vez.

Santa Tejerina es amiga de los
que creen en el ángel salvador,
en ese que está siempre en un lugar presente
para que no pase lo peor.

Vamos a bailar que yo ya te perdoné
aunque nos quemen en la hoguera
como fue una vez.

Santa Tejerina es la santa preferida
de los que piden perdón
es una santa desconocida recién aparecida
según la gente pecó
matando al hijo presa de un castigo
del maltrato y de una violación
creyendo así conseguir toda la libertad.



Santa Tejerina, santa de la justicia
quiere salir a volar
de las rejas negras, de muros y cadenas
rápido se quiere soltar
vamos a bailar que yo ya te perdoné
aunque nos quemen en la hoguera
como fue una vez.

Santa Tejerina es la que sana
los días de la perpetua reclusión
de los que siempre pagan para que otros hagan
de una vida un gran dolor.

Vamos a bailar que yo ya te perdoné
aunque nos quemen en la hoguera
como fue una vez.

Santa Tejerina es la santa preferida
de los que piden perdón”.

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Traduzione.

“Nei suoi occhi lo sguardo
di un segreto senza amore
e il finale è una strada
con le ferite di tutti
che saranno lavate
con la sua benedizione.

Santa Tejerina ride
di nascosto dentro l’anima
a volte, d’un tratto
lascia a chi riesce
a vedere le sue orme
un profumo di comunione. (*)

Andiamo a ballare
ché già ti ho perdonato (**)
anche se ci bruceranno
sul rogo come un tempo

Santa Tejerina è amica di chi crede
nell’angelo salvatore
in quello che sta sempre
presente in un posto
perché non accada il peggio.

Andiamo a ballare
ché già ti ho perdonato
anche se ci bruceranno
sul rogo come un tempo

Santa Tejerina è la santa preferita
di chi chiede perdono
è una santa sconosciuta
apparsa di recente
a sentire la gente
ha peccato uccidendo suo figlio
prigioniera di un castigo
della violenza e di uno stupro
credendo così di ottenere tutta la libertà.

Santa Tejerina, santa di giustizia
vuole uscire e volare
via dalle nere sbarre
dai muri e dalle catene,
vuole liberarsi velocemente.

Andiamo a ballare
ché già ti ho perdonato
anche se ci bruceranno
sul rogo come un tempo

Santa Tejerina è quella
che guarisce i giorni
del carcere a vita
di chi sempre paga perché altri rendano
la vita un gran dolore.

Andiamo a ballare
ché già ti ho perdonato
anche se ci bruceranno
sul rogo come un tempo

Santa Tejerina è la santa preferita
di chi chiede perdono”.

(traduzione a cura di Riccardo Venturi, pubblicata sul sito Canzoni contro la guerra)

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Note.

(*) Quando dice “a veces, de pronto, deja para el que ve sus huellas su perfume a comunión” intende: ‘a volte, d’un tratto, lascia a chi riesce a vedere le sue orme un profumo di comunione’ nel senso che soltanto chi ha un cuore aperto ed una mente altrettanto aperta riesce a percepire che è pentita di quel che ha fatto, perciò può farsi ancora la comunione, e sta cercando di riavvicinarsi sempre di più a Dio, ecco perché le impronte.

(**) L’espressione “andiamo a ballare” che Gieco ha usato può sembrare fuori contesto ma non è, ovviamente, messa lì per caso, si riferisce al fatto che durante il processo il giudice era molto interessato alla frequenza con la quale Romina andava a ballare, o in discoteca per sottolineare magari un certo “comportamento” della ragazza, anche perchè, il suo presunto violentatore l’aveva accusata di averlo provocato mentre ballava… Ma bisogna non dimenticare che Romina era un’adolescente, e come tutte le sue coetanee, il weekend pensava a divertirsi. In Italia si va a mangiare la pizza, in Argentina si va in discoteca… e di conseguenza, si balla!

(Note a cura di Marcia Rosati, pubblicate sul sito Canzoni contro la guerra)

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León Gieco, Santa Tejerina – 4:53
Album: Por favor, perdón y gracias (2005)

Per altri testi, traduzioni e commenti, guarda la discografia completa di León Gieco.

Per segnalare errori su testi o traduzioni, o semplicemente per suggerimenti, richieste d’aiuto e qualunque altra curiosità, potete scriverci all’indirizzo [email protected].

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Citazioni.

“Questa canzone parla della storia di Romina Tejerina, una ragazza che è stata violentata ed è rimasta incinta. Non riuscendo ad abortire poichè l’interruzione della gravidanza in Argentina è illegale, uccise la sua figlioletta subito dopo la nascita, e fu condannata per omicidio volontario. Il suo presunto aggressore, Emilio Vargas, fu scarcerato dopo 23 giorni per mancanza di prove. Vargas querelò León Gieco per aver fatto, con la sua canzone, apologia del delitto. Fortunatamente Gieco fu assolto dai giudici in quanto la libertà di espressione è uno dei fondamentali pilastri della democrazia ed ogni individuo ha diritto ad esprimere la sua opinione e diffonderla, in questo caso attraverso la musica, senza essere turbato per le proprie opinioni. Tuttavia, il cantautore, spiegò che la sua canzone non voleva giustificare un atto cosí terribile come l’infanticidio ma assolvere (simbolicamente) Romina, perdonarla per quel che aveva fatto e dimostrare solidarietà verso tutte le ragazze che si trovano nella sua stessa situazione per aver commesso, in un raptus di follia, questo tipo di crimine”.

(dal sito Canzoni contro la guerra)

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“Romina Tejerina, una ragazza costretta alla maternità da una violenza carnale uccide la bambina appena partorita nel bagno di casa. Omicida o vittima della società? Il caso di Romina Tejerina sconvolge le coscienze argentine, chi si schiera dalla parte della difesa, per la maggior parte donne, organizza manifestazioni per la sua liberazione, gridando al governo che la donna argentina è schiava della società, che negando il diritto all’aborto nega alla donna la libertà di essere tale, e di scegliere se essere madre. L’incubo per questa ragazza, che al momento della aggressione era minorenne, inizia il 1 agosto del 2002. Emilio “Pocho” Vargas un uomo di 38 anni, vicino di casa di Romina, aggredisce la ragazza costringendola a salire sulla sua auto. Qui la costringe ad un rapporto sessuale forzato, atroce e doloroso per la ragazza che dichiarerà poi di essere stata deturpata della sua verginità. Dopo lo stupro Pocho Vargas si dà alla fuga.
Ana M. Fernandez del Centro Attenzione alle Vittime delle Aggressioni Sessuali di Madrid, spiega che quando una donna viene assalita, il fattore sorpresa ha un effetto paralizzante che impedisce alla maggior parte delle donne di reagire. Colta all’improvviso, per di più non da uno sconosciuto ma da un suo vicino di casa, la ragazza è costretta a ciò che di peggio può accadere ad una donna, essere privata della propria dignità, della propria intimità, essere violate nel centro della vita e della femminilità. Nessuna violenza può essere peggiore di quella che una donna subisce sul proprio corpo e sulla propria psiche, una violenza che passati i segni fisici rimane cicatrizzata nell’anima, e non va mai più via.
Ma l’orrore e la vergogna dello stupro non sono finite per Romina. Dopo poco scopre di essere incinta. Romina non vuole tenere il bambino che cresce dentro di lei. Le ricorderebbe sempre la violenza subita, il volto del suo carnefice, la sua innocenza strappata per sempre, e nessun istinto materno potrebbe mai cancellare quel terrore. Ma per legge non può abortire. L’aborto è vietato quindi la ragazza cerca di abortire illegalmente in tutti i modi senza riuscirci, ma cosí facendo anticipa il giorno del parto. La bambina nascerà infatti settimina, ed avrà breve vita, perchè la madre appena data alla luce, la ucciderà. Uccidere una creatura al primo respiro di vita è una cosa atroce, ma è stata davvero solo la madre ad ucciderla?
Romina viene accusata e processata per omicidio. Invano denuncia la violenza subita perchè proprio i vari tentativi di aborto sono la sua condanna. Infatti per la corte il periodo della violenza non coincide con il periodo di concepimento della bambina, questo perché la bambina è nata due mesi prima, ma ciò basta alla corte per mettere a tacere l’accusa di stupro, che come altre in Argentina viene accantonata e ignorata. L’accusa spinge sul fatto che la ragazza ha più volte tentato l’aborto e quindi era già decisa ed intenzionata ad uccidere la bambina, mentre la difesa tenta per la non punibilità della ragazza, e di portare l’accusa non sull’omicidio, ma sull’intenzione all’aborto, illegale in Argentina, ma scontabile con una pena sicuramente minore di quella per accusa di omicidio che sarebbe di reclusione perpetua.
Il 10 luglio 2003 si organizza una conferenza a cui partecipa un notevole gruppo di persone che sostengono Romina, lo scopo di questa conferenza è eleggere come esempio questo caso per migliorare la condizione di molte ragazze che dopo Romina potrebbero essere vittime di violenza e costrette a gesti folli e contro natura. Si chiede la libertà per questa ragazza vittima della società che ignora i diritti delle donne. Ma Romina non viene liberata. Deve pagare la sua colpa ma non le viene concessa nemmeno la possibilità di riscattarsi della violenza subita. Infatti, nel novembre 2003 Pocho Vargas non è più indagato per mancanza di prove certe.
La difesa aveva chiesto una nuova autopsia della bambina per accertare l’età del feto. L’autopsia avrebbe determinato il tempo di gestazione mediante lo studio del sistema nervoso centrale. Ma la richiesta è respinta, ignorata, negata. Per il giudice esiste solo questo: non coincidono i periodi del concepimento e della violenza, e quindi non c’è stato nessuno stupro. Prima del processo finale Romina è sottoposta ad un esame mentale obbligatorio per accertare che l’imputata sia in grado di sopportare l’atto processuale. Il risultato mostra grande cinismo nell’attribuire a Romina la piena coscienza nel momento dell’omicidio. Il 17 agosto 2004 migliaia di persone, per la maggior parte donne provenienti da ogni parte del paese hanno manifestato a Rosario per il diritto della donna all’aborto e per chiedere la libertà di Romina. Il 4 febbraio 2004 la condanna definitiva per Romina è emessa dal giudice Juárez. Romina è condannata a pena perpetua per l’omicidio di sua figlia nelle piene capacità di intendere e di volere.
L’omicidio c’è stato, è vero, una bambina è stata privata dalla libertà di vivere, di vivere in una società dove non sarebbe stata mai ascoltata, e dove sarebbe stata ignorata, ma comunque di vivere. Romina non è innocente, ma non è neanche colpevole. La sua mano è stata guidata dalla disperazione, dalla vergogna dalla paura di ricordare per sempre la violenza. Se si fosse data la possibilità alla ragazza di abortire, non sarebbe successo tutto questo. L’aborto è una scelta individuale, tante donne sono contrarie, per ragioni di fede, o umane, ma proprio perchè soggettiva, la scelta deve essere libera. E se è vero che una madre che uccide una figlia deve essere condannata, perché un uomo che spegne l’anima di una donna, con uno stupro, e la costringe a questo gesto efferato non deve essere condannato? Perché in cosí tante parti del mondo la donna è sempre la sola colpevole?”.

(Articolo tratto da Indymedia.it)

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“Il caso di Romina Tejerina ha assunto un valore emblematico. “Libertad por Tejerina, despenalización del aborto” hanno ribadito 10 mila donne in corteo per le strade di Jujuy, capoluogo della regione argentina che confina con la Bolivia. La marcia rientrava nell’ambito dei tre giorni dell’Incontro nazionale della Donna, faticosamente realizzato tra le polemiche degli ambienti ecclesiastici e della comunità locale.
La scelta di Jujuy, d’altronde non è stata casuale: nella regione muoiono 200 partorienti ogni 100 mila, la maggioranza per procurato aborto. Le statistiche dicono che l’indice è pari a 2-3 volte quello delle altre regioni argentine e che si avvicina a quello dei paesi più poveri dell’Africa. La grande manifestazione di Jujuy si è svolta senza incidenti, nella massima tranquilità, ma la sua conclusione dice più di molti discorsi. A un certo punto, infatti, una parte del corteo si è diretta verso la cattedrale e l’ha trovata circondata da un centinaio di fedeli. Qui si è verificato un inedito scontro verbale: da un lato, le manifestanti gridavano slogan a sostegno dei diritti della donna e dell’aborto, dall’altro, i fedeli e le fedeli rispondevano a capo chino con il bisbiglìo delle loro preghiere. I due mondi, ora così vicini, non potevano essere più lontani.
“No les miren, no les hablen, no respondan”, non guardatele, non parlate, non rispondete, era la parola d’ordine fatta circolare tra i credenti, che – come le tre scimiette – chiudevano occhi, orecchie e bocca davanti a un problema di incredibile gravità. Era come se quelle 10 mila donne in corteo non esistessero, o che – come le Madres di Plaza de Mayo quando nel ’77 cominciarono a reclamare i figli desaparecidos – fossero tutte pazze.
Le donne argentine oggi lottano per l’aborto e lo fanno non soltanto per affermare il diritto della donna di poter scegliere della propria vita e del proprio corpo, ma anche, più direttamente, per salvare migliaia di vite umane. Le cifre parlano chiaro: ogni anno in Argentina 360 donne muoiono a causa di aborti illegali, una al giorno. O per dirla con un altro dato: un terzo delle morti di donne rimaste incinta è provocato dagli aborti clandestini. Ma per la Chiesa, i medici, la magistratura questo non è un problema. Sembrano non accorgersene, come se questi dati non li riguardassero, dunque non c’è da stupirsi se a finire in galera sono le ragazze che abortiscono illegalmente e se il cantautore di Santa Fé, León Gieco, è stato addirittura processato per la sua ballata dedicata a Romina Tejerina.
D’altronde basta ricordare che quando il governo Kirchner tentò un’iniziativa per la diffusione dei contraccettivi tra gli strati più poveri della popolazione l’Argentina rischiò l’incidente diplomatico con il Vaticano. Il vescovo militare Antonio Baseotto prese carta e penna e scrisse al ministro della Salute accusandolo di apologia di reato. Aggiunse che il ministro avrebbe meritato di essere “gettato in mare con una pietra di mulino al collo”. Voleva essere una citazione evangelica, ma il riferimento ai “voli della morte” con i quali la giunta militare eliminava i desaparecidos era esplicito. A fronte della dura reazione del governo, Baseotto ottenne la solidarietà del Vaticano, attraverso una lettera inviatagli dall’allora vescovo e, tre settimane dopo, pontefice Joseph Ratzinger. Questi manifestava al “collega” argentino “un sentimento di particolare stima” e giudicava le sue allucinate parole “un intervento a favore della vita nascente e della dignità della sessualità umana”. Evidentemente non di Romina, né di tutte le altre donne. Durante la cerimonia d’investitura di Ratzinger a pontefice, Kirchner fu l’unico capo di stato che non avvicinò le labbra all’anello di Benedetto XVI”.

(Articolo tratto da Il Manifesto)

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