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“E correndo mi incontrò lungo le scale
quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
la tristezza poi ci avvolse come miele
per il tempo scivolato su noi due
il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda
come un istante deja vu
ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…

Auto ferme ci guardavano in silenzio
vecchi muri proponevan nuovi eroi
dieci anni da narrare l’uno all’altro
ma le frasi rimanevan dentro in noi
– Cosa fai ora? Ti ricordi?
Eran belli i nostri tempi
ti ho scritto, è un anno
mi han detto che eri ancor via –
e poi la cena a casa sua
la mia nuova cortesia
stoviglie color nostalgia…

E le frasi, quasi fossimo due vecchi
rincorrevan solo il tempo dietro a noi
per la prima volta vidi quegli specchi
capii i quadri, i soprammobili ed i suoi
i nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway
il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste
la mia America e la sua diventate nella via
la nostra città tanto triste…

Carte e vento volan via nella stazione
freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione
uguale quasi a tanti nostri films
come in un libro scritto male
lui s’era ucciso per Natale
ma il triste racconto
sembrava assorbito dal buio
povera amica che narravi
dieci anni in poche frasi
ed io i miei in un solo saluto…

E pensavo dondolato dal vagone
cara amica il tempo prende il tempo dà
noi corriamo sempre in una direzione
ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
restano i sogni senza tempo
le impressioni di un momento
le luci nel buio di case intraviste da un treno
siamo qualcosa che non resta
frasi vuote nella testa
e il cuore di simboli pieno…”.



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Francesco Guccini, Incontro – 3:37
(Francesco Guccini)
Album: Radici (1972)

Brano inserito nella colonna sonora del film Radiofreccia (1998) diretto da Luciano Ligabue, con Stefano Accorsi e Luciano Federico.

Brano inserito nella rassegna Colonne Sonore di InfinitiTesti.

Brano inserito nella rassegna Life itself. Canzoni di vita, di morte e di altre sciocchezze di InfinitiTesti

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Citazioni.

Incontro è un brano musicale scritto ed interpretato da Francesco Guccini, contenuto nell’album Radici (1972). In Incontro Guccini narra del suo rendez-vous modenese, a dieci anni di distanza, con un’amica dei tempi andati. È una malinconica occasione per rievocazioni nostalgiche e per constatare i cambiamenti avvenuti, come «i nostri miti morti ormai / la scoperta di Hemingway» e «la mia America e la sua / diventate nella via / la nostra città tanto triste».
L’autore così spiega la genesi del brano: «Incontro parla di un’amica mia che, bontà sua, era innamorata di me. Era anche molto carina, ma aveva poche tette e io ero molto sensibile all’argomento. Oggi guardo altre cose, anche perché sono cambiati i tempi. In quegli anni avere la ragazza senza tette era un handicap mica da ridere. Con questa ragazza rimanemmo comunque amici. Diventò professoressa di ginnastica e si sposò con un americano che viveva a Bologna. Per un po’ vissero in America, poi si trasferirono a Berlino e fu lì che si innamorò di un altro, un tipo piuttosto instabile, purtroppo. Così, quando a Natale lei raggiunse suo figlio in America, lui fece l’albero e si impiccò. Al suo ritorno in Italia la mia amica venne subito a cercarmi per raccontarmi cos’era successo. Andai a trovarla, e dopo quel pomeriggio trascorso insieme scrissi Incontro, forse il mio primo tentativo di scrivere per immagini veloci, molto cinematografiche».
Ed infatti proprio in ambito cinematografico la canzone è stata particolarmente apprezzata: inserita nella colonna sonora del film Radiofreccia di Luciano Ligabue, ha ricevuto inoltre l’apprezzamento del regista Leonardo Pieraccioni, che ha affermato: «conosco a memoria molte canzoni di Guccini. La mia preferita è Incontro con le parole “la tristezza poi ci avvolse come miele“» e «se mi avessero dato venti lire ogni volta che ho ascoltato Incontro mi ci sarei comprato un biglietto aereo da farci il giro del mondo».
Guccini ha chiarito l’origine letteraria di alcuni passaggi del testo: «la tristezza poi ci avvolse come miele» è ispirato a Suzanne di Leonard Cohenil sole si riversa come miele»); «le stoviglie color nostalgia» è tratto dalla poesia La signorina Felicita ovvero la Felicità di Guido GozzanoE gli occhi fermi, l’iridi sincere / azzurre di un azzurro di stoviglia»); «noi corriamo sempre in una direzione / ma qual sia e che senso abbia chi lo sa» viene da una frase di Edmund Husserl citata in un manuale di Anceschi («Il tutto infinito scorre infinitamente in una direzione, quale sia noi non lo potremo sapere»). Guccini ha inoltre spiegato: «non è vero che ci siamo incontrati con lei che mi correva lungo le scale. Però tutto sommato era carino, sembrava la sequenza di un film di Lelouch al rallentatore…».

(Wikipedia, voce Incontro (Francesco Guccini))

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“Guccini ha anche raccontato, riguardo a questa sua amica: «tra tutte le ragazze che conoscevo era la più emancipata […] quando avevo diciassette anni mi disse una frase che mi colpì: – Ti rendi conto che io ho ormai sedici anni e non ho ancora scopato? Magari domani muoio e non ho mai scopato –. Questa frase mi fece un certo effetto, perché devo confessare che neanche io a diciassette anni avevo mai goduto di questa leccornia. Sempre di lei mi ricordo che le coprivo alcune uscite. Le cose andavano così. La Betty mi telefonava e mi chiedeva di andarla a prendere la sera. Questo voleva dire che io mi presentavo in famiglia e dicevo: – Buonasera signora, lascia venire la Betty fuori con me? – Uscivamo, e svoltato l’angolo c’erano dei maschi altissimi con delle spalle enormi che l’aspettavano. Io, insomma, ringraziavo e andavo via»”.

(Francesco Guccini, Stagioni. Tutte le canzoni, a cura di Valentina Pattavina, Einaudi, Torino, 2000, p. 279)

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“Volendo, però, estrarre dal mucchio un titolo in special modo significativo (dall’album “Radici”, n.d.r.), si può far ricorso a “Incontro”: qui, la vena intimista e dolente (“stoviglie color nostalgia”, recita un verso) raggiunge i propri esiti più alti, la musica è mero corollario ad un componimento poetico che nulla ha da invidiare alle liriche di Gozzano (nume tutelare dichiarato del nostro, in verità, sino dall’antecedente “L’isola non trovata”). Il detto ed il non detto, le cose serbate e le perdute riflettono l’infinita complessità del banale, in questo acquarello non comune di persone comuni: il tutto che pare accadere, laddove nulla realmente è avvenuto, ci porta a certi gioielli della coeva letteratura minimalista Usa, di certo noti all’americanofilo Guccini. Delicata e angosciante, con una tristezza memorabile a velare gli strumenti, “Incontro” è stata anche omaggiata da Enrico Ruggeri, che nel suo 33 giri “Contatti” (1989) ne ha licenziato una struggente versione.

(Italica, La canzone d’autore italiana)

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