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“Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
de vinho tinto de sangue

Como beber dessa bebida amarga
tragar a dor, engolir a labuta
mesmo calada a boca, resta o peito
silêncio na cidade não se escuta

De que me vale ser filho da santa
melhor seria ser filho da outra
outra realidade menos morta
tanta mentira, tanta força bruta

Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
de vinho tinto de sangue

Como é difícil acordar calado
se na calada da noite eu me dano
quero lançar um grito desumano
que é uma maneira de ser escutano


Esse silêncio todo me atordoa
atordoado eu permaneço atento
na arquibancada pra a qualquer momento
ver emergir o monstro da lagoa

Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
de vinho tinto de sangue

De muito gorda a porca já não anda
de muito usada a faca já não corta
como é difícil, pai, abrir a porta
essa palavra presa na garganta

Esse pileque homérico no mundo
de que adianta ter boa vontade
mesmo calado o peito, resta a cuca
dos bêbados do centro da cidade

Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
Pai, afasta de mim esse cálice
de vinho tinto de sangue

Talvez o mundo não seja pequeno
nem seja a vida um fato consumado
quero inventar o meu próprio pecado
quero morrer do meu próprio veneno

Quero perder de vez tua cabeça
minha cabeça perder teu juízo
quero cheirar fumaça de óleo diesel
me embriagar até que alguém me esqueça”.

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Traduzione.

“Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
di vino rosso di sangue

Come bere di questa bevanda amara
tollerare il dolore, ingoiare la fatica (1)
anche zittita la bocca, resta il petto
silenzio in città non si sente

A cosa mi serve essere figlio di santa
meglio sarebbe essere figlio dell’altra
dell’altra realtà meno morta
tante menzogne, tanta forza bruta

Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
di vino rosso di sangue

Com’è difficile svegliarsi silenziosi
se nel silenzio della notte io mi danno
voglio lanciare un grido disumano
che è un modo per essere ascoltati

Tutto questo silenzio mi stordisce (2)
stordito io rimango attento
sulle gradinate per vedere in qualunque momento
emergere il mostro della palude (3)

Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
di vino rosso di sangue

Da tanto è grassa la scrofa già non cammina
da tanto è usato il coltello già non taglia
com’è difficile, padre, aprire la porta (4)
questa parola prigioniera in gola

Questa ebbrezza omerica nel mondo (5)
a cosa serve aver buona volontà
anche zittito il petto, rimane la testa
degli ubriachi del centro

Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
Padre, allontana da me questo calice
di vino rosso di sangue

Forse il mondo non è piccolo
né la vita è un fatto consumato
voglio inventare il mio proprio peccato
voglio morire del mio stesso veleno

Voglio perdere d’improvviso la tua testa
la mia testa perdere la tua ragione
voglio odorare del fumo del gasolio
ubriacarmi finché qualcuno mi dimentichi”.

(Traduzione a cura di Giuliano Lotti)

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Note.

(1) “Labuta” che qui è stato tradotto con “fatica”, esprime l’idea di un lavoro penoso, di sfruttamento, che la gente è obbligata ad accettare.

(2) Lo stordimento è causato dalla pratica della tortura, usata per ottenere il silenzio.

(3) Benché stordito, come uno spettatore sugli spalti l’Io letterario rimane attento, in attesa della caduta del regime, pur consapevole però che questa caduta potrebbe essere causata da un altro “mostro”, ossia da un alto regime dittatoriale.

(4) La porta rappresenta la via d’uscita da quel contesto nefasto; biblicamente evoca un “tempo nuovo”.

(5) Omerica nel senso di degna di Omero, quindi eroica; con felice metafora, l’autore definisce “ebbrezza eroica” l’anelito di chi, nel mondo intero, vive sotto un regime autoritario.

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Chico Buarque, Cálice – 3:59
(Chico Buarque, Gilberto Gil)
Album: Chico Buarque (1978)

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Riferimenti.

Cálice” fu scritta per un evento canoro che doveva tenersi nel maggio del 1973 a San Paolo, ma la censura ne proibì la rappresentazione (un divieto che durò anni, fino al 1978). Il giorno dello show, i due autori (Chico Buarque e Gilberto Gil) deciso di interpretare solo la melodia, intercala dalla parola “cálice“, ma l’audio venne immediatamente disattivato. Il testo è imperniato sull’analogia tra la Passione di Cristo e la sofferenza di un popolo vessato da un regime autoritario. Alcuni esempi: il refrain “Padre, allontana da me questo calice” allude all’agonia di Gesù, ma l’ambiguità della parola “cálice“, che nel portoghese parlato è indistinguibile da “cale-se” ossia “taci” (rabbiosamente cantato dal coro), rimanda all’imposizione della censura che si vorrebbe allontanare; per antonomasia il “calice” è quello testamentario contenente il sangue di Cristo, ma nella canzone contiene il sangue versato dalle vittime della repressione. Un ulteriore parallelismo è nel brano “A cosa mi serve essere figlio di santa / Meglio sarebbe essere figlio dell’altra”: come Gesù era figlio della S. Vergine, anche i brasiliani sono figli di una “santa”, la Madre Patria, che però si rivela peggiore di una madre meretrice. L’ermetico verso “Silenzio in città non si sente”, nel libro “85 anos de Música Brasileira Vol. 2” viene così interpretato: «possiamo leggerlo come “nella confusione della città non è possibile sentire il silenzio”, oppure “è inutile volere il silenzio perché il silenzio non esiste”, che in forma di metafora equivale a “la censura [il silenzio] è una chimera, la censura non può esistere”, perché “anche zittita la bocca, rimane la testa“».

(Giuliano Lotti, 12 giugno 2014)

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