“Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì
su per l’aride montagne
cercando libertà fra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito

Lasciammo case
scuole ed officine
mutammo in caserme le vecchie cascine
armammo le mani di bombe e mitraglia
temprammo il cuore
e i muscoli in battaglia

Di giustizia è la nostra disciplina
libertà è l’idea che ci avvicina
rosso sangue
è il color della bandiera
d’Italia siam l’armata forte e fiera

Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate
provammo l’ardor
per la grande riscossa
sentimmo l’amor
per la patria nostra

Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir

Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir


(Aldo dice 26 per uno)
(Aldo dice 26 per uno)
(Aldo dice 26 per uno)”.

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Üstmamò, I ribelli della montagna (Dalle belle città) – 4:51
(testo: Emilio Casalini “Cini”; musica: Angelo Rossi “Lanfranco”)
Album: Üst (1996)
Album: Materiale resistente (1995) (AA.VV.)

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate agli eventi storici di InfinitiTesti.

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Citazioni.

“Il canzoniere partigiano, come hanno ormai chiarito gli etnomusicologi, si compone essenzialmente di rielaborazioni, adattamenti, parodie di motivi precedenti, appartenenti alla tradizione militare o popolare, a inni del movimento operaio nazionale o internazionale, a canzonette di consumo. Pochi i canti originali, nel testo e nella melodia. Uno di questi è nato sui monti della nostra provincia, in circostanze drammatiche che è giusto far conoscere. Se Fischia il vento viene composto su un’aria sovietica, se Pietà l’è morta modifica attualizzandolo il testo di un canto alpino del 1915-18, se Bella ciao nasce dopo la Resistenza su un antico motivo di ballata, uno dei più intensi e significativi inni partigiani, Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna), viene creato nel marzo del 1944 sull’Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi “Liguria” dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini “Cini”. […] È un testo per molti aspetti paradigmatico, e per i contenuti, e per la qualità della sua “scrittura”, che rivela un certo grado di cultura. Sin dall’incipit denuncia la sua origine urbano-metropolitana (genovese, per la precisione) tracciando quella simbolica opposizione “belle città/aride montagne” che appare come lo specimen della traiettoria di una rivolta politico-morale partita dalla città ma vissuta nella campagna, nel paesaggio aspro e selvaggio dei monti. I principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà, fede in un mondo migliore) si conquistano a duro prezzo (“viviam di stenti e di patimenti”) alla severa scuola della montagna, in cui si dissolvono come per incanto differenze sociali, privilegi, egoismi”.

(Franco Castelli, da Istituto della Storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi”)

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