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“They say the working class is dead
we’re all consumers now
they say that we have moved ahead
we’re all just people now
there’s people doing ‘frightfully well’
there’s others on the shelf
but never mind the second kind
this is the age of self

They say we need new images
to help our movement grow
They say that life is broader
based as if we didn’t know
while Martin J. and Robert M.
play with printer’s ink
the workers ‘round the world
still die for Rio Tinto Zinc
and it seems to me if we forget
our roots and where we stand
the movement will disintegrate
like castles built on sand”.

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Robert Wyatt, The age of self – 2:50
(Robert Wyatt)
Album: Old Rottenhat (1985)

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Citazioni.

“Dicono che la classe operaia è morta, che adesso siamo tutti consumatori”, così Robert Wyatt cantava in The age of self. “Dicono che siamo andati avanti, che adesso siamo tutti gente. Dicono che abbiamo bisogno di immagini nuove per far crescere il movimento (…) E mentre Martin J. e Robert M. giocano con l’inchiostro della stampante / nel mondo i lavoratori muoiono ancora per lo zinco della Rio Tinto”. The age of self uscì nel 1985 nell’album Old Rottenhat. Non si può dire che sia una canzone attuale, questo no. Il testo è puro funzionalismo poetico, dalle parti di Balestrini/Fortini per noi: c’è la risposta a un articolo dello storico Eric Hobsbawm sulla fine della classe operaia inglese, la citazione dalla multinazionale Rio Tinto complice dell’apartheid sudafricano, riferimenti alla scissione in corso del già minuscolo Partito comunista inglese.
Certamente The age of self è una delle canzoni politiche più belle di quegli anni difficili (e questa speciale classifica comprende anche Shipbuilding, sui lavoratori dei cantieri navali ai tempi delle Falkland, scritta da Elvis Costello e cantata dallo stesso Wyatt). Esce negli anni ottanta quando una nuova generazione di musicisti trova in Robert Wyatt il punto di riferimento più alto possibile dal punto di vista estetico e politico. Wyatt, intanto, comincia a porsi il problema di scrivere canzoni che non possano essere “usate” contro le sue intenzioni, e già questo è un tema estetico più interessante della canzone politica in sé e per sé. Scrive quindi canzoni che non sono generalizzabili, come la sua voce. Canzoni che non hanno effetto. “Sono abituato a domande come: ‘Pensi che l’arte politica abbia qualche effetto?’”, spiegherà. “La mia risposta è: se Stevie Wonder o chi per lui canta una canzone d’amore non la giudicherai mica dall’effetto, se insomma Stevie ce l’ha fatta o no a conquistare quella ragazza”.

(Alberto Piccinini, Alcuni buoni motivi per amare Robert Wyatt, Internazionale, 13 dicembre 2014)

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