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“Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.



Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento”.

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Fabrizio De André, Preghiera in gennaio – 3:28
(Fabrizio De André, Gian Piero Reverberi)
Album: Volume I (1967)
Singolo: “Preghiera in gennaio / Si chiamava Gesù” (1967)

Brano inserito nella rassegna My dear month. Le canzoni dedicate ai mesi di InfinitiTesti.

Brano inserito nella rassegna Life itself. Canzoni di vita, di morte e di altre sciocchezze di InfinitiTesti.

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate a personaggi storici (o solo famosi) di InfinitiTesti.

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Citazioni.

“De André dichiarò di averla scritta al ritorno dal funerale di Luigi Tenco amico cantautore di De André morto suicida nel gennaio 1967. Il testo è ispirato ad una poesia di Francis Jammes, un poeta francese dei primi del Novecento, Prière pour aller au paradis avec les ânes“.

(Wikipedia, voce Preghiera in gennaio/Si chiamava Gesù)

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“L’ho dedicata a Luigi Tenco. Scritta, o meglio pensata nel ritorno da Sanremo dove c’eravamo precipitati io, la mia ex moglie Enrica Rignon e la Anna Paoli. Dopo aver visto Luigi disteso in quell’obitorio (fuori Sanremo peraltro, perché non ce l’avevano voluto) tornando poi a Genova in attesa del funerale che si sarebbe svolto due giorni dopo a Cassine, mi pare, m’era venuta questa composizione. Sai, ad un certo punto non sai cosa fare per una persona che è morta, ti sembra quindi quasi di gratificarla andando al suo funerale, scrivendo – se sei capace di scrivere e se ne hai l’idea – qualcosa che lo gratifichi, che lo ricordi… forse è una forma… ma d’altra parte è umano, credo… non l’ho di certo scritta apposta perché la gente pensasse che io avevo scritto apposta una canzone per Luigi, tant’è vero che non c’era scritto assolutamente da nessuna parte che l’avevo composta per lui”.

(Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, p. 57)
ripresa anche da:
(Matteo Borsani, Luca Maciacchini, Anima salva, p. 12)

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“I discografici su di me fecero pressioni affinché andassi a Sanremo, ma certo con meno forza di quanta ne potesse adoperare una casa discografica come la Rca. Luigi, come me, era contrarissimo ai festival e poi ci si è trovato stritolato dentro. Lui era un uomo di sinistra, della sinistra di allora. Credo, comunque, che il suo gesto sia maturato anche in conseguenza delle sue letture. Luigi sul comodino teneva i libri di Pavese; ne ho conosciuti altri che si sono suicidati dopo aver letto troppe volte Pavese. Io lo frequentavo abbastanza saltuariamente, eravamo tutti cani sciolti, ma sicuramente era quello che mi era più vicino come formazione politica e poi, da artista, come tematiche trattate. Appena saputa la notizia della sua morte, mi precipitai all’obitorio. Quando lo vidi lì disteso, con questo turbante di garza insanguinato, mi colpirono il pallore della morte e il colore viola scuro delle sue labbra carnose. Le ho ancora impresse nella mente, e le menzionai nella canzone che scrissi sull’onda di quell’emozione partendo da una poesia di un autore del novecento francese, Francis Jammes“.

(Intervista a cura di Roberto Cappelli, Cantico per i diversi, Mucchio Selvaggio, settembre 1992)

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