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“Overhead the albatross
hangs motionless upon the air
and deep beneath the rolling waves
in labyrinths of coral caves
an echo of a distant time
comes willowing across the sand
and everything is green and submarine.

And no one called us to the land
and no one knows the where’s or why’s
something stirs and something tries
starts to climb toward the light.

Strangers passing in the street
by chance two separate glances meet
and I am you and what I see is me
and do I take you by the hand
and lead you through the land
and help me understand
the best I can.

And no one called us to the land
and no one crosses there alive
no one speaks and no one tries
no one flies around the sun…

Almost everyday you fall
upon my waking eyes
inviting and inciting me to rise
and through the window in the wall
come streaming in on sunlight wings
a million bright ambassadors of morning.

And no one sings me lullabyes
and no one makes me close my eyes
so I throw the windows wide
and call to you across the sky…”.

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Pink Floyd, Echoes – 23:31
(Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason)
Album: Atom Heart Mother (1970)
Album: Echoes: The Best of Pink Floyd (2001, raccolta)

Per altri testi, traduzioni e commenti, guarda la discografia completa dei Pink Floyd.

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Versioni.

1. Meddle version – 23:31
2. Echoes version – 16:30

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Citazioni.

Echoes è la sesta ed ultima canzone dell’album Meddle dei Pink Floyd. È una delle più famose canzoni della band. La lunga suite (di 23 minuti e 31 secondi) occupa tutto il lato B dell’album e inizia con una nota di pianoforte acuta (Si) e ripetuta varie volte (l’effetto è la nota d’eco di un sonar, ottenuto mediante il passaggio del segnale dello Steinway di Rick Wright in un Leslie). In tutta la composizione predomina un’atmosfera eterea e onirica, seppur diversa da quella dei Pink Floyd strettamente psichedelici di The Piper at the Gates of Dawn e Ummagumma. La canzone è supportata dal testo di Roger Waters, che anticipa argomenti fulcro di The Dark Side of the Moon. La suite venne composta a partire da una serie di 36 differenti idee musicali, grazie alle quali registrarono la versione provvisoria “Nothing, parts 1-24“. Successive evoluzioni delle 24 parti ottenute portarono alla creazione di “The Son Of Nothing” e in seguito “Return of the Son of Nothing“. Tempo dopo la suite, ormai del tutto finalizzata, venne rinominata Echoes. La canzone ha dato il nome all’antologia Echoes: The Best of Pink Floyd del 2001, dove è contenuta come quinta traccia in una versione ridotta di 16:30 minuti.
L’introduzione è stata creata per mezzo di un’estensione del suono di un pianoforte a coda amplificato mediante un altoparlante Leslie e una nota acuta prodotta dalla slide guitar di Gilmour. Dopo pochi minuti entra la batteria e a seguire la strofa, cantata da Gilmour per la melodia principale e da Wright per l’armonizzazione. Dopo la prima esposizione completa di strofe e ritornelli, e un lungo assolo di chitarra elettrica in climax, il brano sfocia in un’improvvisazione di stampo prettamente funk che lentamente si dissolve, lasciando lo spazio al vento ululante e ad altri suoni creati dalla chitarra distorta di David Gilmour. L’organo Farfisa di Wright fa riemergere il brano dalle ceneri, in un ulteriore crescendo di stampo progressive psichedelico. Il brano si riaggancia all’esposizione principale di strofe e ritornelli, e termina con un assolo di Gilmour intrecciato con il piano di Wright, a sfumare. Nella coda, la band si produce in una finezza di studio: riproduce l’effetto della Scala Shepard, ottenendo l’effetto di un coro che apparentemente sale costantemente nell’intonazione, ma in realtà è ciclico.
Il brano parla di due vicende: la storia di un uomo che guardando il cielo mentre pensa ad una persona che ama (per alcuni la sua donna, per altri egli si sta rivolgendo a Dio) si chiede da dove provenga la vita, e la storia stessa della Genesi del mondo. Il brano si apre con un’acuta nota di pianoforte ripetuta che rievoca il suono di una goccia d’acqua che cade sulla terra; ad un’iniziale introduzione di Wright si aggiungono la chitarra di David Gilmour ed in seguito le percussioni ed il basso. Dopo qualche minuto inizia la prima strofa, la quale richiama subito un senso di “congelamento del tempo” (“Sospeso sopra le nostre teste, l’albatro rimane immobile sull’aria…”) e di meditazione sull’origine di tutto ciò che ci circonda (“…E nessuno ci ha mostrato alla terra, e nessuno conosce i dove o i perché…”).
Dopo un breve intermezzo musicale di sapore blues vi è la seconda strofa, nella quale il narratore della vicenda sembra rivolgersi a Dio che dopo aver creato la vita ed essere venuto in contatto con l’uomo (due sguardi di stranieri si incontrano per strada, ed io sono te e quello che vedo sono io), gli chiede di “portarlo nella Terra”, ricevendo come risposta, però, il timore dell’uomo al quale guardando in alto sembra di non vedere nulla (“…E io Ti prenderò per mano e Ti porterò nella terra, ma aiutami a capire meglio che posso…”, “…Nessuno ci fa abbassare lo sguardo ma nessuno vola intorno al Sole…”).
Il brano prosegue con un assolo di chitarra di Gilmour che sfocia in una parte del brano in stile funk nel quale si alternano improvvisazioni di chitarra elettrica ed organo per qualche minuto, concludendosi in un suono di vento e di echi ai quali si aggiungeranno degli striduli fischi psichedelici, ottenuti con la tecnica del reverse applicata ad un Cry Baby. In seguito, da quei lontani e spettrali suoni emergerà un lungo intermezzo musicale dai tratti New Age guidato da un organo sinth che esploderà in un fragoroso riff di chitarra. Ciò starebbe a simboleggiare che dopo il Big Bang, dopo le piogge e la quiete, vi sarà un momento di “magia divina” che esploderà nella vita. Dopo di ciò riprende il tema della strofa, nella quale si intravede ora un senso di contemplazione e fiducia in un qualcosa che, anche se sconosciuto, ci è legato e ci invita a raggiungerlo. Il brano si conclude con un’ultima parte musicale simile all’introduzione, ma dalla struttura contraria: strofa – chitarra e tastiera – tastiera, terminando con lo stesso “si” che aveva aperto il brano, e con un vento potente ma non distruttivo che “porta via con sé” la vita dell’uomo, che ritorna dove tutto è cominciato. Tema simile è affrontato anche in altre composizioni Art rock quali Octavarium dei Dream Theater.
Come per The Dark Side of the Moon, anche Echoes sembra essere molto legato ad un film, e in questo caso, a quello di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello Spazio. Echoes è stato pubblicato tre anni dopo l’uscita nelle sale del film e stranamente, la sua lunghezza è di 23 minuti e 31 secondi, proprio come il segmento finale di 2001, dal titolo “Giove e oltre l’infinito“. I vocalizzi presenti nel finale di 2001 sembrano coincidere con le vibrazioni dei bassi nel mezzo di “Echoes“, così come il glissando corale del finale. Un altro collegamento importante si verifica durante un cambio di scena proprio nel momento in cui chitarra e tastiera irrompono nel brano alla fine dell’ultimo verso”.

(Wikipedia, voce Echoes (Pink Floyd))

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