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“E allora sognò Atene
e la sua bocca spalancata
e la sua mano da riscaldare
e la sua vita stonata
e quel suo mare senza onde
e la sua vita gelata
e allora sognò Atene
sotto una nevicata

Guardalo come cammina
ballerino di samba
e come inciampa in ogni spigolo
innamorato e ridicolo
come guida la banda
come attraversa la strada
senza una gamba

Portami via da questa terra
da questa pubblica città
da questo albergo tutto fatto a scale
da questa umidità
dottoressa chiamata Aprile
che conosci l’inferno
portami via da questo inverno
portami via da qua

E allora sognò Atene
e l’ospedale militare
ed i soldati carichi di pioggia
e un compleanno da ricordare
ed un ombrello sulla spiaggia
e un dopoguerra sul lungomare
e allora sognò il tempo
che lo voleva fermare

Guardalo come cammina
Lazzaro di Notre Dame
come sta dritto nella tempesta
alla fermata del tram
chiama un tassì si mette avanti
dai Campi Elisi alla Grande Arche
Gambadilegno avanti avanti
avanti marsch!”.

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Francesco De Gregori, Gambadilegno a Parigi – 5:24
(Francesco De Gregori)
Album: Pezzi (2005)

Brano inserito nella rassegna I luoghi del cuore di InfinitiTesti.

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Citazioni.

“Presenta la figura di un reduce di guerra, “del Vietnam o della Corea”, ha detto l’autore, che sogna di poter vincere la propria solitudine esistenziale, grazie all’amore e al sogno. L’uomo “sogna Atene” (“è la culla della nostra civiltà” secondo De Gregori), ma si trova sotto la neve, simbolo del gelo che ora avvolge il suo animo; lasciato l’ospedale militare dove gli hanno messo una protesi in legno al posto dell’arto perso in guerra, va a Parigi, dove cammina zoppicando lungo gli Champs-Élysées, incontro alla sconfitta definitiva, ma sempre in piedi. La vicenda si snoda per associazioni, proprio come in un sogno, su di una musica morbida e lenta. La canzone ha vinto il premio “Miglior canzone dell’anno” secondo i lettori del quotidiano La Stampa”.

(Wikipedia, voce Pezzi (Francesco De Gregori))

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“Gambadilegno è, secondo le indicazioni che lo stesso De Gregori ha fornito, un soldato ferito, reduce della guerra di Corea oppure della guerra del Vietnam. Questo soldato non è reduce – come si potrebbe pensare – della seconda guerra mondiale, «per noi troppo remota», dice De Gregori, «né più attuale, perché la sua ferita è rimarginata da tempo» (mentre le guerre di Corea e del Vietnam ci richiamano alla mente guerre più vicine). Quindi ovviamente Gambadilegno non fa riferimento al personaggio del fumetto di Topolino, ma diventa – con la figura retorica dell’antonomasia – un nome che indica il ferito con la protesi al posto della gamba. La canzone ha come sfondo un dopoguerra a Parigi, dove Gambadilegno, proveniente da New York, si reca perché nella capitale francese costruiscono delle prodigiose protesi per mutilati.
La canzone comincia con il sogno di Atene, che il reduce fa probabilmente nel suo albergo. Atene è un simbolo: culla della democrazia, giardino dei dibattiti filosofici, patria antica della libertà (De Gregori dice che noi come occidentali «siamo nati lì»), da sempre è vista in antìtesi con Sparta, città simbolo di guerra e di regime militare. E quindi questo reduce, fortemente ferito fuori e dentro dalla guerra, sogna Atene. E a questa visione si collegano altre visioni che procedono tutte per associazioni junghiane.
Nei versi “e la sua bocca spalancata / e la sua mano da riscaldare / e la sua vita stonata“, con la ripetizione di e la sua in inizio di verso, è contenuta quella figura retorica detta anafora, che serve a rimarcare un concetto. Tutte le attribuzioni mostrano la fragilità del personaggio, che si sente debole e al freddo. La stagione presente è – come si vede dopo – l’inverno. Gambadilegno non solo si sente al freddo, ma anche privo di armonia: in mezzo agli altri “dritti” contro il destino lui si sente sbilenco; tante parole anche dopo fanno riferimento a questa sua “disarmonia e debolezza”. La disarmonia e il gelo vengono subito ribaditi.
E quel suo mare senza onde / e la riva gelata“: il mare senza onde dal punto di vista psicanalitico rimanda sicuramente a una sessualità inappagata e disarmonica. Ma la cosa più sorprendente appare al verso “e allora sognò Atene / sotto una nevicata“, dopo la ripetizione del verso iniziale e alla fine della prima strofa. La posizione di questi versi in fine di strofa sta a sottolineare ancora di più l’ossimoro contenuto in essi: tale figura retorica comporta una “stonatura”, dove sono messi vicini due elementi che insieme non dovrebbero stare, perché si dovrebbero logicamente escludere. Dice lo stesso De Gregori: «Atene è uno stranissimo luogo dove far nevicare». Probabilmente nevica a Parigi mentre Gambadilegno sogna, quindi in un certo senso egli davvero sogna Atene «sotto una nevicata». In ogni caso si noti fin da ora che la canzone è il luogo ideale delle antìtesi (perché anche l’ossimoro comporta una antìtesi). E, proprio perché le antìtesi implicano una disarmonia, sono qui le figure idonee a far da contrappunto a questo reduce, che si sente fuori luogo, stonato, disarmonico, inadeguato, reduce da una battaglia persa e ferito in tutti i sensi.
All’inizio della seconda strofa il cantautore si rivolge idealmente al pubblico e dice Guardalo come cammina, verso che ricorre identico anche all’inizio della quarta ed ultima strofa. Guardalo regge tutte le subordinate di cui è fatta la seconda strofa, per indicare quanto Gambadilegno sia impacciato, specie in questa città, che è città dell’eleganza, dell’arte e dell’erotismo, insomma piena di vivacità. Quindi Gambadilegno appare investito da tutte le luci di questa città e sicuramente ne esce confuso, goffo, barcollante, frustrato ancora una volta.
In questa seconda strofa appaiono degli elementi preziosi a vari livelli di analisi, per capire questa canzone sia nel contenuto sia nel linguaggio. È noto che De Gregori usa sempre il linguaggio semplice del parlato, che sia però un parlato comune e per lo più “impermeabile” ai regionalismi. Si pensi a cosa vogliono dire le frasi “ballare la samba”, “inciampare in ogni spigolo” e “guidare una banda” senza che siano prese alla lettera, dal momento che non sono qui usate in senso stretto. Infatti non si può pensare che a Parigi Gambadilegno, impacciato e claudicante, si imbatta in ballerine di samba e in una banda. Invece il reduce sarebbe ballerino di samba, perché ha il classico “recurvatum” eccessivo sulla gamba ferita, con un saliscendi delle anche che sembra quasi un ballo. La banda sarebbe invece genericamente la folla della grande città. La specola da cui si guarda è piena di compassione, specialmente perché emerge un elemento nuovo, che – senza essere spiegato – percorre in silenzio, ma in maniera rilevante, tutto il testo della canzone: Gambadilegno sarebbe innamorato, se ne va in giro così sgraziato e goffo con un sogno d’amore nel cuore. Uno stato di grazia dentro ad un corpo privo di grazia: un’altra antìtesi.
Per quanto riguarda il linguaggio di De Gregori, che abbiamo detto avere i connotati del parlato di uso popolare, si vedano alcune espressioni significative dal cd Pezzi: 1) in Tempo reale: «Paese di uomini tutti d’un pezzo / che tutti hanno un prezzo / e niente ci ha un valore» (ovviamente da pronunciare cià; apprezzabile questa grafia in luogo dell’oggi comune c’ha); 2) in Il panorama di Betlemme: (si tratta di un soldato probabilmente palestinese, ma potrebbe essere anche ebreo, sullo sfondo della spianata delle moschee) « e dice “Signore ti prego / lasciami respirare / lasciami un po’ riposare / prima che devo morire” (indicativo invece del congiuntivo dipendente)».
La terza strofa è la strofa centrale ed ha una “personalità” propria nella canzone, mentre la prima strofa e la quarta iniziano con E allora sognò Atene e la seconda e la quinta con Guardalo come cammina (proseguendo con …e come…). Quindi la terza strofa, unica fra tutte, inizia con Portami via, che appare in anafora coi versi “portami via da questo inverno / portami via da qua“; un’altra anafora è ai versi “da questa pubblica città / da questo albergo tutto fatto a scale / da questa umidità” con da questo / -a. Si tratta delle parole dello stesso Gambadilegno, che vuole essere salvato.
Gambadilegno si rivolge ad una visione nel suo sogno e le chiede di portarlo via da quell’albergo umido e tutto a scale (cioé economico e privo di ascensore). Dice De Gregori: «Gambadilegno va nella città dove fanno le migliori gambe del mondo e incontra una dottoressa che conosce l’inferno e che potrebbe portarlo via da quell’inverno. E la notte, prima di cambiarsi la gamba, nell’umidità di un albergo da poco e senza ascensore, quel soldato sogna Atene…». Non pochi pensano che il reduce si sia innamorato di una dottoressa o di una infermiera, ma si potrebbe anche pensare che si tratti di una anticipazione del sogno che viene dopo, e che si tratti – forse – di una infermiera, chiamata magari April, incontrata nell’ospedale militare, che conosce l’Inferno del Vietnam o della Corea e che con il suo amore potrebbe portarlo via da quel gelo materiale e morale.
Forse c’è anche una sovrapposizione di più donne: non si può dire con certezza. Alcuni pensano che si tratti addirittura del mese di aprile, invocato dal reduce, perché venga a portarlo via dal freddo invernale. Però chi sta vicino a De Gregori ci avverte che la canzone è una accumulazione di visioni avute in sogno, quindi va avanti per associazioni inconsce e non si può avere la certezza del corrispettivo reale delle visioni.
Quasi a riprova della mia personale interpretazione nella strofa seguente appaiono tutta una serie di visioni legate alla convalescenza in un primo momento e al dopoguerra in un secondo, dove è presente anche qualche elemento di speranza e di conforto. Si noti dunque che è ripetuto il verso iniziale. La guerra nelle canzoni di De Gregori ha il potere di fornire ancora più valore alla vita, perché di fronte alle atrocità della guerra nasce un maggiore attaccamento alla vita (ma questo succedeva anche in Ungaretti). E anche nelle canzoni di denuncia in rapporto ai difetti dell’Italia, il cantautore appare mosso dalla speranza di una sempre maggiore emancipazione. Insomma, nella critica e nelle visioni negative di De Gregori predomina sempre un atteggiamento affettuoso verso gli individui e la gente.
Tornando alle canzoni dominate dal motivo della guerra, accanto a scene di soldati sofferenti si notano visioni di amore, stati di grazia e corteggiamenti, come in Generale: «che la guerra è bella anche se fa male / che torneremo ancora a cantare / e a farci fare l’amore, l’amore / dalle infermiere». Un altro motivo importante è quello del tempo crudele, il tempo “che ti rema contro”, quando “tu vorresti fermarti” per sviluppare liberamente un amore, che è libera espansione verso la vita, e invece il tempo e le circostanze decise da altri lo impediscono. E però questo amore diventa ancora più forte e sentito perché contrastato. Quanto alla crudeltà del tempo, si veda Parole a memoria, sempre nel cd Pezzi: «Poi d’improvviso, tutti gli anni per terra / come i capelli dal barbiere, / come la vita che non risponde / e il tempo fa il suo dovere. / […] Che certamente non aveva senso / o aveva senso trovarci allora? / Se tutto quanto era già stato detto / o c’erano cose da dire ancora? / Ma non avevo tempo da perdere / e tu, tempo da dare…».
Tornando a questa canzone, si noti al verso “ed un ombrello sulla spiaggia” il cenno non innocuo ad un ombrello restato sulla spiaggia: le spiagge sono per De Gregori da sempre luoghi dove si attua l’amore (Buonanotte fiorellino: «e l’anello resterà sulla spiaggia»). Qui sulla spiaggia resterà un ombrello che, unitamente ai soldati carichi di pioggia, rimanda alle piogge del Vietnam o della Corea.
Nell’ultima strofa, che – come s’è detto – ha lo stesso incipit della seconda, abbiamo la rinascita del nostro anti-eroe che è diventato eroe coraggioso, tutto impettito verso la sua nuova vita. Gambadilegno, con un’altra antonomasia, diventa qui Lazzaro di Notre Dame, perché con la gamba nuova (a anche con la sua speranza d’amare) è resuscitato come il Lazzaro evangelico. Sta dritto nella tempesta alla fermata del tram, perché probabilmente ora può finalmente appoggiarsi più sicuro alla protesi nuova e forse anche il suo spirito è diverso. In ogni caso deve chiamare un taxi, dove si mette davanti perché dietro non c’è abbastanza spazio. Ma Gambadilegno procede marziale, deve procedere con rinnovata speranza. È quasi una uscita di scena trionfale lungo gli
Champs Elysées, per lui che prima ha dovuto subire la sconfitta e la mutilazione.
Un’ultima notazione, di carattere squisitamente linguistico: nell’ultima strofa ci sono nomi e verbi stranieri e anche prestiti per lo più dal francese, che De Gregori integra o non integra in italiano, anche a seconda dell’opportunità della rima o della musicalità: ai versi “dai Campi Elisi alla Grande Arche / Gambadilegno avanti avanti /avanti marsch!” abbiamo tassì in luogo del più comune taxi, e così pure gli Champs Elysées sono italianizzati in Campi Elisi, mentre la Grand Arche rimane tale perché deve fare rima con avanti marsch! Ai versi precedenti, Notre Dame è in rima con tram”.

(Sandra Rizzardi, Commento a Francesco De Gregori, Gambadilegno a Parigi, lezione all’Università di Bologna)

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