Fabrizio De André – Canzone del Maggio (testo)

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“Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente
le fabbriche riapriranno
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate
voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri
senza le barricate
senza feriti, senza granate
se avete preso per buone
le verità della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti”.


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Fabrizio De André, Canzone del Maggio – 2:30
(musica: Fabrizio De André, Nicola Piovani; testo: Fabrizio De André, Giuseppe Bentivoglio)
Album: Storia di un impiegato (1971)

Cover in lingua italiana liberamente tratta dal brano Chacun de vous est concerné di Dominique Grange (1968).

Brano inserito nella rassegna My dear month. Le canzoni dedicate ai mesi di InfinitiTesti.

Per altri testi, approfondimenti e commenti, guarda la discografia completa di Fabrizio De André.

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Citazioni.

“Il primo brano, Canzone del maggio, è liberamente tratto da un canto del maggio francese del 1968 di Dominique Grange, il cui titolo è Chacun de vous est concerné. Quando De André si mise in contatto con lei per pubblicare il pezzo, la cantante francese glielo regalò, non chiedendogli nemmeno i diritti d’autore. Della Canzone del maggio esiste una versione dal testo differente (e lontano dalla traduzione letterale dell’originale), presentata a volte dal vivo dal cantante genovese; di questa versione esiste una registrazione pubblicata dalla Produttori Associati in una cassetta antologica Stereo 8. Il ritornello di questa versione recita “Voi non avete fermato il vento, gli avete fatto perdere tempo“; sono presenti inoltre altre differenze. La canzone è stata reinterpretata nell’album Mille papaveri rossi da Alberto Cesa e i Cantovivo, mentre in Canti randagi è stata tradotta in Lombardo dai Barabàn“.

(Wikipedia, voce Storia di un impiegato)

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“Un’armonica a bocca crea il continuum musicale tra il preludio e il primo brano dell’album: Canzone del Maggio.
La scelta di evitare qualsiasi soluzione di continuità nella musica conferisce a tutta la parte iniziale dell’opera – purché si sia disposti a farsi coinvolgere – una carica particolare. Essa trasmette l’eccitazione di uno stimolo, più che le considerazioni di un preambolo. La stessa armonica a bocca – poi accompagnata via via, in progressione, da altri strumenti – concatenerà tutte le strofe della canzone. Il motivo musicale è ad un tempo orecchiabile e trascinante. Non a caso è ispirato, così come il testo, a una vera canzone di lotta, intonata dagli studenti durante il maggio francese.
Fabrizio De André non ha mai presentato questo pezzo nei suoi concerti ma, se oggi fosse ancora tra noi non potrebbe esimersi dal farlo, tanto è impressionante il ripetersi di certi fatti (n.d.r. l’Autore si riferisce, con buona probabilità, ai fatti accaduti durante il G8 di Genova). Avvolti in una musica semplice e coinvolgente, tipica delle canzoni di lotta, si ripercorrono le varie fasi della rivolta.
L’avvio denuncia quella sorta di selezione sociale per cui al benpensante o al timoroso spetta la parte di chi si tira indietro e, per mettere a tacere eventuali recriminazioni da parte della propria coscienza, si autoritiene totalmente estraneo ai fatti contingenti. […]
Le ultime due righe della prima strofa, poi ripetute anche nelle successive, con leggere ma pregnanti modifiche che le adattano al procedere di questo formidabile atto di accusa, segnano lo scopo dell’intero album, sintetizzandone il messaggio. Nessuno ha il diritto di chiamarsi fuori dal degenerarsi di una società di cui lui stesso, bene o male, poco o tanto che sia, è un’espressione.
Una considerazione del genere è eterna, perché costante è il modo d’essere e costanti gli atteggiamenti di chi, messo a cuccia con qualche simbolo del falso benessere – la “millecento” nel 1968; altri oggetti-simbolo in altri tempi, con altre mode – è ben felice di vivere la propria connivenza, contribuendo a conservare (annuendo) lo stato di cose.
Ogni turbamento costoro cercano di viverlo in apnea, fidando nell’occasionalità e transitorietà degli eventi […]
Agli occhi di un benpensante una canzone del genere semplicemente non ha senso. Il suo modo di pensare è ben diverso. “Perché ribellarsi al benessere? Alla realizzazione concreta del consumismo per tutti (o quasi)? Non può che essere il gioco di qualche giovane esagitato a mettere in dubbio l’equanimità dell’assetto democratico. E, in quel gioco, una persona perbene non deve lasciarsi coinvolgere. Anzi, è tenuta a condannarlo o a deriderlo per quanto dimostra d’essere insulso”. […]
“Vogliono giocare fino a questo punto? Siano loro per primi disponibili a viverne le conseguenze. Sarebbe stato sufficiente fossero rimasti a casa. Avrebbero evitato quelle bastonate che qualsiasi individuo di buonsenso poteva prevedere nei confronti di chi mette a repentaglio l’ordine costituito.
Chiunque, vedendo per televisione i filmati dei disordini, delle barricate, delle distruzioni; sentendo i commenti delle persone più equilibrate e indipendenti; traendo da tutto ciò un giudizio da persona che ama la tranquillità e la pace, non può che provare paura e disgusto; e auspicare che chi di dovere rimetta le cose a posto”. […]
“Ordine ci vuole. Inflessibilità e ordine. Due ingredienti di cui il vivere sociale oggi non può fare a meno. Per questo è un dovere e un imperativo, per chi ritiene di essere una persona perbene, il dare il voto – com’è accaduto in Francia – a chi promette di ristabilire la sicurezza e la disciplina”. […]
Ben sapendo quanto ogni buon borghese o piccolo borghese sia distante da una disponibilità a cambiare il proprio modo d’essere, la Canzone del maggio si conclude con un appuntamento nel futuro e una promessa: “verremo ancora alle vostre porte / e grideremo ancora più forte”. È in questa promessa che si colloca la speranza di quel movimento, pur con i suoi eccessi, le sue ingenuità e le sue vittime.
Contro “la paura di cambiare” prende comunque posizione una schiera non istituzionalizzata di volontà individuali.
Queste istanze, che si ripetono nel tempo, rappresentano il motore dell’evoluzione sociale”.

(Enrico Grassani, Fabrizio De André – Anche se voi vi credete assolti… – Attualità del messaggio poetico e sociale, Edizioni Selecta, 2002, pag. 47-48).

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