“Dimmi Tiresia
dal regno dove mai
nessuno si è recato
versami il sangue
scavami un botro
un buco per sbirciare
tra il mio destino e il Fato
bevi il mio sangue
che porti alla memoria
la coscienza di chi ero e sono stato

Ma è meglio sapere o non sapere
aver la conoscenza
sapere o non sapere
quello che poi mi sporcherà
dimmi Tiresia
affido a te il mio viaggio
alla tua sentenza
tu che già sai
com’è filato il mio cammino
sapere o non sapere
se la donna mia mi aspetta se è fedele
sapere o non sapere

Dimmi Tiresia
quali stratagemmi dovrò ordire
in quale forma mi dovrò nascondere
dimmi Tiresia
ma è meglio sapere o non sapere
e non poter più credere
sapere e poi dovere
portare fino in fondo il compito

Dimmi Tiresia
è duro profetare
la conoscenza è distanza che separa
la fatica di conoscere
è più grande fatica di essere creduti?
Dimmi Tiresia
tu che dimentichi e ricordi e poi dimentichi
e così purifichi
a che mi servirà sapere
saper il mio destino come già deve compiersi
e poi non esser più creduto dai compagni
soltanto dai segni nei sogni

Dimmi Tiresia
togli la sete
conoscilo e poi scordalo
bevi di questo Lete
conoscilo e poi scordalo
la conoscenza è niente senza fede
conoscilo e poi scordalo
la conoscenza è niente senza fede
la conoscenza è niente senza fede

Vai oltre il ritorno
porta sulle spalle un remo
abbandona la casa e vai errante nel sole
fino a gente che non batte il dorso del mare
che non conosce cibi conditi col sale
che confonderà il remo con un ventilabro
un rastrello per spargere intorno sementi
per pettinarle nelle crine dei venti
lì lo poserai offrirai sacrifici
la morte ti coglierà dal mare
consunto da splendente vecchiezza
tra gente felice attorno
questo ti dico senza tema né dubbio”.

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Vinicio Capossela, Dimmi Tiresia – 4:47
(Vinicio Capossela)
Album: Marinai, profeti e balene (2011)

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate ai personaggi letterari o di fantasia di InfinitiTesti.

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Riferimenti.

E’ un brano ispirato alla figura dell’indovino Tiresia, che troviamo nell’Odissea, Libro XI, dove, dopo aver bevuto il sangue nero portato da Ulisse, predice a quest’ultimo il futuro.

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Citazioni.

“Tiresia è una figura della mitologia greca. Il celebre indovino era figlio di Evereo, della stirpe degli Sparti, e della ninfa Cariclo. Tiresia ebbe una figlia, Manto, anche lei indovina. I miti su Tiresia sono molti. Uno dei più diffusi racconta che, passeggiando sul monte Cillene (o secondo un’altra versione Citerone), vedendo due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo. Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l’uomo o la donna. Non riuscendo a giungere a una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo sia donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l’indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni: gli dei greci, infatti, non possono cancellare ciò che hanno fatto o deciso altri dei.
In altre versioni del mito fu la stessa madre a chiedere il dono della profezia, dopo che la dea Atena lo aveva accecato per punirlo di averla vista nuda mentre faceva il bagno. Nel corso dell’attacco degli Epigoni contro Tebe, Tiresia fuggì dalla città insieme ai tebani; sfiancato si riposò nei pressi della fonte Telfussa dalla quale bevve dell’acqua gelata e morì. In un’altra versione l’indovino, rimasto a Tebe con la figlia Manto, venne fatto prigioniero e mandato a Delfi con la figlia, dove sarebbero stati consacrati al dio Apollo. Tiresia morì per la fatica durante il cammino. L’anima di Tiresia, una volta entrata nell’Ade, conservò i poteri divinatori, come constatato da Ulisse in occasione dell’evocazione dei morti secondo quanto riferito da Omero nell’Odissea. La storia di Tiresia è narrata tra gli altri da Ovidio nelle Metamorfosi e da Stazio nella Tebaide.
Dante Alighieri lo cita vicino al suo rivale in divinazione nella guerra di Tebe, Anfiarao, tra gli indovini nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio dei fraudolenti nell’Inferno (XX, 40-45). Il poeta fiorentino tuttavia non fa accenno alle sue arti divinatorie ma al solo prodigio del cambio di sesso dovuto all’aver colpito i due serpentelli, azione che rese necessario colpirli di nuovo sette anni dopo. Probabilmente l’intento di Dante è limitato a deprecare le attività dei maghi, i quali talvolta adulterano le cose naturali con il loro intervento. Tiresia è condannato a vagare eternamente con la testa ruotata sulle spalle, che lo obbliga a camminare indietro in contrappasso con il suo potere “preveggente” avuto in vita. Anche sua figlia Manto si trova nello stesso girone”.

(Wikipedia, voce Tiresia)

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