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“Eu que já andei pelos quatro cantos do mundo procurando, foi justamente num sonho que Ele me falou

Às vezes você me pergunta
por que é que eu sou tão calado
não falo de amor quase nada
nem fico sorrindo ao teu lado

Você pensa em mim toda hora
me come, me cospe, me deixa
talvez você não entenda
mas hoje eu vou lhe mostrar

Eu sou a luz das estrelas
eu sou a cor do luar
eu sou as coisas da vida
eu sou o medo de amar

Eu sou o medo do fraco
a força da imaginação
o blefe do jogador
eu sou, eu fui, eu vou

Gita! Gita! Gita!

Eu sou o seu sacrifício
a placa de contra-mão
o sangue no olhar do vampiro
e as juras de maldição

Eu sou a vela que acende
eu sou a luz que se apaga
eu sou a beira do abismo
eu sou o tudo e o nada

Por que você me pergunta?
Perguntas não vão lhe mostrar
que eu sou feito da terra
do fogo, da água e do ar

Você me tem todo dia
mas não sabe se é bom ou ruim
mas saiba que eu estou em você
mas você não está em mim.

Das telhas eu sou o telhado
a pesca do pescador
a letra A tem meu nome
dos sonhos eu sou o amor

Eu sou a dona de casa
nos pegue pagues do mundo
eu sou a mão do carrasco
sou raso, largo, profundo

Gita! Gita! Gita!

Eu sou a mosca da sopa
e o dente do tubarão
eu sou os olhos do cego
e a cegueira da visão

Eu!
Mas eu sou o amargo da língua
a mãe, o pai e o avô
o filho que ainda não veio
o início, o fim e o meio
o início, o fim e o meio
eu sou o início
o fim e o meio
eu sou o início
o fim e o meio”.

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Traduzione.

“Dopo che ho viaggiato ai quattro angoli del mondo cercando, è poi stato in sogno che Lui mi ha parlato

A volte mi chiedi
perché sono così silenzioso
non parlo d’amore quasi per niente
né sto al tuo fianco sorridendo

Tu pensi a me in ogni momento
mi mangi, mi sputi, mi lasci
forse tu non capisci
ma oggi ti voglio spiegare

Io sono la luce delle stelle
io sono il colore del chiaro di Luna
io sono le cose della vita
io sono la paura d’amare

Io sono la paura del debole
la forza dell’immaginazione
il bluff del giocatore
io sono, io fui, io vado

Gita! Gita! Gita!

Io sono il tuo sacrificio
il segnale divieto d’accesso
il sangue nello sguardo del vampiro
e gli anatemi di maledizione

Io sono la candela che accendi
io sono la luce che si spegne
io sono l’orlo dell’abisso
io sono il tutto e il niente

Perché mi fai domande?
Le domande non ti mostreranno
che io sono di terra
di fuoco, di acqua e di aria

Tu mi hai tutto il giorno
ma non sai se è bene o male
ma sappi che sono in te
ma tu non sei in me

Delle tegole io sono il tetto
la pesca del pescatore
la lettera A ha il mio nome
dei sogni io sono l’amore

Io sono la casalinga
nei self-service del mondo
io sono la mano del boia
sono basso, largo, profondo

Gita! Gita! Gita!

Io sono la mosca nella minestra
e il dente del pescecane
io sono gli occhi del cieco
e la cecità della visione

Io!
Ma io sono l’amaro in bocca
la madre, il padre e il nonno
il figlio non ancora arrivato
l’inizio, la fine e il mezzo
l’inizio, la fine e il mezzo
io sono l’inizio
la fine e il mezzo
io sono l’inizio
la fine e il mezzo”.

(Traduzione a cura di Giuliano Lotti)

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Raul Seixas, Gita – 4:50
(Raul Seixas, Paulo Coelho)
Album: Gita (1974)

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Riferimenti.

Gita” è il maggior successo discografico del cantante Raul Seixas, prematuramente scomparso nel 1989, ed è ispirata al testo sacro dell’induismo Bhagavadgītā (che compone parte del VI parvan del grande poema epico Mahābhārata). Siamo nel 1974, all’epoca Coelho era un infervorato seguace dell’occultista Aleister Crowley, ed entrambi gli autori erano appassionati del movimento hippie. Trattando un argomento poco conosciuto in Occidente, qualche chiarimento in merito ad alcuni riferimenti e passaggi potrà risultare utile.
Il testo si compone di 13 strofe; nella prima a parlare è l’uomo; nelle restanti 12 strofe è la divinità che parla di sé, così come nel Bhagavadgītā Krishna si descrive al suo discepolo Arjuna. Il dodici rappresenta la realizzazione, la conclusione di un ciclo a cui segue un nuovo inizio (i mesi dell’anno, la suddivisione del cielo nei segni zodiacali, ecc.). Nella strofa introduttiva, vediamo che esplorare il mondo viaggiando per i suoi quattro angoli, i quali rimandano alle quattro funzioni con cui si orienta la coscienza (i sensi, l’intuizione, i sentimenti e il pensiero), secondo i due autori sarebbe inutile: la conoscenza arriva attraverso un sogno, cioè tramite un evento che non dipende dalla volontà individuale e non appartiene al mondo reale. Attualmente i sogni sono considerati un prodotto effimero della psiche umana, ma per le “antiche sapienze” – tanto care alla mentalità new-age che in quegli anni era di gran moda – il sogno era considerato come annunciatore del destino o manifestazione dell’intervento di dio nella vita dell’uomo. Questa introduzione diverrà in seguito il tema del libro di maggior successo di Paulo Coelho, L’alchimista.
La seconda strofa dà inizio all’insegnamento, e come prima cosa vediamo “Lui” che stigmatizza l’idea che dio debba essere come a noi farebbe piacere: un padre benevolo e sorridente che ci sta vicino per proteggerci. In sostanza, la divinità non è un dio creato a immagine e somiglianza dell’uomo, come appare nelle tre religioni testamentarie.
Nella terza strofa, “Tu pensi a me in ogni momento / mi mangi, mi sputi, mi lasci“, abbiamo la rivelazione di una divinità panteistica, che risiede in ogni cosa o essere vivente del creato. “Io sono la luce delle stelle / io sono il colore del chiaro di Luna …“. Lo stile dichiarativo ricalca quello del Bhagavadgītā: “Io sono il sapore dell’acqua che bevi; io sono lo splendore del Sole e della Luna” (6:8). La prima autoqualifica di dio ha per oggetto le stelle, che sono state le prime osservazioni studiate dalle civiltà più antiche, e venivano identificate con gli dei. Secondo credenze mitologiche, stelle e divinità determinerebbero il destino dell’uomo.
Nella quinta strofa, dopo una contrapposizione tra la paura del debole e la forza dell’immaginazione, che costituiscono la prerogativa del bravo giocatore (prende coscienza della debolezza delle carte, usa la forza dell’immaginazione per attuare il bluff), c’è il verso “io sono, io fui, io vado“. Oltre a richiamare un noto versetto dell’Apocalisse di Giovanni (“Colui che è, che era e che viene“; 1:8), questo verso contiene un gioco di parole intraducibile in italiano. Si tratta della transizione del verbo essere nel verbo andare: in portoghese “fui” può essere il passato remoto sia del verbo essere che del verbo andare, per cui ne risulta la struttura Eu sou-essere, eu fui-essere/andare, eu vou-andare.
Della sesta strofa vediamo i quattro versi cominciando dal primo. “Io sono il tuo sacrificio” è una citazione del testo indù (9:15-16): “Molti di coloro che mi riconoscono come l’Uno, l’Indivisibile, immanente in tutte le cose e trascendente ad esse, mi offrono il sacrificio della conoscenza. Io stesso sono questo sacrificio e la preghiera, l’offerta e la benedizione; io sono l’oblazione e il profumo e il fuoco sull’altare“. Il “segnale divieto d’accesso” rappresenta un limite. Per capirne il senso è necessario richiamare la mal compresa nozione di “eternità”, che solitamente viene intesa come durata illimitata, equivocando l’Eterno come somma di tutti i tempi e l’Infinito come somma di tutti gli spazi. Secondo gli interpreti del testo sanscrito, in realtà l’Eterno sarebbe la negazione di una qualsiasi porzione di tempo, e l’Infinito di ogni porzione di spazio. Per cui, quando Lui afferma di essere un segnale di divieto d’accesso, quindi un limite, sta in realtà negando – per chi crede a questi sofismi orientali – l’esistenza dello spazio finito, dato che la sua essenza è di infinito. Un concetto che farà inorridire Euclide. Passiamo a “il sangue nello sguardo del vampiro“. Il sangue è universalmente considerato veicolo di vita e sua essenza; fin dall’antichità è richiesto per un giuramento che lega per la vita, o per riparare un torto a costo della vita. Per quanto riguarda lo sguardo: affascina, seduce, intimorisce, fulmina, esorta, consola; lo sguardo rivela qualcosa dell’animo di chi guarda e di chi è guardato. È stato detto che lo sguardo altrui è uno specchio che riflette due anime. Secondo il Dizionario dei simboli (J. Chevalier e A. Gheerbrant, Rizzoli, 1999) il vampiro rappresenterebbe colui che incolpa gli altri dei propri fallimenti in quanto divora e tormenta sé stesso. In sostanza è colui che è nocivo a sé e agli altri, e quando l’uomo accetterà la sua mortalità, il vampiro scomparirà (sempre secondo Chevalier e Gheerbrant). Tornando al testo di Seixas e Coelho, il sangue nello sguardo del vampiro indica la sua sete di sangue altrui e l’imminenza dell’attacco, e il suo sguardo ipnotico domina la vittima. Il sangue chiama sangue; il problema del Male che è stato rimosso dal cristianesimo (la scappatoia proposta da Sant’Agostino, che identifica il male come mancanza del bene, è un risibile espediente dialettico che stride con la logica) viene invece accettato con naturalezza nel Bhagavadgītā. Infine “gli anatemi di maledizione” sono l’espressione dell’odio che può attanagliare l’animo umano, il desiderio che l’insuccesso colpisca qualcuno, e sono l’opposto della benedizione. Entrambe, la maledizione e la benedizione, sono tradizionalmente attribuite al destino così come alla volontà divina, che colpisce con l’anatema chi si allontana dal suo volere. La particolarità di questa strofa è che i primi due versi trattano del trascendente, i restanti due dell’immanente.
Io sono la candela che accendi / io sono la luce che si spegne / io sono l’orlo dell’abisso / io sono il tutto e il niente“. Qui la divinità gioca con le sue identità: prima è la candela e poi è la luce; ora è il tutto poi il niente. Un verso ben riuscito è il terzo, “io sono l’orlo dell’abisso“: dio non è l’abisso ma il suo bordo. In pratica non è la terra (che finisce con l’abisso) e non è l’abisso stesso; se ne conclude che è entrambi.
Perché mi fai domande? / Le domande non ti mostreranno / che io sono di terra / di fuoco, di acqua e di aria“: se l’uomo occidentale non si libera della logica aristotelica, se non svuota la sua mente dalle convinzioni acquisite, non avrà la possibilità di porre delle domande ben formulate che lo portino alla vera conoscenza (che a chi scrive sembra un modo troppo semplice di evitare le domande che evidenziano una contraddizione).
Nella nona strofa viene riproposto il concetto espresso nella terza: Lui ti è più vicino di quanto pensi (“Tu mi hai tutto il giorno“). Tuttavia l’uomo non è in grado di sapere se questo è buono o cattivo, è bene o male, perché la volontà divina persegue propositi che l’uomo non è in grado di comprendere. La strofa si chiude con il verso “ma tu non sei in me“, e non potrebbe essere altrimenti, se no divinità e uomo sarebbero la stessa entità e non potrebbe esistere tra i due un processo dialettico di crescita e soteriologico.
La decima strofa si apre con “Delle tegole io sono il tetto“: della tegola, ossia del singolo, Lui è la collettività, l’insieme dell’umanità. In merito a “la lettera A ha il mio nome” si tratta di un’inversione: la frase è al contrario di come ce la aspetteremmo: il mio nome ha la lettera A, che è la prima dell’alfabeto e solitamente usata per rappresentare l’inizio (“Io sono l’Alfa e l’Omega“; Apocalisse di Giovanni; 1:8). “Dei sogni io sono l’amore“, è un verso assai poco gradito alle religioni istituzionali. È come se gli autori facessero affermare alla divinità “Io sono te stesso“, affermazione a cui aggiungere – come abbiamo appena visto – “e sono anche tutti gli altri“, per cui dio non si incontra nelle chiese, templi o sinagoghe, e soprattutto rende superflue questioni come il clero o le indulgenze a pagamento.
Nell’undicesima strofa troviamo “Io sono la casalinga“, metafora della persona perbene, consapevole dell’importanza delle proprie azioni. Nei testi di diritto si evoca la “diligenza del buon padre di famiglia”. “Io sono la mano del boia“: mentre nella virtù dio è la casalinga (e non solo una sua parte), nel male è solo la mano del boia (e non il boia), per cui l’enfasi ricade sull’azione compiuta e non sulla persona (il boia). Pertanto non è il carnefice a che fa soffrire o morire ma è Lui stesso.
Io sono la mosca nella minestra“. L’intera dodicesima strofa riafferma l’aspetto tenebroso della divinità. Una mosca nella pietanza è rivoltante, è un minuscolo elemento che non sporca l’intero piatto, ma evoca un concetto di contaminazione che rovina il tutto. Al contrario della metafora complementare e opposta della ciliegia sulla torta, espressione che denota il completamento con qualità ottimale di un lavoro, la mosca nel piatto suggerisce l’idea di un avvenimento che stava procedendo per il meglio ma che sul finire si trasforma in una completa rovina. La vita è una ruota che gira, per questo è un dio che è l’Alfa e l’Omega, l’abbondanza e la carestia, il bene e il male. Il dente del pescecane ha praticamente lo stesso simbolismo della mano del boia, dato che è funzionale all’organo che sbrana ma non è l’organo stesso. Gli “occhi del cieco” sono gli altri sensi (udito, olfatto, tatto, ecc.), mentre l’ossimoro “la cecità della visione” rappresenta l’intuizione, che per essere captata richiede l’attenuazione delle informazioni derivanti dagli altri sensi, al fine di ottenere una percezione vaga, da lontano, che non sovrasti il presentimento che sorge dall’inconscio. Questa cecità della visione può anche richiamare una cecità spirituale, riferita all’ignoranza di chi non vede la “verità”: i Veda, di cui fa parte il Bhagavadgītā, sono uno sterminato racconto epico il cui titolo significa visione.
Arriviamo alla strofa conclusiva. “Ma io sono l’amaro in bocca“: l’amaro è normalmente rigettato e quindi poco conosciuto, ma fa parte anche lui di ciò che è, e la sua conoscenza completerebbe la verità. È “la madre, il padre e il nonno“, per cui trascende il genere sessuale e le generazioni. È “il figlio non ancora arrivato“, ossia ciò che ancora non si è manifestato, che esiste solo potenzialmente. È “l’inizio, la fine e il mezzo“. Al solito Alfa e Omega, inizio e fine, viene aggiunto il mezzo, il processo che si evolve tra l’inizio e la fine, per cui dio è l’energia, la vita, che unisce i due poli.

Nel settembre 2013, Bruce Springsteen ha reso omaggio a Raul Seixas aprendo il concerto tenuto a San Paolo cantando in portoghese Sociedade Alternativa, un’altra celebre canzone di Seixas (e Coelho) del 1974.

(Giuliano Lotti, 26 marzo 2016)

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Brano proposto da: Arturo Bandini e Giuliano Lotti
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