Brucia Troia (Vinicio Capossela): significato, analisi e testo.
Seconda traccia di Ovunque proteggi (2006), “Brucia Troia” è una baldoria mitologica che nasconde, sotto il fragore da taverna, uno dei testi più feroci e intimi di Vinicio Capossela. Il mito troiano vi funziona da metafora coniugale: l’amore di coppia è un assedio decennale, la nascita di un figlio è il cavallo introdotto con l’inganno dentro le mura, e l’incendio finale è insieme rovina e desiderio, come dichiara l’ultimo verso (“come io brucio per te“). Attorno a questo nucleo – la gelosia del padre spodestato dal neonato, salutata con l'”orrore” di conradiana memoria – il testo accumula allusioni all’androgino platonico, alla Colchide di Medea, ai compagni di Ulisse mutati in porci, fino alla confessione centrale dell’io come Minotauro chiuso nel proprio labirinto.
Testo.
“Eccola viene
ha quattro braccia e due teste
quattro gambe e due teste
ora che lei
ha quattro occhi e due teste
ha quattro mani e due teste
Ed eccolo il figlio
che ti scaccerà
che ti ucciderà
che si prenderà
il tuo posto nel mondo
come ora si è preso
la carne di lei
come ora ha rubato
l’amore di lei
già ti ha rubato
lo sguardo di lei
con lui già ti tradisce
con lui già ti tradisce
L’orrore l’orrore l’orrore
l’orrore l’orrore l’orrore
Barbari della Colchide
i vapori s’alzano nell’ombra
Il cavallo di Troia è ciucco
come il mio ciuffo
il cavallo di Troia è ciucco
come il mio ciuffo
il cavallo di Troia è ciuffo
come il mio ciucco
il cavallo di Troia è ciuffo
come il mio ciucco
Fai scialo diletto mio delle tue cosce
fai scialo amante mia delle tue braccia
il vino scorra a sangue nei crateri
noi gusteremo il giorno un giorno ancora
brucia Troia Brucia Troia
Troia brucia Troia brucia
brucia Troia Brucia Troia
Troia brucia Troia brucia
come io brucio per te…
Per gli anni tuoi abbracciati nell’assedio
per i giardini tuoi favi di miele
i denti mordano la terra nera
noi gusteremo il giorno
un giorno ancora
brucia Troia brucia Troia
Troia brucia Troia brucia
brucia Troia brucia Troia
Troia brucia
Quindici uomini, quindici uomini
e quaranta teste di porco
quindici uomini, quindici uomini
e quaranta teste di porco
per gli anni che tu hai preso nell’assedio
per gli anni tuoi che avanzano nel sole
Sono io il mio Minotauro
divoro chi arriva fino a me
sono io il mio Minotauro
divoro chi arriva fino a me
sono io il mio Minotauro
divoro chi arriva fino a me
chiuso nel mio labirinto
divoro chi arriva fino a me
Zara degli dei
Zara degli eroi
Zara degli dei
Madre degli eroi
Zara degli dei
Madre degli eroi
Zara degli dei
la terra ti bacia
Brucia Troia brucia Troia
brucia Troia brucia Troia
brucia Troia Troia brucia
brucia Troia Troia brucia
brucia Troia Troia brucia
brucia Troia
come io brucio per te…”.
Scheda brano.
Vinicio Capossela, Brucia Troia – 4:57
(Vinicio Capossela)
Album: Ovunque proteggi (2006)
Per altri testi, approfondimenti e commenti, guarda la discografia completa di Vinicio Capossela.
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Rassegne.
Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate agli eventi storici di InfinitiTesti, sotto la voce 1196 a.C. – La caduta di Troia.
Brano inserito nella rassegna A Place To Love. Le canzoni dedicate ai luoghi del cuore, nella sezione Le canzoni dedicate a luoghi di rilevanza storica, sotto le voci Colchide e Troia.
Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate alle donne di InfinitiTesti, sotto il nome Zara.
Brano inserito nella rassegna Canzoni ispirate da poesie o da opere letterarie di InfinitiTesti, sotto la voce Minotauro.
Significato e citazioni.
Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.
“Brucia Troia” è, sotto la superficie carnevalesca, una canzone sulla gelosia del maschio verso il proprio figlio appena nato. O meglio, sull’orrore comico e primitivo dell’uomo che vede la propria donna trasformarsi in madre.
La chiave è tutta nell’apertura. “Eccola viene, ha quattro braccia e due teste”: la donna arriva col neonato in braccio e agli occhi dell’uomo non è più lei, è una creatura doppia, un mostro d’amore da cui lui è escluso. Da qui la litania paranoica sul figlio: “ti scaccerà, ti ucciderà, si prenderà il tuo posto nel mondo”, “ha rubato la carne di lei”, “con lui già ti tradisce”. Capossela prende la paternità e la riscrive come mito della successione: il neonato è Zeus che detronizzerà Crono, e insieme è il rivale erotico con cui la donna consuma il primo, insuperabile tradimento. Il “l’orrore, l’orrore” alla Kurtz suggella questa scoperta: il cuore di tenebra non è in Congo, è nella propria casa, davanti alla culla.
Da lì in poi la canzone diventa la reazione a questo spodestamento, e Troia ne è la metafora portante. L’amore di coppia è raccontato come un assedio decennale (“per gli anni tuoi abbracciati nell’assedio”): anni di guerra e insieme di abbraccio, perché nell’immaginario del testo eros e distruzione coincidono. La nascita del figlio è il cavallo che entra dentro le mura: il nemico introdotto nel cuore della città con l’inganno, anzi generato dentro di essa. E l’incendio finale è ambivalente fino all’ultimo verso: “brucia Troia… come io brucio per te”. Bruciare è la rovina e il desiderio nello stesso fuoco. La città che crolla e l’uomo che arde di passione sono la stessa cosa: l’amore vero, dice la canzone, si consuma solo distruggendo, e viceversa.
Dentro questo impianto ci sono due movimenti secondari. Il primo è dionisiaco e festaiolo: il cavallo “ciucco”, il vino che “scorra a sangue nei crateri”, i quindici uomini con le teste di porco, l’invito a far “scialo” delle cosce e delle braccia. È il carpe diem da osteria: “noi gusteremo il giorno, un giorno ancora”: godiamoci il banchetto finché la città brucia, perché tanto brucia comunque. Il secondo è il suo rovescio malinconico: “sono io il mio Minotauro, divoro chi arriva fino a me”. Dopo tanta mitologia proiettata sugli altri (il figlio usurpatore, la donna traditrice), l’io ammette che il mostro è lui: chiuso nel proprio labirinto di gelosia, distrugge chiunque provi ad amarlo. È forse il passaggio più onesto della canzone, quello in cui la paranoia si riconosce come autodistruzione.
L’invocazione finale a “Zara degli dei, madre degli eroi” chiude il cerchio con un rovesciamento: la stessa donna che all’inizio era il mostro a due teste viene ora divinizzata, elevata a madre universale che “la terra bacia”. La gelosia si scioglie, o si sublima, in adorazione: l’uomo non può vincere contro il figlio, e allora consacra la madre, trasformando la sconfitta in culto.
Direi quindi che il significato si può condensare così: è un epitalamio rovesciato, un canto nuziale che celebra l’amore raccontandone la catastrofe. La coppia è Troia: dieci anni di assedio, un intruso entrato con l’inganno, e alla fine il fuoco, che è insieme la fine di tutto e l’unica prova che l’amore c’era. Il tono da baldoria balcanico-tavernesca non attenua il tema ma lo incarna: si balla sull’incendio, perché nell’universo di Capossela (siamo nel disco di Ovunque proteggi, tutto giocato tra sacro e carnale) la festa è il modo con cui gli uomini reggono l’orrore.
(Ernesto Di Nisio, 28 agosto 2026)
Wikipedia – Versione italiana.
“Ispirata probabilmente al mito di Elena e Paride, parla di Menelao, marito di Elena, che desidera che bruci, insieme alla città di Troia, anche la moglie. Il cantante unisce il mito omerico al Minotauro. Registrata nella grotta di Ispinigoli”.
(Wikipedia, voce Ovunque proteggi)
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