“Um velho cruza a soleira
de botas longas de barbas longas
de ouro o brilho do seu colar
na laje fria onde quarava sua camisa
e seu alforje de caçador
oh meu velho e invisível Avôhai
oh meu velho e indivisível Avôhai
neblina turva e brilhante
em meu cérebro coágulos de sol
amanita matutina quetransparente cortina ao teu redor
se eu disser que é mei sabido você diz que é bem pior
mas é pior do que planeta quando perde o girassol
é o têrço de brilhante nos dedos de minha avó
e nunca mais eu tive medo da porteira
nem também da companheira que nunca dormia só
Avôhai, avô e o pai, Avôhai

O brejo cruza a poeira
de fato existe um tom mais leve
na palidez desse pessoal
pares de olhos tão profundos
que amargam as pessoas que fitar
mas que bebem sua vida sua alma na altura que mandar
são os olhos são as asas, cabelos de Avôhai
na pedra de turmalina e no terreiro da usina eu me criei
voava de madrugada e na cratera condenada eu me calei
se eu calei foi de tristeza você cala por calar
e calado vai ficando, só fala quando eu mandar
rebuscando a consciência com medo de viajar
até o meio da cabeça do cometa
girando na carrapeta no jogo de improvisar
entrecortando eu sigo dentro a linha reta
eu tenho a palavra certa pra doutor não reclamar
Avôhai, Avôhai, Avôhai, Avôhai”.

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Traduzione.

“Un vecchio varca la soglia della porta
ha gli stivali, la barba lunga
d’oro il luccichio della sua catena
nella fredda lapide sbiancava la sua camicia
e la bisaccia da cacciatore
oh mio vecchio ed invisibile avôhai (1)
oh mio vecchio ed indivisibile avôhai
nebbia fitta e brillante nel mio cervello coaguli di sole
amanita dell’alba, che cortina trasparente intorno a me
se io dico che è “mezo” saggio
tu rispondi che è mezzo peggio
ma è peggio di un pianeta quando perde il girasole
è il rosario di brillanti tra le dita di mia nonna
e mai più ho avuto paura del cancello
e neppure della compagna che non dormiva mai da sola
avôhai! Nonno e papà, avôhai!

Il fango penetra nella polvere
in effetti c’è un tono più lieve nel pallore di questa gente
coppie di occhi così profondi che addolorano chi li fissa
ma che bevono la tua vita, la tua anima quando vogliono
sono gli occhi, sono le ali, i capelli di avôhai
nelle pietre di tormalina
e nel terreno della fabbrica sono cresciuto (2)
volavo all’alba e nella fossa maledetta mi sono zittito
se io mi zitti fu per tristezza, tu taci per zittire
e zitto resterai, parla solo quando te lo ordino
rimestando la coscienza con la paura di viaggiare
fino nel mezzo della stella cometa
girando nella trottola nel gioco di improvvisare
zigzagando io procedo in linea retta
ho la parola giusta perché il dottore non reclami
avôhai, avôhai, avôhai, avôhai“.

(Traduzione a cura di Giuliano Lotti)

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Note.

(1) Avohai: neologismo creato dall’autore consistente nell’agglutinazione dei vocaboli avô (nonno) e pai (papà).
(2) Usina: stabilimento per l’estrazione dello zucchero dalla canna.

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Zé Ramalho, Avôhai – 5:02
(Zé Ramalho)
Album: Zé Ramalho (1978)

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Riferimenti.

La biografia Zé Ramalho: o poeta dos abismo (H. Koliver, Madras Editora) riporta che l’artista avrebbe ideato il neologismo Avôhai mentre si trovava sotto l’effetto di allucinogeni. Il termine rappresenta la saggezza che riesce ad attraversare le generazioni. Avendo perso la figura paterna quando era ancora bambino, Zé Ramalho è stato cresciuto dal nonno, una persona burbera e severa, con cui il cantante ha avuto un rapporto conflittuale fino alla definitiva rottura. Poiché su questo testo è stata scritta la tesi per un master, abbiamo la possibilità di comprendere il senso dei passaggi più ermetici.
Un vecchio varca la soglia della porta / ha gli stivali, la barba lunga, d’oro il luccichio della sua catena“: è l’immagine del nonno come appare nei ricordi dell’autore.
Nella fredda lapide sbiancava la sua camicia e la bisaccia da cacciatore“: ancora un’immagine restituita dal ricordo, questa volta relativa al momento della sepoltura.
Nebbia fitta e brillante nel mio cervello coaguli di sole“: descrive un ricordo sfocato, annebbiato.
Se io dico che è “mezo” saggio tu rispondi che è mezzo peggio“: è il ricordo di quando da bambino il nonno lo correggeva se diceva una parola sbagliata.
Ma è peggio di un pianeta quando perde il girasole
E mai più ho avuto paura del cancello“: l’autore aveva spesso la visione di suo padre nell’atto di attraversare il cancello che porta allo stagno dove è morto affogato.
E neppure della compagna che non dormiva mai da sola” si tratta dell’anima di suo padre.
Il fango penetra nella polvere / in effetti c’è un tono più lieve nel pallore di questa gente / coppie di occhi così profondi che addolorano chi li fissa / ma che bevono la tua vita“: descrive la visione di persone morte, e anche l’angustia causata da queste visioni, visioni che “bevono la tua vita”.
Nelle pietre di tormalina“: pietra usata come portafortuna.
Volavo all’alba e nella fossa maledetta mi sono zittito“: quando il nonno morì, l’autore si era allontanato da casa a causa dei continui litigi. La fossa maledetta è la tomba.
Se io mi zitti fu per tristezza, tu taci per zittire / e zitto resterai, parla solo quando te lo ordino / rimestando la coscienza con la paura di viaggiare“: è la ribellione per la morte del nonno e il rammarico per non avere più la possibilità di riconciliarsi con lui. I due non si sono più parlati dal giorno dell’allontanamento.
Ho la parola giusta perché il dottore non reclami“: sono le cose da raccontare allo psichiatra, a cui la famiglia gli aveva imposto di rivolgersi, affinché non lo considerasse pazzo.

(Giuliano Lotti, 29 marzo 2016)

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