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“Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi”
per essere corrisposti
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”

Per osservarvi affittare un chilo d’era
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci
tipo “Come ti senti amico, amico fragile
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta”.

E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca
potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me
potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo
potevo chiedere come si chiama il vostro cane
il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero
potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle
potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi”.

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Fabrizio De André, Amico fragile – 5:29
(Fabrizio De André)
Album: Vol. 8 (1975)

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Citazioni.

“«La canzone più importante che abbia mai scritto è forse “Amico fragile“, sicuramente quella che più mi appartiene. È un pezzo della mia vita: ho raccontato un artista che sa di essere utile agli altri, eppure fallisce il suo compito quando la gente non si rende più conto di avere bisogno degli artisti» (Fabrizio De André in un’intervista).
Una delle canzoni più celebri ed amate di De André, tratta della frivolezza e dell’inconsistenza culturale dell’alta società, dove non c’è spazio per un ragionamento, una discussione, ma solo per il divertimento fine a se stesso. È però anche una delle canzoni in cui De André espone di più se stesso a feroci autocritiche consegnandoci un suo autoritratto inquieto e sofferto. «Pensavo è bello che dove finiscano le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra. E poi seduto in mezzo ai vostri “arrivederci” mi sentivo meno stanco di voi, ero molto meno stanco di voi. Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta fino a vederle spalancarsi la bocca, potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli di parlare ancora male ad alta voce di me, potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse “perderemo”».
Raramente De André è protagonista delle sue canzoni. Addirittura in Hotel Supramonte, che parla del suo rapimento in Sardegna, i versi sono molto discreti e lirici, quasi come se cercasse di eliminarsi dalla narrazione. Invece in Amico Fragile, De André parla in prima persona, è al centro della canzone e dà il suo punto di vista sulla società che frequenta e su sé stesso. Emerge, anzi, s’impone una visione senza filtri che oscilla dalla più cupa rassegnazione alla feroce ironia, dalla malinconia di chi si sente “la minoranza di uno” al riscatto della sua condizione di artista, ma soprattutto di uomo libero.
«Stavo ancora con la Puny, la mia prima moglie, e una sera che eravamo a Portobello di Gallura, dove avevamo una casa, fummo invitati in uno di questi ghetti per ricchi della costa nord. Come al solito, mi chiesero di prendere la chitarra e di cantare, ma io risposi «Perché, invece, non parliamo?». Era il periodo che Paolo VI aveva tirato fuori la faccenda degli esorcismi, aveva detto che il diavolo esiste sul serio. Insomma a me questa cosa era rimasta nel gozzo e così ho detto: «Perché non parliamo di quello che sta succedendo in Italia?». Macché, avevano deciso che dovessi suonare. Allora mi sono rotto le palle, ho preso una sbronza terrificante, ho insultato tutti e sono tornato a casa. Qui mi sono chiuso nella rimessa e in una notte, da ubriaco, ho scritto Amico fragile. La Puny mi ha stanato alle otto del mattino, non mi trovava né a letto né da nessuna parte, ero ancora nel magazzino che finivo di scrivere» (Fabrizio De André).
«Il narratore di Amico fragile, “evaporato in una nuvola rossa“, osserva con il distacco e l’immaginazione di chi è “più curioso“, “meno stanco” e “più ubriaco” i “luoghi meno comuni e più feroci“, la diplomazia dei rapporti, le convenzioni del mondo in cui è immerso. Amico fragile da un lato sembra rifiutare qualsiasi ipotesi conciliativa, di comprensione, di accettazione delle contraddizioni e dei limiti umani e sembra voler evadere in uno spazio onirico, ricercando l’obnubilamento del sé; d’altro canto, ribadisce ancora una volta la funzione “infinitante” del canto ed esprime comunque la volontà di mettersi in gioco e in discussione così come continua ad affermare il valore della libertà e della ricerca. Amico fragile forse è l’elogio della sconfitta di chi ha scelto nello stesso tempo il ruolo dell’inquisitore e dell’eretico, del sacerdote e della vittima sacrificale, del moralista e del libertario» (Ezio Alberione, in Fabrizio De André. Accordi eretici, p. 110).
«Amico fragile è una canzone completamente autobiografica alla quale Fabrizio è sempre stato molto attaccato, riproponendola in tutti i suoi concerti, con un arrangiamento a volte leggermente modificato ed il finale che diventa spesso: “per raggiungere un posto che si chiamasse / Anarchia” invece dell’originale “Arrivederci“. Nacque in un momento di rabbia e di alcol, dopo una serata in compagnia di persone con le quali avrebbe voluto discutere di ciò che stava succedendo in Italia in quel periodo; in particolare le dichiarazioni di Paolo VI sull’esistenza del diavolo e sugli esorcismi. La gente insisteva perché lui suonasse anche quella sera; così, evaporato in una nuvola rossa, se ne andò a rintanarsi dove non poteva essere disturbato e compose questa canzone in una sola notte. È la riflessione sulla fragilità dei rapporti umani, ma, nello stesso tempo, sulla necessità di averne e quindi sul senso di vuoto che nasce quando questi vengono meno o restano superficiali. Il risultato è una dichiarazione di amore-odio di un borghese pentito alla propria gente» (Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, pp. 109-110).
Musicalmente il pezzo è giocato su quattro accordi: due sul verso mentre altri due introducono il ritornello. Una chitarra folk accompagna la voce del cantautore con un rapidissimo arpeggio, creando un’atmosfera onirica e quasi sospesa (molto simile alla tecnica che verrà usata ne La domenica delle salme, del 1990); il ritornello è impreziosito da un riff divenuto molto celebre. Lo stile inconfondibile con il quale è suonata la chitarra folk è mutuato da Leonard Cohen, stile che lo stesso Cohen considera il suo punto di forza come chitarrista e che contraddistingue molte delle sue canzoni, tra le quali The Stranger Song e Avalanche.
Il 2 marzo 2000 si è tenuto un concerto in ricordo di De André dal nome Faber, amico fragile, dove il cantautore emiliano Vasco Rossi, tra gli altri, si è esibito proprio con questo brano, che nove anni dopo ha inserito nel suo album intitolato Tracks 2 – Inediti & rarità“.

(Wikipedia, voce Volume 8)

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