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“Era il vestito del violinista
che vedevamo sventolare
il giorno che passò la guerra
sulle rovine della Cattedrale
dietro le ombre e la polvere
fino al sonno e alla fame
fino all’Albergo dei Poveri
sull’asfalto e il catrame

Così che il vento lo muoveva
come si muove una bandiera
come un angelo in mezzo al cielo
come una fiaccola nella sera
e vedevamo con i nostri occhi
alla fine della preghiera
fucilare i feriti sul portone della galera

Ed era quello l’unico suono
ed a quel suono marciavamo
nell’acqua nera delle risaie
ed in mezzo ai campi senza più grano
dove il vestito del violinista
stava seduto ad aspettare
che ritornassero i prigionieri
come onde dal mare

Ma poi l’esercito si fece avanti
e gridavamo “Assassini!
Fermatevi! Non vedete!
Noi siamo i bambini!”
Fino a che tutto diventa rosso
e non si può più guardare
tutto diventa rosso
e non si deve guardare

Non c’era strada per andare avanti
non c’era strada per ritornare
non c’era rotta nè direzione da recuperare
solo il vestito del violinista
come una macchia più scura
come un fantasma nella foresta
dentro la nostra paura



E d’improvviso fu tutto fermo
nell’immanenza del temporale
quando l’effimero divenne eterno
come una statua di sale
quando il vestito del violinista
fu seppellito nel cielo
come un’immagine una pittura
come qualcosa che non era vero

Così sentimmo nell’aria forte
la ridondanza delle campane
come un ricordo che faceva piangere
come l’odore del pane
come vedere spuntare il sole
dall’altra parte del muro
e falegnami e filosofi
fabbricare il futuro”.

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Francesco De Gregori, Il vestito del violinista – 4:53
(Francesco De Gregori)
Album: Pezzi (2005)

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate agli eventi storici di InfinitiTesti.

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Citazioni.

“I bambini sono quelli di Beslan. Melodia quasi popolare, arrangiamento da rock acerbo. Il tono con cui De Gregori canta – e le sue voci sembrano venire da lontano – è neutro proprio com’è la sofferenza delle vittime di violenza. Compare in questo racconto tutta l’angoscia dell’era contemporanea; l’immagine di un vestito che vola senza il suo padrone mi ricorda il vestito rosso della bambina di “Shindler’s list”, visto prima indosso a lei e poi da solo sopra un carro: sola cosa colorata in mezzo alla pellicola in bianco e nero. Ritorna “la ridondanza delle campane” come “il suono delle campane” dell’omonima canzone, visto come ricordo di tempi migliori e atteso come speranza di tempi migliori (in cui ci saranno “falegnami e filosofi / a fabbricare il futuro”). Perché dovranno pur finire questi tempi bui”.

(Antonio Piccolo, dal sito Canzoni contro la guerra)

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Strage di Beslan è il termine con cui ci si riferisce al massacro avvenuto fra il 1° e il 3 settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso nella federazione russa, dove un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l’edificio scolastico sequestrando circa 1200 persone fra adulti e bambini. Tre giorni dopo, quando le forze speciali russe fecero irruzione, fu l’inizio di un massacro che causò la morte di più di trecento persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti”.

(Wikipedia, voce Strage di Beslan)

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