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“Questa è la storia di uno di noi
anche lui nato per caso in via Gluck
in una casa fuori città
gente tranquilla che lavorava.

Là dove c’era l’erba ora c’è una città
e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà?

Questo ragazzo della via Gluck
si divertiva a giocare con me
ma un giorno disse vado in città
e lo diceva mentre piangeva
io gli domando
amico, non sei contento?
Vai finalmente a stare in città
là troverai le cose che non hai avuto qui
potrai lavarti in casa senza andar
giù nel cortile

Mio caro amico, disse
e qui sono nato
in questa strada
ora lascio il mio cuore
ma come fai a non capire
è una fortuna per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati
mentre là in centro io respiro il cemento.

Ma verrà un giorno che ritornerò ancora qui
e sentirò l’amico treno che fischia così “wa wa”!

Passano gli anni, ma otto son lunghi
però quel ragazzo ne ha fatta di strada
ma non si scorda la sua prima casa
ora coi soldi lui può comperarla
torna e non trova gli amici che aveva
solo case su case, catrame e cemento.

Là dove c’era l’erba ora c’è una città
e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà.

Eh no, non so, non so perché
perché continuano
a costruire, le case
e non lasciano l’erba
non lasciano l’erba
non lasciano l’erba
non lasciano l’erba

Eh no, se andiamo avanti così, chissà
come si farà, chissà…”.

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Adriano Celentano, Il ragazzo della via Gluck – 4:13
(Luciano Beretta, Miki Del Prete, Adriano Celentano)
Album: Il ragazzo della via Gluck (1966)
Singolo: “Il ragazzo della via Gluck / Chi era lui” (1966)

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Citazioni.

Il ragazzo della via Gluck è la signature song di Adriano Celentano. Il brano musicale fu inciso su 45 giri e inserito nell’album omonimo, pubblicato nel settembre 1968 dalla casa discografica di proprietà dell’artista. Celentano aveva partecipato con questo brano al Festival di Sanremo 1966, ma fu l’eliminato dopo la prima serata, tuttavia il 45 giri riscosse un immediato successo di vendite e Celentano e il suo Clan, decisero di pubblicare un album con lo stesso titolo del brano.
Celentano aveva scritto questa canzone autobiografica con i due coautori Luciano Beretta e Miki Del Prete. Lui era nato in via Gluck a Milano, una via che prospettava sulla linea ferroviaria e che nel dopoguerra fu ben presto urbanizzata. Nel testo suggerito dal cantante emerge un rimpianto nostalgico di un mondo perduto, quello della sua infanzia e di parte dell’adolescenza, fino a quando fu costretto a lasciare la via Gluck per andare a vivere “in centro”, per abitare con la sua famiglia a casa del fratello. Con questo brano è anche finita la sua immagine di urlatore e con questa ballata folk propone dei temi diversi come quello ambientalista. Alla vigilia del Festival di Sanremo a Celentano era stata proposta la canzone Nessuno mi può giudicare, lui preferì portare invece questo brano, che tuttavia non convinse il pubblico e fu escluso dopo la prima serata. Il brano ebbe un notevole successo commerciale, infatti raggiunse il secondo posto nella classifica della Hit parade Italiana nel 1966 e nel 1967 e fu il 10º disco più venduto del 1966.
Il brano fu tradotto in diverse lingue: inglese (Tar and Cement) e (The story of a country boy), tedesco (Immer am Sonntag), ceco (Závidím), svedese (Lyckliga gatan) e nel 1999 in spagnolo (La casa donde yo crecí). Una delle versioni più conosciuta è stata quella francese di Françoise Hardy, musa del Maggio francese, che, dopo averlo sentito a Sanremo nel 1966, lo fece suo con il titolo La maison où j’ai grandi, con il testo tradotto dal noto paroliere Eddy Marnay e lo pubblicò nell’album a cui dette il titolo della canzone. Cesária Évora, insieme allo stesso Celentano ne realizzò una versione in creolo capoverdiano con il titolo Quel casinha, nel suo album Cesaria Evora – & … del 2004″.

(Wikipedia, voce Il ragazzo della via Gluck)

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“Esattamente cinquant’anni fa, era il 1966, Adriano Celentano si presentò al festival di Sanremo per la seconda volta (la prima risaliva al 1961) con Il ragazzo della via Gluck. Era un testo autobiografico che diventò idealmente il suo patronimico artistico, come se Adriano fosse figlio di quella canzone. In realtà Celentano aveva visto il suo raggio verde molto tempo prima. Il ragazzo della via Gluck era nata davvero già nel 1942. Allora era un bambino. Oggi Adriano racconta quel lampo.
«La scintilla fu quando a quattro anni, mentre giocavo nel cortile al 14 di via Gluck, vidi un raggio di sole. Una parte del cortile era illuminata mentre l’altra metà era in ombra. Iniziai a rotolarmi felice tra la parte illuminata dal sole e l’ombra. Avevo i pantaloncini corti tutti sporchi, erano più grandi della mia taglia, forse appartenevano al maggiore dei miei fratelli, Alessandro, quand’era piccolo. Con una bretella giù e l’altra al suo posto, come solo gli scugnizzi sanno indossare. Scalzo. Scarmigliato, con le guance rosse. Mentre mi rotolavo, mi fermai e mi sdraiai a terra con le braccia e le gambe aperte guardando il raggio di sole che illuminava il cortile che a me sembrava bellissimo. M’inchinai e baciai quel raggio. Avvertii, pur essendo così piccolo, quanto ero felice. Libero di correre sui prati. Di sporcarmi, senza temere nulla, protetto da tutta la famiglia e dai miei amici… Anche loro liberi e felici come me di correre sui prati. Poveri, certo, ma bastava stare insieme e condividere quello che c’era. “Gente tranquilla che lavorava…”.
Ero estasiato, gioioso. Giocavo alla sassaiola, facevo il bagno nel naviglio della Martesana rischiando le “botte” da mia madre che, avendo paura che annegassi, mi rincorreva con la scopa ma io ero velocissimo e non mi prendeva mai. Ecco, quella fu la scintilla che non mi abbandonò più. Scrissi Il ragazzo della via Gluck anni dopo, ma nel tempo che trascorse non smisi mai di avvertire il pericolo che il mondo stava correndo con la cementificazione selvaggia. Evidentemente era innata in me la coscienza ambientalista, un grido di dolore contro chi stava minacciando la vita e il pianeta stesso. Una vera catastrofe che oggi è la causa principale di molti disastri che, mentendo, chiamano “naturali”! Ma la scrissi anche per il dolore che provai quando, adolescente, fui costretto a lasciare la via Gluck per andare a vivere “in centro”, per abitare tutti insieme a casa di mio fratello. Piangevo in continuazione e mia madre era disperata. Non sapeva cosa fare perché scappavo ogni giorno per tornare a piedi in via Gluck per ritrovare i miei amici, ma soprattutto la libertà, i prati e la felicità che per me esistevano solo in via Gluck. Questa canzone non è mai stata nostalgica ma una denuncia sociale in un momento in cui nessuno parlava di ecologia e ambiente».
Il Festival la stroncò, ma la canzone prese il volo nelle vendite e fu tradotta in molti paesi. Che spiegazioni si diede allora? «Non me lo spiego neanche adesso per la verità, ma Sanremo è famosa per “bocciare” ciò che non corrisponde alle liturgie sanremesi. Sono tanti gli esempi che si potrebbero fare: Lucio Battisti, Vasco Rossi, Lucio Dalla… Il successo di Il ragazzo della via Gluck credo sia da ricercare nell’originalità del testo e della musica. Una ballata interpretata da me che venivo dal rock in cui improvvisamente “parlavo” di un problema sociale, in quel momento, sconosciuto ai più. Ricordo che partii dalla stazione Centrale di Milano per andare al Festival e stranamente ero da solo con una piccola valigia. Appena il treno si mosse, un giornalista dell’Avanti!, si mise a rincorrere il treno e me che ero affacciato al finestrino (allora si poteva) per chiedermi cosa pensavo di fare a Sanremo. Risposi: “Niente perché mi bocceranno e sarò scartato subito”. Così avvenne e fu il successo della canzone. Quindi i cantanti che vanno al Festival dovrebbero sempre sperare in una bocciatura che li porterà dritti al successo!».
Dopo cinquant’anni quella denuncia è ancora attuale? «L’aria irrespirabile, le alluvioni, gli smottamenti, le case e le scuole che crollano. “Case su case, catrame e cemento…”. E poi Papa Francesco: è la prima volta che un Papa affronta il tema dell’ecologia con grande trasporto e lucidità. Quasi con affetto verso la nostra “casa comune, la Terra” che tutti dovremmo proteggere. Il “Grido della Terra” è il “grido dei poveri”! Perché alla fine saranno sempre loro a pagare. San Francesco d’Assisi parlando del Creato, parlava di “sorella Terra”, “fratello lupo”, “sorella Luna”… per cercare di farci capire come tutto era collegato. E poi il cambiamento climatico. La questione dell’acqua. La biodiversità erosa. Cosa deve accadere ancora per evitare l’irreparabile? Un vero approccio ecologico diventa sempre più un approccio sociale. Noi stessi siamo terra! Occorre una conversione ecologica globale. Sin da piccoli nelle scuole va insegnata la necessità della cura che tutti noi siamo chiamati ad avere verso la Terra. Il ragazzo della via Gluck nasce dal mio dolore nel vedere scomparire la bellezza dei paesaggi e del verde. Non per un senso genericamente ecologico ma per la naturale consapevolezza di percepire il disastro del pianeta a cui stiamo andando incontro rovinosamente, se non ci fermeremo. Diversamente il pianeta deciderà per noi».

(Dario Cresto-Dina, La vera storia della via Gluck. Celentano: “Avevo 4 anni e pensai a quella canzone”, La Repubblica, 18 febbraio 2016)

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