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“Io non ti voglio più vedere
mi fai tanto male
con quel sorriso professionale
sopra a un cartellone di sei metri
od attaccata sopra a tutti i vetri.

Non ti voglio più vedere cara
mentre sorseggi un’aranciata amara
con l’espressione estasiata
di chi ha raggiunto finalmente
un traguardo nella vita

Io non ti voglio più vedere sul muro
davanti ad un bucato
dove qualcuno c’ha disegnato
pornografia a buon mercato

Oh no non ti voglio vedere
intanto che cucini gli spaghetti
con pomodoro “peso verità tre etti”
mentre un imbecille entrando dalla porta
grida un evviva con la bocca aperta

Col dentifricio “pure trasparente”
dove ti fanno dire che illumina la mente
e mentre indossi un super super super reggiseno
per casalinga tutta-veleno.

E mentre parli insieme a una semplice comparsa
vestito da dottore, che brutta farsa!
Ti fanno alimentare l’ignoranza
fingendo di servirsi della scienza! Oh no!

Ah ma è un canto brasileiro
ah ma è un canto brasileiro
ah ma è un canto brasileiro
ah ma è un canto brasileiro

Eppure non sei meno bella in casa
senza cerone
non voglio dire che sei una rosa
sarei un trombone
ma ti vorrei vedere qualche volta in bikini
senza sfondi di isole lontane
e restare un po’ vicini

Io ti vorrei vedere mentre cogli l’insalata dell’orto
che vorrei avere coltivato prima di essere morto

Oh no! Anche se guadagni centomila lire al giorno
non ti puoi scordare che la vita è andata e ritorno
Oh no, no oh no Non ti voglio vedere
vendere i giorni e le sere
ti capirò se un altro uomo un giorno vorrai
ma consumare la tua vita così non puoi.

Non puoi partecipare a quella storia
dove racconti che la benzina
quasi, quasi, quasi purifica l’aria
sarà al mentolo l’ultima scoria!
Fotografata insieme a dei bambini
che affidi al fosforo dei formaggini!

Ah ma è un canto brasileiro
ah ma è un canto brasileiro
ah ma è un canto brasileiro
ah ma è un canto brasileiro”.

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Lucio Battisti, Ma è un canto brasileiro – 5:21
(Mogol, Lucio Battisti)
Album: Il nostro caro angelo (1973)

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Citazioni.

“Dieci anni prima di Bollicine, Ma è un canto brasileiro è una dura critica al consumismo del mondo occidentale e all’alienante violenza psicologica della pubblicità, portata avanti da Mogol – come in quasi tutti i suoi testi – per mezzo della storia di una coppia. Il protagonista confessa alla propria compagna, attrice pubblicitaria, di non poter più sopportare di vederla comparire in campagne pubblicitarie disoneste o, nel migliore dei casi, trash.
Il protagonista elenca alcuni degli spot pubblicitari a cui la compagna ha partecipato; si tratta di annunci immaginari ma del tutto verosimili, con molti riferimenti all’attualità dell’epoca, che danno a Mogol l’opportunità di accusare l’industria pubblicitaria. Con un certo anticipo sui tempi, vengono denunciati il cattivo gusto degli annunci («non ti voglio più vedere, cara, mentre sorseggi un’aranciata amara / con l’espressione estasiata di chi ha raggiunto finalmente un traguardo nella vita»), lo sfruttamento del corpo femminile («non ti voglio più vedere sul muro davanti ad un bucato / dove qualcuno c’ha disegnato pornografia a buon mercato»), l’abbrutimento causato dalla martellante diffusione di informazioni false («parli insieme a una semplice comparsa vestito da dottore, che brutta farsa! / ti fanno alimentare l’ignoranza fingendo di servirsi della scienza!»). Si tratta degli “slogan-falsità” dei quali tornerà a parlare Mogol più avanti in questo stesso album, nella title track. La pubblicità non si fa scrupolo nemmeno di reclamizzare prodotti pericolosi per l’ambiente («racconti che la benzina quasi quasi quasi purifica l’aria / sarà al mentolo l’ultima scoria!») o per la salute («fotografata insieme a dei bambini / che affidi al fosforo dei formaggini!»).
Musicalmente il brano è un’allegra canzone rock dal ritmo molto sostenuto, che fa da contraltare alla serietà del testo. Inizia con la sola voce di Battisti, priva di tonalità e quasi sussurrata; dopo i primi quattro versi la voce diventa canto vero e proprio e si aggiunge prima la chitarra elettrica, poi il piano. Al culmine del crescendo la canzone è bruscamente interrotta da un intermezzo, in cui l’atmosfera cambia radicalmente e diventa effettivamente quella di un “canto brasileiro” o di un gruppo mariachi: sparisce la chitarra elettrica, il tempo rallenta e, su sottofondo di xilofoni ed arpeggi di chitarre, un coro di voci femminili ripete il titolo della canzone. Segue una nuova strofa, con lo stesso crescendo già descritto, interrotto da un nuovo intermezzo; l’ultima parte della canzone è strumentale. Sul significato del titolo e di questi intermezzi, che sembrerebbero aver poco a che fare con la canzone, il critico Renzo Stefanel ha avanzato l’idea che possano rappresentare un ulteriore riferimento alla falsità della pubblicità: infatti l’intermezzo assomiglia ad un jingle pubblicitario, mentre il titolo della canzone -esattamente come una pubblicità- inganna l’ascoltatore, che si aspetta di trovare una canzone dall’atmosfera brasiliana, ma trova invece una sostanza completamente diversa. Mogol aveva duramente criticato il consumismo già in precedenza nel concept album Amore e non amore (1971), e in particolare nel brano Supermarket“.

(Wikipedia, voce Il nostro caro angelo)

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