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“Freedom, freedom
freedom, freedom
freedom, freedom
freedom, freedom

Sometimes I feel
like a motherless child
sometimes I feel
like a motherless child
sometimes I feel
like a motherless child

A long way
from my home, yeah, yeah

Sing, freedom, freedom
freedom, freedom
freedom, freedom
freedom, freedom
freedom, freedom

Sometimes I feel
like I’m almost gone

Sometimes I feel
like I’m almost gone

Sometimes I feel
like I’m almost gone, yeah
a long, long, long way
way from my home, yeah
yeah

Clap your hands
clap your hands
clap your hands
clap your hands
clap your hands
clap your hands
clap your hands, yeah
clap your hands

Hey, hey, hey, hey
hey, yeah yeah yeah yeah
hey, yeah, yeah, yeah
hey, yeah yeah yeah yeah

I got a telephone in my bosom
and I can call him up from heart

I got a telephone in my bosom
and I can call him up from heart

When I need my brother / (brother)
brother / (brother)

When I need my father / (father)
father, hey / (father)

Mother / (mother)
mother, hey / (mother)

Sister / (sister)
yeah / (yeah)

When I need my brother / (brother)
brother, hey / (brother)

Mother / (father)
mother / (mother)
mother / (mother)

Hey, yeah, yeah, yeah
yeah-yeah, yeah yeah yeah yeah yeah
hey, yeah, yeah, yeah
hey, yeah, yeah, yeah
hey, yeah, yeah, yeah
hey, yeah, yeah, yeah”.

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Richie Havens, Freedom – 4:30
(Traditional, arrangiata ed adattata da Richie Havens)
Singolo: “Freedom / Handsome Johnny” (1972)

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Citazioni.

Richie Havens ha costruito sul palco di Woodstock uno dei momenti significativi del festival, di quelli che restano come punti fermi nella memoria di quell’evento. La sua “Freedom” resta una delle canzoni più emblematiche del festival. […] Richie Havens, forse anche per il ritardo di altri, dovuto al caos che si era creato sulla stada che portava a Bethel, dove effettivamente si svolse il festival, fu il primo ad affrontare i cinquecentomila della platea, che probabilmente non erano ancora tutti, e a provare comunque il brivido che trasmetteva. Havens definì quella sensazione un “incidente cosmico”. La sua “Freedom” (improvvisata sullo standard Motherless Child, sembra perché Havens aveva finito le canzoni del suo repertorio ma continuava ad essere richiamato sul palco dal pubblico), che innescò la prima scintilla fra il palco e la sterminata platea di Woodstock, risente di quella carica speciale, che esprime nella sfrenata e liberatoria comunicativa di quel suo grido di libertà e di pace. Un’invocazione contro la guerra e in particolare contro quella in Vietnam, di fronte al più grande raduno pacifico e pacifista mai riunito, che tracciava subito il solco che avrebbe seguito la comunicazione e lo spirito di quell’imponente comunione fra individui e musica raggiunto in quei tre giorni: un nuovo modello di collettività ma anche un senso della libertà che comprendeva insieme il rifiuto della logica della guerra e una spinta verso la liberazione individuali, fermati in quel ritmo e in quella voce rauca e implorante, scolpiti in un immaginario collettivo sempre più grande quanto più si propagava attraverso il film, di cui Havens divenne una delle immagini più penetranti”.

(dal sito Canzoni contro la guerra, tratto e adattato da “Music & Movie”, allegato alla videocassetta “Woodstock – Director’s Cut” edita da L’Unità nel 1996. Testi a cura di Ernesto De Pascale, Alessandro Mannozzi, Roberto Sasso)

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“Venerdì 15 agosto 1969, Woodstock: dovrebbe essere il giorno dei cantanti e gruppi folk e gli Sweetwater (una band jazz-rock-folk di Los Angeles) avrebbero dovuto aprire il concerto, ma sono rimasti imbottigliati, o forse hanno solo smarrito i loro strumenti, in mezzo al mare di persone e di auto. Ore 17:07: Richie Havens e i suoi due accompagnatori (Paul “Deano” Williams alla chitarra e Daniel Ben Zebulon alle percussioni) sono chiamati sul palco, in anticipo rispetto alla scaletta prevista, per sopperire ai ritardi del primo e degli altri gruppi. Dovrebbero suonare quattro pezzi, ma ne suoneranno molti di più.
Richie Havens, 28 anni, sale sul palco vestito con un dashiki arancione, comodi pantaloni chiari e sandali africani ai piedi. Il dashiki è l’abito tradizionale maschile dell’Africa Occidentale, una tunica che copre il corpo fin sotto le ginocchia. Si è diffuso rapidamente tra i militanti afro-americani fin dal 1967, con l’apertura ad Harlem, Manhattan, di due negozi della New Brees che li produce e vende negli sgargianti colori tradizionali. L’abito in questo caso fa il monaco e lo stile percussivo con cui Havens accompagna le sue canzoni con la chitarra rimanda subito alla cultura africana rivendicata ed ostentata da migliaia di afro-americani nell’America bianca degli anni sessanta e settanta. La voce profonda del cantautore intona canzoni appartenenti alla musica ascoltata dalla stragrande maggioranza dei giovani bianchi presenti (Beatles e folk), ma la chitarra percossa ossessivamente in accordatura aperta e il piede che batte ritmicamente sul legno del palco rinviano ad un’altra sfera culturale e ad un altro mondo.
Per chi guarda le immagini del film tratto dal festival ciò che colpisce di più in Havens, oltre che la voce e il sudore che cola copioso sul volto, sono le mani e il piede, inquadrati ripetutamente in un montaggio che rispetta l’accelerazione che l’esecutore impone alle due canzoni presenti nella pellicola: “Handsome Johnny” e “Freedom”. In realtà quest’ultima è una rielaborazione del tradizionale gospel “Motherless Child” che viene completamente stravolta dall’ipnotica ripetizione della parola Freedom aggiunta al testo da Richie come si trattasse di un’invocazione di libertà universale, l’urlo degli schiavi in rivolta, il lamento di un continente ancora colonizzato, la speranza degli oppressi. La parola dashiki è di origine yoruba, un’etnia presente soprattutto in Nigeria, ma anche lo stile chitarristico di Havens rinvia allo stile ipnotico del chitarrismo nigeriano, una specie di ju-ju music, adatta al ballo e alla trance visionaria, di cui troviamo esempio nei dischi di King Sunny Ade. In tutto, a Woodstock, il cantante afro-americano finirà con l’eseguire undici brani, ma sarà proprio l’ultimo “Freedom/Motherless Child”, letteralmente improvvisato per sopperire al tempo ancora da coprire, a colpire di più il pubblico con il suo incedere ipnotico, veloce, quasi disperato e a renderlo celebre a livello internazionale”.

(Sandro Moiso, Il menestrello nero: Richard P.Havens, 3 maggio 2013)

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