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“There is a house down in New Orleans
they call the Rising Sun
and it’s been the ruin of many a poor girl
and me, oh God, I’m one.

My mother was a tailor
she sowed these new blue jeans
my sweetheart was a gambler
Lord, down in New Orleans.

Now the only thing a gambler needs
is a suitcase and a trunk
and the only time when he’s satisfied
is when he’s on a drunk.

He fills his glasses up to the brim
and he’ll pass the cards around
and the only pleasure he gets out of life
is rambling from town to town

Oh tell my baby sister
not to do what I have done
but shun that house in New Orleans
they call the rising sun.


Well with one foot on the platform
and the other foot on the train
I’m going back to New Orleans
to wear that ball and chain.

I’m going back to New Orleans
my race is almost run
I’m going back to end my life
down in the Rising Sun.

There is a house in New Orleans
they call the Rising Sun
and it’s been the ruin of many a poor girl
and me, oh God, I’m one”.

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Bob Dylan, The House of the Risin’ Sun – 5:18
(traditional, arranged by Dave Van Ronk)
Album: Bob Dylan (1962)

Per altri testi, traduzioni e commenti, guarda la discografia completa di Bob Dylan.

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Altre versioni.

1. The AnimalsThe House of the Rising Sun (1964, testo e traduzione)

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Citazioni.

The House of the Rising Sun è una canzone folk statunitense. Non si è a conoscenza di chi sia stato il compositore e, nel corso del tempo, ne sono state composte numerose versioni. L’arrangiamento fatto dai britannici The Animals, nel 1964, è generalmente considerato il più famoso ed è stato il numero uno in classifica sia negli Stati Uniti, sia nel Regno Unito, in Svezia, Finlandia e Canada ed il numero cinque in Olanda e nel 1999 vince il Grammy Hall of Fame Award. Il brano The House of the Rising Sun (a volte chiamato Rising Sun Blues) risale alla prima metà dell’ottocento e, al pari di molte altre classiche ballate folk, la paternità del suo testo è dubbia. Lo studioso del folklore Alan Lomax, autore nel 1941 della raccolta di canzoni Our Singing Country, scriveva che la melodia era presa da una ballata tradizionale inglese (probabilmente Matty Groves risalente al seicento) ed il testo era stato scritto da Georgia Turner e Bert Martin, una coppia di abitanti del Kentucky. Altri studiosi propendono per ipotesi diverse, sebbene quella di Lomax sia generalmente considerata la più plausibile. La più antica incisione del brano conosciuta è quella del 1933 eseguita da Clarence “Tom” Ashley che affermò di avere imparato il brano da suo nonno.
The House of the Rising Sun ha come argomento una vita sfortunata ed è ambientata a New Orleans. L’espressione “House of the Rising Sun” (Casa del sole nascente) è un eufemismo per indicare una casa chiusa. Alcuni ritengono che la casa sia esistita realmente e che fosse presieduta da una maîtresse di origini francesi chiamata Marianne Le Soleil Levant, dal cui cognome (o forse soprannome) sembra essere derivata la denominazione della casa. Tra le ipotesi più accreditate c’è quella che la vuole situata proprio a New Orleans: la notizia del suo abbattimento, avvenuto nel 2007, ha trovato spazio nelle pagine di qualche quotidiano statunitense. Del testo esistono due diverse versioni: una al maschile e una al femminile. Quella maschile parla di un ragazzo proveniente da una famiglia problematica e pentito di aver passato la sua vita nel peccato e nella infelicità frequentando la “Casa del sole nascente”; quella femminile invece parla di una ragazza pentita di essere entrata nel giro della prostituzione e costretta a rimanere in quella casa per poter vivere.
La versione maschile è la più nota ed è quella proposta dai The Animals pubblicata come singolo nel 1964, sebbene quasi tutti gli studiosi siano concordi nel ritenere il testo al femminile quello originario. Fra i musicisti che hanno riproposto questa versione spiccano Bob Dylan e Joan Baez.
The House of the Rising Sun fu incisa anche da diversi artisti italiani e con un testo in italiano. Le musiche delle pubblicazioni italiane si rifanno perlopiù alla versione degli Animals. Da citare è La casa del sole dei Los Marcellos Ferial e di Riki Maiocchi: il testo, opera di Mogol e Vito Pallavicini, stravolge completamente il senso della canzone, trasformandola in una storia d’amore. Maiocchi incise anche un’altra versione dal titolo Non dite a mia madre scritta da Gigi Fiume, che venne censurata perché considerata una presunta istigazione al suicidio. In realtà la canzone parla chiaramente di un prigioniero nel braccio della morte, in attesa che venga eseguita la condanna. Nel 2008, i Pooh hanno inserito La casa del sole nel loro album Beat reGeneration. La versione incisa da Hermon Hitson, chitarrista poco conosciuto, viene spesso attribuita a Jimi Hendrix poiché l’album in cui è contenuta viene prevalentemente intitolato al solo Hendrix”.

(Wikipedia, voce The House of the Rising Sun)

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“L’esplosione avvenne nell’estate del 1964 con l’uscita del secondo singolo The House of the Rising Sun, un traditional che era di casa nel repertorio di Leadbelly e John White. Il botto è notevole: 250.000 copie vendute in due settimane, versioni in altre lingue dell’originale (in Italia sono i Los Marcellos Ferial a cantare La casa del sole), un impatto pari solo a Please please me dei Beatles.
“Fu del produttore Mickie Most l’idea di incidere una versione “rock” di The House of The Rising Sun, una canzone folk tradizionale che Bob Dylan aveva ripreso nel suo primo album per la Columbia nel 1962. Una partitura d’organo che ricordava molto Bach, arrangiata ed eseguita da Alan Price, creava un’atmosfera angosciante in cui Burdon si destreggiava con voce aspra e molto vissuta. Nonostante le sonorità cupe e l’insolita lunghezza (più di quattro minuti) il disco conquistò le vette delle classifiche di mezzo mondo (Charlie Gillett, The Sound of the City). The House of the Rising Sun è una ballata strepitosa, che ha nonni nello spiritual e amici tra le luci rosse e i bordelli di New Orleans ed a ragione, insieme a Mr. Tambourine Man, può essere considerata la pietra di partenza di un nuovo filone, il folk-rock”.

(Mauro Zambellini, Bassifondi, Mucchio Selvaggio n. 146, marzo 1990, pag. 12)

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