Introduzione
Nati a Seattle nel 1990 dalle ceneri di Green River e Mother Love Bone, i Pearl Jam sono l’ossimoro del rock americano: giganteschi e al tempo stesso refrattari al circo della celebrità. Il nucleo non è mai cambiato: Stone Gossard e Mike McCready alle chitarre, Jeff Ament al basso, Eddie Vedder come voce e coscienza morale. La porta girevole dei batteristi si è fermata nel 1998 con Matt Cameron, ex Soundgarden, che ha tenuto il tempo fino al 2025; dal 2002, in sordina ma decisivo, c’è anche Boom Gaspar alle tastiere. La leggenda vuole che tutto inizi con un nastro: Gossard e Ament, rimasti senza Andrew Wood, scrivono pezzi più duri, McCready li incalza, il demo passa a Jack Irons che lo gira a un ragazzo di San Diego, Eddie Vedder, commesso in una pompa di benzina e cantante dei Bad Radio. Lui va a surfare, gli arrivano in testa parole e melodia, incide tre tracce – “Alive”, “Once”, “Footsteps” – che chiamerà “Mamasan”. Lo fanno volare a Seattle: in una settimana è dentro. Il gruppo s’innamora del nome Mookie Blaylock, poi diventa Pearl Jam – la bisnonna Pearl e la suggestione dei “jam” alla Neil Young sono più mitologia che verità, ma fanno sceneggiatura (continua nella Biografia).
Discografia
Guarda anche la discografia completa dei Pearl Jam.
Brani
1. Once (testo e traduzione)
2. Even Flow (testo e traduzione)
3. Daughter (testo e traduzione)
4. Indifference (testo e traduzione)
5. Nothingman (testo e traduzione)
6. Wishlist (testo e traduzione)
7. Amongst The Waves (testo e traduzione)
8. Unthought Known (testo e traduzione)
9. Sirens (testo e traduzione)
10. Last Kiss (1999, testo e traduzione)
11. Can’t Help Falling In Love (testo e traduzione)
12. Black (testo)
13. Just Breathe (2009, testo e traduzione)
Biografia
(Prosegue dall’introduzione) Nel marzo 1991 entrano ai London Bridge per registrare Ten. È un’esplosione lenta: classic rock filtrato da urgenza post-punk, mid-tempo da maratona, baritono tellurico, testi abrasivi su solitudine, abusi, alienazione. “Alive” nasce come maledizione privata, la folla la ribattezza in coro di sopravvivenza; “Even Flow” e “Jeremy” piantano bandiere nell’immaginario. Il disco resta in classifica quasi cinque anni e diventa 13× platino: numeri da fuoriclasse, ma l’istinto è ritirarsi, non sfilare. Con Vs. (1993) i contatori impazziscono – circa 950.000 copie nella prima settimana, record dell’epoca – ma i PJ tolgono il piede dall’acceleratore della promozione: niente video dopo “Jeremy”, poche interviste, biglietti calmierati. Vitalogy (1994) raggruma la loro allergia alla fama: suono sgarbato, brani totem come “Corduroy”, “Not for You”, “Spin the Black Circle” e la pop song “Better Man”, che loro stessi avevano esitato a pubblicare. Intanto arriva la crociata contro Ticketmaster: testimoniano al Congresso nel 1994, provano un tour parallelo, si scontrano col monopolio delle venue, pagano di persona con date saltate e una percezione pubblica che confonde idealismo e testardaggine. È la prima delle loro scelte “controvento” che col tempo ridefiniranno la loro credibilità.
La seconda metà dei Novanta è laboratorio identitario. No Code (1996) è il salto laterale: garage, ballate, worldbeat, introspezione; Yield (1998) riallinea il tiro verso un rock più diretto (“Given to Fly”, “Wishlist”) e, pragmaticamente, riapre al circuito tradizionale per “accomodare i fan” che i boicottaggi avevano spesso lasciato fuori. Nel 1999 “Last Kiss”, cover incisa quasi per caso, diventa il loro singolo più alto in classifica e finanzia i profughi del Kosovo: la beneficenza non è passerella, è prassi. All’alba del 2000 i Pearl Jam inventano una forma d’archivio che nessuno aveva tentato su scala industriale: gli official bootlegs. Dozzine, poi centinaia di concerti pubblicati in serie, qualità da fonico di sala, prezzo popolare. È un gesto anti-pirateria, ma soprattutto un patto di trasparenza: il live come luogo della verità. Proprio sul palco, però, arriva la ferita che non chiuderà mai: il 30 giugno 2000 a Roskilde, in Danimarca, nove ragazzi perdono la vita sotto la folla. La band pensa allo scioglimento; tornerà a suonare per necessità catartica, e Riot Act (2002) metabolizzerà il lutto con pudore (“Arc”), aprendo spazi all’organo di Gaspar e a una scrittura più obliqua e meditativa.
Fuori dallo studio la band abita la polis: pro-choice già urlato a pennarello all’Unplugged del ’92, campagne per l’ambiente con compensazioni di CO₂, Rock the Vote e Vote for Change, sostegno di lungo corso ai West Memphis 3. Nel 2006, con l’album omonimo, tornano al ring: canzoni nervose, chitarre in avanti, “World Wide Suicide” come j’accuse all’Iraq. Backspacer (2009) alleggerisce: brani brevi, pulizia pop/new wave, un’aria che entra dalle finestre dopo stagioni di stanze in penombra. Il decennio successivo è la conferma che la loro lingua madre resta il palco: Lightning Bolt (2013) torna al numero uno e porta a casa un Grammy per il packaging, ma soprattutto fotografa una band che fa beneficenza in casa (i due show contro l’homelessness a Seattle) e fa memoria di sé con Let’s Play Two dallo stadio dei Cubs. Gigaton (2020) esce nel giorno sbagliato, alla vigilia dei lockdown: i tour si spostano, la scaletta torna quando può, il disco resta come ritratto della loro maturità ecologica ed emotiva.
Nel 2024 Dark Matter, prodotto da Andrew Watt, snellisce le liturgie e riporta l’urto d’insieme su nastro: canzoni compatte, un presente sonoro che non finge gioventù ma rifiuta la museificazione. Il tour globale affida i visual a Rob Sheridan, ma l’organismo è il solito: setlist mobili, deep cuts riesumate, cover usate come dialettica con la storia (Who, Neil Young, Bruce Springsteen), un bis che spesso scivola da “Baba O’Riley” a “Rockin’ in the Free World”. L’estate 2024 si fa complicata con cancellazioni per malattia; nel luglio 2025 arriva l’addio di Matt Cameron, finale di un capitolo lungo ventisette anni che obbliga a ripensare la fisionomia ritmica senza snaturare l’identità.
Musicalmente i Pearl Jam sono la diramazione più classicista della scena di Seattle: l’eco dei Settanta (Who, Neil Young, Led Zeppelin, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Beatles) innestata su una coscienza punk/alternativa (R.E.M., Ramones) e su un’etica del lavoro più che dell’icona. Il lessico è quello che ha educato l’intero formato del rock da arena degli anni ’90: il “mid-tempo” che regge senza ansimare, il groove di Gossard, la chitarra “di pancia” di McCready che viene da Hendrix e SRV ma si mette al servizio del brano, il basso scultoreo di Ament, il baritono di Vedder che porta sulla spalla storie di individui feriti e tensioni sociali, senza predica, con empatia. Per questo il loro lascito non è solo nella statistica – Ten che negli Stati Uniti supera Nevermind, i 13× platino, gli ingressi multipli in classifica dei bootleg – ma nella grammatica: come essere enormi senza diventare patinati, come far convivere idealismo e pragmatismo, come costruire una comunità intorno alla pratica del concerto. Se le nuove generazioni hanno trovato nei Pearl Jam un manuale di resistenza – “Corduroy” come autodifesa dalla celebrità, “Given to Fly” come elevazione, “Love Boat Captain” come elegia, “World Wide Suicide” come coscienza, fino alla compattezza di “Dark Matter” – è perché la band ha sempre scelto la via lunga: rinunciare a qualcosa oggi per riconoscersi domani. In un mondo che spesso trasforma i gruppi in marchi, loro hanno trasformato il marchio in un archivio vivo: migliaia di canzoni suonate e pubblicate, notti e città segnate, errori e ripartenze. La storia continua, come tutte le storie che hanno senso: con le ferite in vista, la schiena dritta e le chitarre accordate per un altro attacco in quattro (Ernesto Di Nisio, aggiornato il 21 settembre 2025).
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