’39 (Queen): significato, analisi e traduzione.

Dietro l’andatura rurale e malinconica di ’39, gemma acustica scritta e cantata da Brian May per A Night at the Opera (1975), si nasconde una delle intuizioni narrative più audaci del rock anni Settanta: un viaggio interstellare in cui il paradosso relativistico del tempo condanna i protagonisti a invecchiare di un solo anno, ritrovando al ritorno una Terra andata avanti di un secolo. Analisi, significato e traduzione di un piccolo, struggente capolavoro di fantascienza in musica.


Testo.

“In the year of ’39 assembled here, the Volunteers
In the days when lands were few
Here the ship sailed out into the blue and sunny morn
Sweetest sight ever seen
And the night followed day, and the storytellers say
That the score brave souls inside, mmm
For many a lonely day sailed across the milky seas
Ne’er looked back, never feared, never cried

Don’t you hear my call?
Though you’re many years away
Don’t you hear me calling you?
Write your letters in the sand
For the day I take your hand
In the land that our grandchildren knew

In the year of ’39 came a ship in from the blue
The Volunteers came home that day
And they bring good news of a world so newly born
Though their hearts so heavily weight
For the Earth is old and grey
Little darling, we’ll away but, my love, this cannot be
For so many years are gone
Though I’m older but a year
Your mother’s eyes from your eyes cry to me

Don’t you hear my call?
Though you’re many years away
Don’t you hear me calling you?
Write your letters in the sand
For the day I take your hand
In the land that our grandchildren knew

Don’t you hear my call?
Though you’re many years away
Don’t you hear me calling you?
All your letters in the sand
Cannot heal me like your hand
For my life, still ahead, pity me”.



Traduzione.

’39

“Nell’anno ’39 si radunarono qui, i Volontari
nei giorni in cui le terre erano poche
qui la nave salpò nell’azzurro di un mattino assolato
la più dolce visione mai veduta
E la notte seguì il giorno, e i cantastorie raccontano
che le venti anime coraggiose a bordo
per molti giorni solitari solcarono i mari lattei
mai si voltarono, mai temettero, mai piansero

Non senti il mio richiamo?
Anche se sei lontana di tanti anni
non senti che ti chiamo?
Scrivi le tue lettere sulla sabbia
per il giorno in cui ti prenderò la mano
nella terra che i nostri nipoti conobbero

Nell’anno ’39 giunse una nave dall’azzurro
i Volontari tornarono a casa quel giorno
e portarono buone notizie di un mondo appena nato
benché i loro cuori fossero così gravati
perché la Terra è vecchia e grigia
Piccola mia, ce ne andremo; ma, amore mio, questo non può essere
perché tanti anni sono passati
sebbene io sia invecchiato solo di un anno
dai tuoi occhi mi piangono gli occhi di tua madre

Non senti il mio richiamo?
Anche se sei lontana di tanti anni
non senti che ti chiamo?
Scrivi le tue lettere sulla sabbia
per il giorno in cui ti prenderò la mano
nella terra che i nostri nipoti conobbero

Non senti il mio richiamo?
Anche se sei lontana di tanti anni
non senti che ti chiamo?
Tutte le tue lettere sulla sabbia
non possono guarirmi come la tua mano
la mia vita è ancora tutta davanti a me: abbi pietà di me”.

(Traduzione a cura di Ernesto Di Nisio)


Scheda brano.

Queen, ’39 – 3:30
(Brian May)
Album: A Night at the Opera (1975)
Singolo: “You’re My Best Friend / ’39” (1976)

Per altri testi, traduzioni e commenti, guarda la discografia completa dei Queen.

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Analisi critica e tematica.

Il fascino di ’39 sta tutto nel suo essere un unicum: un’autentica space-folk song, in cui un arrangiamento di sapore rurale e marinaresco fa da veicolo a un racconto di fantascienza rigorosa. Conviene però distinguere subito due ordini di lettura, perché la divulgazione tende a confonderli. Su un primo piano, documentato e in parte dichiarato dall’autore, agiscono i due riferimenti portanti del testo: quello scientifico, che ne costituisce l’ossatura, e quello di genere, cioè la trasposizione del modello della ballata popolare. Su un secondo piano si collocano due chiavi interpretative ulteriori – l’allegoria del reduce di guerra e lo spaesamento esistenziale del ritorno – suggestive e legittime, ma che è onesto presentare come letture e non come intenzioni accertate. È in questa stratificazione, condensata in poco più di tre minuti, che risiede la maestria del brano: tenere insieme fisica teorica e struggimento folk senza che l’una soffochi l’altro.

Scheda tecnica.

’39 è il quinto brano di A Night at the Opera (EMI/Elektra, 1975), quarto album in studio dei Queen. Parole e musica sono di Brian May, che ne firma anche la voce solista, circostanza rara nel gruppo, dove il lead vocal spetta di norma a Freddie Mercury. Il pezzo uscì come lato B di You’re My Best Friend. Nell’incisione May suona la chitarra acustica a dodici corde, mentre il contrabbasso di John Deacon nacque quasi per scherzo e si fece poi realtà quando il bassista, di lì a pochi giorni, si presentò in studio avendo già imparato a suonarlo. Dal vivo, all’epoca, la voce solista passava a Mercury.

Il cuore scientifico: la relatività e il paradosso dei gemelli.

Il nucleo del testo è un’idea fisica precisa, ed è anche il riferimento meglio documentato, perché dichiarato dall’autore. May lo concepì come applicazione diretta della relatività ristretta di Einstein, attingendo alla propria formazione: laureato in fisica all’Imperial College di Londra nel 1968 – due giorni dopo la laurea era già sul palco ad aprire per i Pink Floyd – e poi dottorando in astrofisica, prima che la musica avesse il sopravvento. Da quegli studi nasce il racconto di un gruppo di astronauti, i «Volontari», che salpano a velocità prossime a quella della luce in cerca di nuovi mondi abitabili, ora che sulla Terra «le terre erano poche» («in the days when lands were few»). Dal loro punto di vista la missione dura un anno soltanto; al ritorno scoprono che a terra ne sono trascorsi cento, e che la dilatazione temporale relativistica ha lasciato morti o invecchiati tutti gli affetti abbandonati.

È, in termini espliciti, il celebre paradosso dei gemelli: il narratore è invecchiato di un solo anno («I’m older but a year»), mentre intorno a lui è passato un secolo. Di qui i due affondi emotivi del finale, che senza questa chiave resterebbero oscuri: l’amata è morta, e davanti al viaggiatore sta ormai una sua discendente (sua coetanea, o forse più anziana di lui) nei cui occhi egli ritrova, con dolente stupore, lo sguardo della donna perduta («Your mother’s eyes from your eyes cry to me»).

Vale la pena correggere un equivoco diffuso in rete: il dottorato in astrofisica May lo conseguì molto più tardi. Ripresi gli studi nel 2006, discusse la tesi (A Survey of Radial Velocities in the Zodiacal Dust Cloud) ottenendo il titolo nel 2007, oltre trent’anni dopo averlo cominciato. All’epoca di A Night at the Opera, dunque, era un laureato in fisica che aveva interrotto la ricerca per la musica: il rigore dell’idea precede di una vita il titolo accademico.

La ballata di mare trapiantata nello spazio.

Anche la veste formale risponde a un’intenzione dichiarata. May definì il brano un esperimento di «sci-fi skiffle», folk fantascientifico modellato sulle ballate popolari: i canti di lavoro dei marinai, le sea shanties, le storie di emigrazione ottocentesca. Si scrivono da sempre canzoni su naviganti che salpano verso terre sconosciute, dalle grandi spedizioni britanniche all’epopea dei Padri Pellegrini: perché non comporne una sugli astronauti? Da quella scelta discende l’intero lessico marinaresco e arcaizzante che traveste il viaggio spaziale: la navicella è semplicemente «the ship», l’equipaggio è fatto di venti anime («the score brave souls», dove score è la consueta “ventina” arcaica dell’inglese, lo stesso fourscore and seven di Lincoln), e la traversata è descritta con termini schiettamente nautici, il salpare verso l’azzurro, i giorni solitari in mare.

Sul piano dell’immaginario, i «milky seas» lavorano su un doppio registro perfettamente bilanciato: sono insieme la schiuma delle onde oceaniche e la Via Lattea solcata dall’astronave, senza che un piano prevalga sull’altro. Coerentemente, il «world so newly born» è il nuovo pianeta abitabile contrapposto a una Terra ormai «old and grey», lasciata quando all’umanità mancava lo spazio vitale; e a tramandare la vicenda sono, come in ogni ballata, i «cantastorie» («storytellers»).

Il numero «’39»: ipotesi a confronto.

Sulla scelta del numero la prudenza filologica dev’essere massima, perché qui la rete prolifera di letture suggestive e mal documentate. L’ipotesi meglio attestata è anche la più sobria: ’39 è il trentanovesimo brano d’album pubblicato dai Queen contando ogni traccia a partire dall’esordio, una coincidenza che le fonti registrano «per caso o di proposito», e che resta comunque l’unico dato concretamente legato al titolo. Diversa è la natura dell’eco con il 1939 e con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, che molti ascoltatori avvertono: i Volontari che partono lasciandosi alle spalle gli affetti per una missione disperata, e che tornano con «buone notizie» da un mondo ormai irriconoscibile, si prestano a essere letti come figura dei giovani soldati e dello straniamento del reduce. È una risonanza intensa, ma – va detto con chiarezza – non risulta un’intenzione autoriale documentata; al contrario, la trama colloca la vicenda nel futuro, e secondo più di un commentatore la scelta del numero fu soprattutto fonica, dettata da come «39» suonava nel verso. Sul solo piano del testo si può infine notare che «’39» ricorre due volte, alla partenza e al ritorno: vi si potrebbe leggere lo stesso anno di due secoli diversi – il 2039 e il 2139, poniamo – a sigillare con eleganza il paradosso temporale. Conviene però tenere distinti i tre piani: il dato della trentanovesima traccia, la suggestione bellica di pura ricezione e quest’ultima congettura interpretativa.

Il piano autobiografico e lo spaesamento del ritorno.

A un livello più intimo, e più cauto, May ha riconosciuto nel brano una risonanza personale: in quegli anni provava un senso di estraneità verso la propria casa, dopo essere stato a lungo lontano e aver conosciuto il mondo radicalmente «altro» delle tournée e del rock, distante anni luce dall’ambiente in cui era cresciuto. La figura del reduce vale così anche come allegoria della condizione del musicista.

A questa dimensione si salda il nucleo emotivo del finale, che andrebbe inteso più come dolore del superstite che come senso di colpa in senso proprio: ciò che pesa sul narratore non è l’essere sopravvissuto a un pericolo condiviso, ma il ritrovarsi solo oltre ogni misura. È qui che il verso conclusivo («For my life, still ahead, pity me») rovescia il cliché del trionfo esplorativo: avere l’intera vita davanti non è più una promessa, ma una condanna alla solitudine. Chi ha sfidato le leggi dello spazio-tempo per cercare un futuro all’umanità scopre di avervi sacrificato il proprio, e implora pietà non per ciò che ha perduto, ma per ciò che gli resta da vivere.

Note filologiche e di traduzione.

Qualche scelta dell’originale merita un cenno. Score, come si è detto, vale “ventina”, e l’arcaismo concorre al colore di ballata; the blue designa per metonimia il cielo-spazio da cui la nave salpa e a cui ritorna («a ship in from the blue»); e l’immagine delle letters in the sand condensa il tema dell’impermanenza – una scrittura destinata a essere cancellata, specchio della donna che scrive a un uomo che non rivedrà in vita – per poi tornare, nel finale, in contrasto con il gesto impossibile della mano («Cannot heal me like your hand»).

Quanto alla resa italiana, non letterale ma sobria e fedele alla struttura, vale la pena giustificare quattro scelte. The score brave souls diventa «le venti anime», col numero esatto preferito all’approssimativo “una ventina”, più piatto e meno consono al tono narrativo. Though I’m older but a year è reso «sebbene io sia invecchiato solo di un anno»: l’avverbio “solo”, assente alla lettera, esplicita il contrasto con il secolo trascorso a terra, che è poi il fulcro relativistico del testo. Per Your mother’s eyes from your eyes cry to me si è scelto «dai tuoi occhi mi piangono gli occhi di tua madre», intendendo cry come pianto rivolto e non come grido, e collocando in posizione di rilievo l’immagine che porta tutto il peso emotivo, lo sguardo materno che riaffiora dal volto della discendente. Infine la forma arcaica we’ll away è restituita con «ce ne andremo», che ne conserva la solennità senza irrigidirla.

Storia esecutiva.

Due esecuzioni meritano memoria. Nel marzo 1977 i Queen cantarono ’39 a cappella nella casa di Groucho Marx a Los Angeles, pochi mesi prima della morte del comico che aveva dato il titolo all’album; e il 20 aprile 1992 il brano fu interpretato da George Michael al concerto-tributo per Freddie Mercury, allo stadio di Wembley: proprio lui che lo indicava come la sua canzone preferita dei Queen e da ragazzo la cantava per racimolare qualche moneta nella metropolitana di Londra.


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