Rare tracce (Rino Gaetano): significato, analisi e testo.
“Rare tracce” compare nel 1977 su Aida, il terzo album di Rino Gaetano, ed è uno dei brani in cui la sua scrittura per elenchi raggiunge la forma più compiuta. Su un titolo che suona come un’indagine archeologica, la canzone passa in rassegna ciò che nell’Italia degli anni Settanta si trova in abbondanza e ciò che invece è quasi scomparso: da un lato i benpensanti, i trafficoni e i potenti con la fedina immacolata, dall’altro la tenerezza, l’onestà e la gente che lavora senza pretendere nulla da un sistema che non funziona.
Il momento più celebre è la doppia sfilza di verbi, quelli del ragionare e del deliberare contro quelli dell’agire, che mette in scena, con una filastrocca sarcastica, la distanza tra chi parla e chi fa. Nel ritornello la satira collettiva lascia spazio a una confessione in prima persona: Gaetano rinuncia alla posizione moralistica di chi osserva il mondo dall’esterno e restringe lo sguardo alle poche cose che può dire di conoscere davvero: se stesso, le proprie contraddizioni e quel “tu” che introduce una dimensione concreta e personale nel rumore della realtà pubblica.
Testo.
“Rare tracce di signori
Benpensanti e non creduti
Traffichini grossi e astuti
Ricchi forti e incensurati
Rare tracce di vita su Marte
Venere e Plutone
Rare tracce di un cannone
Che ha sparato, ha ucciso
Ha fornicato
Rare tracce di peccato
Di sevizie e di ricchezza
Rare tracce di tenerezza
In un mondo che si nasconde
Nella propria incolumità
Rare tracce di un passato
Che è passato e poi ritorna
Lascia un segno e poi sparisce
Dove andrà? Ma dove andrà?
Rare tracce di un treno
Che parte veloce e spedito
Rare tracce di un perito
Di finanza e di evasori
Rare tracce di buoni gestori
Nella nostra società
Ma io conosco le mie virtù
I miei difetti, la mia volontà
Ed io riconosco che ci sei tu
E faccio tutto, penso, scrivo, rubo, mangio
Per conoscerti di più
Rare tracce di gente
Che lavora che produce
Quando chiede nulla scuce
A un sistema che non va
Rare tracce di fortune
Che si perdono alla sera
Da teppaglia ammanicata
Capace solo di opinare
Ponderare, deliberare, prevedere
Escogitare, ideare, meditare, concepire
Elucubrare, congetturare, arbitrare, giudicare
Disserrare, spalancare, strombazzare, armeggiare
Appagare tracce rare
Di chi è capace di operare
Reagire, realizzare, effettuare, avverare
Rispettare, esercitare, lavorare, addestrare
Assuefare, applicare, elaborare, manipolare
Arrischiare, rinunciare, smanovrare, ammansare
Smandrappare, detestare, adorare, esecrare
Ma io conosco le mie virtù
I miei difetti, la mia volontà
Ed io riconosco che ci sei tu
E faccio tutto, penso, scrivo, rubo, mangio
Per conoscerti di più”.
Scheda brano.
Rino Gaetano, Rare tracce – 2:53
(Rino Gaetano)
Album: Aida (1977)
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Significato e citazioni.
Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.
“Rare tracce” (dall’album Aida, 1977) è una delle canzoni-catalogo tipiche di Rino Gaetano: il titolo funziona come una formula ripetuta che, di volta in volta, cambia tono. Il senso sta proprio nell’ambiguità dell’aggettivo rare.
Il gioco sul “raro”
La prima strofa accosta cose che dovrebbero essere rare e invece abbondano (i benpensanti ipocriti, i trafficoni astuti, i ricchi potenti con la fedina pulita) a cose che invece sono davvero introvabili: la tenerezza, i buoni amministratori, la gente che lavora senza chiedere nulla. L’iperbole cosmica (la vita su Marte, Venere, Plutone) serve a dire che l’onestà, nell’Italia del 1978, è rara quanto la vita sugli altri pianeti. È il Gaetano di Nuntereggae più: l’elenco come strumento satirico, dove mettere in fila le cose equivale già a giudicarle.
Il ritratto di un paese.
I bersagli sono quelli del suo repertorio: il mondo che si nasconde nella propria incolumità (il perbenismo che si chiama fuori), l’evasione fiscale contrapposta ai periti di finanza, un passato che torna e sparisce (senza mai lasciare conseguenze), il treno che parte veloce mentre il paese resta fermo. Nella seconda strofa il nodo si fa esplicito: le fortune si perdono per colpa di una “teppaglia ammanicata”, cioè una casta clientelare, che sa solo parlare.
Le due liste di verbi.
È il cuore della canzone. La prima sfilza (opinare, ponderare, deliberare, congetturare, elucubrare…) è il vocabolario della classe dirigente: verbi dell’astrazione, del rinvio, della chiacchiera burocratica e politica. La seconda (operare, realizzare, lavorare, rischiare, rinunciare…) è il vocabolario di chi fa, e quelle sì sono “tracce rare”. L’accumulazione ritmica trasforma il contrasto tra chi decide e chi produce in una specie di scioglilingua sarcastico; in mezzo Gaetano infila verbi deformati o inventati (smandrappare, smanovrare, ammansare) per far crollare la solennità della lista e mostrare quanto siano vuote quelle parole altisonanti.
Il ritornello: dal pubblico al privato.
Dopo tanta collettività degradata, il ritornello restringe improvvisamente lo sguardo al piano personale: il cantante dichiara di conoscere le proprie virtù, i difetti e la volontà, e di riconoscere un “tu”. Può essere una donna o una persona amata, ma il testo non obbliga a una lettura sentimentale. Più in generale, quel “tu” introduce una dimensione concreta e individuale in contrasto con l’astrazione del mondo pubblico appena descritto: di fronte a una società fatta di parole, categorie e formule, restano almeno alcune conoscenze dirette: se stessi, i propri limiti, l’altro.
Notevole che tra i verbi del quotidiano (pensare, scrivere, mangiare) ci sia anche rubare: è l’autoironia tipica di Gaetano, che evita di collocarsi moralisticamente al di fuori del mondo che denuncia. Non si proclama innocente né superiore agli altri: include anche se stesso dentro le contraddizioni comuni, mantenendo quella distanza ironica che gli impedisce di trasformare la satira in predica.
In sintesi, Rare tracce è una fotografia amara dell’Italia di fine anni Settanta, dove il vizio è diventato norma e la virtù un’anomalia statistica. Ciò che dovrebbe essere ordinario (lavorare, rischiare, assumersi responsabilità) sopravvive soltanto in “rare tracce”, mentre abbondano parole, mediazioni e convenienze. Di fronte a questo scenario Gaetano non offre una soluzione politica né una consolazione sentimentale: riduce piuttosto il campo alle poche cose che possono ancora essere conosciute senza retorica, a cominciare da se stessi e dall’altro.
(Ernesto Di Nisio, 10 settembre 2026)
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