Lo stambecco ferito (Antonello Venditti): significato, analisi e testo.

Lo stambecco ferito è la sesta traccia di Lilly, l’album del 1975 che consacra Antonello Venditti al grande successo. Con i suoi quasi dieci minuti è uno dei brani più lunghi e ambiziosi del suo repertorio: una ballata narrativa dal taglio quasi cinematografico, chiusa da una lunga coda pianistica intitolata La morte del bracconiere.

Ispirata alla fuga all’estero dell’industriale Felice Riva, la canzone trasforma un caso di cronaca in una parabola sull’impunità del potere e, soprattutto, in un “caso di coscienza” sulla violenza politica: il bracconiere potrebbe abbattere lo “stambecco”, simbolo del sistema, ma esita di fronte al confine tra giustizia e omicidio. Lo stesso Venditti mise il brano in relazione polemica con La locomotiva di Francesco Guccini, dichiarando di non condividere il gesto individuale dell’anarchico.

Rimasta lontana dal repertorio più popolare del cantautore, nel 1992 fu eseguita a San Siro: Venditti avrebbe poi ricordato come riuscì ad ammutolire settantamila persone, osservando che a volte quel silenzio può essere più importante di un applauso.


Testo.

“La troupe del fuggiasco stasera ha cambiato la scena
Sulla neve e sul fango lentamente arrancano piano
E si lasciano indietro, ridendo, la ricca Milano
Carovana di gente da circo sbandata davanti alla nebbia
Io lo spio mentre il vino mi gonfia le vene
E il fucile imbracciato, aspetto stambecchi

E un cavallo pezzato di nero compare nel buio
Tocca a lui, innocente, di aprire la lunga teoria
E la donna biondissima e nuda che cammina di fianco
Non c’è dubbio, è la sua segretaria
Che porta sulla schiena bianchissima delle autofatture

Lei amava il Marchese ancor prima di fargli da schiava
E due negri in livrea celestina le frustano il seno
Poi due fari al limone attraversano il buio
E una luce azzurrina sul tetto che gira
Fa capire al mio scarso vedere che è una pantera della polizia


E poi dietro una fila interrotta di un solo rumore
Sono uomini e spazzaneve della stradale
Poi di colpo mi vedo sbucare una Rolls tutta bianca
Con i vetri appannati da una pallida ombra di cielo
E lo vedo finalmente quel sigaro nero che brilla
“È lui lo stambecco ferito che stavo cercando”

Le racchette da tennis, confuse dietro al sedile
E i suoi occhiali da sole comprati sulla Costa Smeralda
Tra il soffitto e la pelle del tetto, quaranta miliardi di lire
Che le mucche domani tranquille potranno mangiare
Le bottiglie di whisky, ricordo di orge lontane
Aspettano di essere aperte dal loro padrone
“Industriale ammazza la moglie e poi fugge lontano”
E due fabbriche chiuse in Calabria aspettano il pane
“La polizia, malgrado gli sforzi ha perso le tracce”
Io li vedo passare davanti, intontito dal freddo

Le sue mazze da golf risplendono al sole
Quando lui si riaccende quel sigaro tanto temuto
Quaranta miliardi di lire nascosti tra l’acciaio e la pelle del tetto
Venderà le sue tazze da cesso in Cina o in Giappone
Dopo aver liberato per noia la bionda compagna
E suo figlio? E suo figlio girerà come un biglietto da mille i college inglesi
Rivedrà suo papino sulla foto di qualche giornale
Ed il vino ed il sangue mi sale alla testa, non voglio sparare
E le lacrime confondono il cuore dal proprio dovere
“Dov’è andato, dov’è andato il coraggio spavaldo di un bracconiere?”

La pietà mi fa dire di no a un leone che fugge
II grilletto è bloccato dal ghiaccio, non voglio vedere
Uno sparo riecheggia tremante per tutta la valle
“Polizia uccide cacciatore di frodo sulla terra comasca”
Lo stambecco felice e ubriaco vola lontano
E la nebbia delusa e sconfitta se ne va… piano, piano”.


Scheda brano.

Antonello Venditti, Lo stambecco ferito –
(Antonello Venditti)
Album: Lilly (1975)

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Rassegne.

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate ad imprenditori e commercianti di InfinitiTesti, sotto la voce Felice Riva.

Brano inserito nella rassegna Lo zoo di InfinitiTesti – Le canzoni dedicate agli animali, sotto la voce Stambecchi.

Brano inserito nella rassegna A Place To Love. Le canzoni dedicate ai luoghi del cuore, nella sezione Le canzoni dedicate a città, regioni e paesi italiani, sotto le voci Milano, Calabria e Costa Smeralda.

Brano inserito nella rassegna A Place To Love. Le canzoni dedicate ai luoghi del cuore, nella sezione Le canzoni dedicate a Stati, città e luoghi di Asia e Oceania, sotto le voci Cina e Giappone.


Significato e citazioni.

Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.

Lo stambecco ferito, pubblicata nel 1975 nell’album Lilly, è uno dei brani più letterari e politici di Antonello Venditti: una lunga ballata-racconto in cui una surreale battuta di caccia diventa una parabola sul conflitto di classe, sull’impunità del potere economico e sul rapporto, molto più problematico, tra giustizia e violenza politica nell’Italia degli anni Settanta.

La vicenda di partenza. La canzone è generalmente ricondotta alla figura di Felice Riva, industriale tessile e proprietario del gruppo Vallesusa, travolto nel 1965 da un dissesto di circa 46 miliardi di lire che lasciò senza lavoro migliaia di dipendenti. Arrestato nel febbraio del 1969 per il crac della società, Riva rimase in carcere per poche settimane: la Cassazione annullò il mandato di cattura per un vizio di forma e, non essendogli stato ritirato il passaporto, poté lasciare l’Italia. Nell’ottobre dello stesso anno fu condannato per bancarotta fraudolenta, mentre ormai conduceva la propria latitanza all’estero, passando tra Francia, Grecia e Libano.

Venditti ha sempre mantenuto una certa reticenza sull’identità precisa del personaggio, anche se il riferimento a Riva è generalmente riconosciuto. Del resto, diversi particolari della canzone (l’uxoricidio, le fabbriche chiuse in Calabria, il confine verso la Svizzera) non appartengono alla vicenda reale. Il personaggio storico è dunque soltanto il punto di partenza: Venditti lo trasforma in un tipo universale, il grande industriale che accumula ricchezza, lascia dietro di sé fabbriche chiuse e lavoratori senza pane, sottrae capitali al paese e infine fugge senza pagare realmente per ciò che ha fatto.

La scena. A raccontare la vicenda è un bracconiere ubriaco, appostato di notte con il fucile su un valico innevato. Attende lo stambecco, ma davanti ai suoi occhi compare invece una processione grottesca, quasi una carovana da circo: un cavallo, una segretaria-amante nuda con le “autofatture” sulla schiena, assurda materializzazione della contabilità e degli affari del fuggiasco; poi la polizia, gli uomini della Stradale e gli spazzaneve; infine una Rolls bianca dentro la quale viaggia il potente in fuga, circondato dai simboli della propria condizione: il sigaro, le racchette da tennis, le mazze da golf e quaranta miliardi nascosti nel tetto.

È qui che l’immagine assume il suo significato politico più netto. Nella costruzione allegorica di Venditti, la polizia non sembra inseguire il fuggiasco: sembra quasi scortarlo. Mentre il giornale annuncia che le forze dell’ordine ne hanno perso le tracce, la strada davanti alla Rolls viene materialmente liberata. Lo Stato, invece di fermare il potente, finisce simbolicamente per spianargli la via.

Il fuggiasco. L’industriale diventa così la caricatura feroce di una grande borghesia irresponsabile e impunita. La cronaca racconta che avrebbe “ammazzato la moglie”; ha chiuso due fabbriche lasciando gli operai senza pane; porta con sé miliardi destinati alla Svizzera, dove perfino le “mucche” potranno metaforicamente mangiare quel denaro; una volta lontano dall’Italia ricomincerà tranquillamente da capo, magari vendendo sanitari in Oriente. Anche il destino del figlio, destinato a passare da un college inglese all’altro “come un biglietto da mille”, diventa parte dello stesso sistema di privilegi.

Non siamo più, dunque, davanti al ritratto realistico di un singolo industriale, ma a una figura simbolica: l’uomo che può fallire, licenziare, esportare capitali e sottrarsi alle proprie responsabilità continuando tuttavia a conservare ricchezza, status e possibilità di ricominciare altrove.

L’esitazione e il rovesciamento. Il bracconiere comprende finalmente che lo stambecco che sta aspettando non è un animale: è l’uomo dentro la Rolls. È quella la vera preda. Avrebbe il fucile, il bersaglio e, dal proprio punto di vista, perfino una giustificazione morale per sparare.

Ma quando arriva il momento decisivo si ferma. La pietà per quel “leone che fugge”, il grilletto gelato e le lacrime che confondono “il cuore dal proprio dovere” trasformano improvvisamente la satira politica in un problema di coscienza. Il bracconiere sa chi considera colpevole, ma non riesce più a trasformare quella colpa in una condanna a morte.

Poi si sente uno sparo e un nuovo titolo di giornale capovolge definitivamente la scena: non è il bracconiere ad aver ucciso lo stambecco, ma la polizia ad aver ucciso il cacciatore di frodo. Il potente può continuare la propria fuga, mentre a morire è proprio colui che aveva pensato di fermarlo.

Lo stambecco, “felice e ubriaco”, vola via; la nebbia, “delusa e sconfitta”, si ritira quasi fosse il sipario di una rappresentazione. La lunga coda strumentale al pianoforte, significativamente intitolata La morte del bracconiere, sposta così il centro emotivo dell’intero brano: ciò che rimane non è tanto la fuga del potente quanto la sconfitta di chi aveva immaginato di poterlo abbattere.

Il senso. Nell’allegoria costruita da Venditti, lo stambecco rappresenta il sistema, mentre il bracconiere incarna quella “giustizia proletaria” che vorrebbe sostituirsi alla giustizia ufficiale e colpire direttamente il responsabile. Ma è proprio qui che la canzone rifiuta una conclusione ideologica semplice.

Il momento decisivo non è lo sparo, bensì l’esitazione. Il bracconiere riconosce il colpevole e comprende l’ingiustizia del sistema, ma quando dovrebbe trasformare la propria convinzione politica in un atto irreversibile scopre il confine che separa la giustizia dall’omicidio. Essere giudice del popolo significa anche assumersi il diritto di decidere chi merita di vivere e chi deve morire. Ed è davanti a questa responsabilità che il suo “dovere” rivoluzionario entra in conflitto con la sua umanità.

Venditti non stabilisce definitivamente se quell’esitazione sia pietà, debolezza, viltà o lucidità morale. La domanda sul “coraggio spavaldo di un bracconiere” finisce così per rivolgersi al protagonista stesso, ma anche a un’intera generazione che, negli anni Settanta, si interrogava sulla possibilità di trasformare la rabbia politica in violenza.

Nel 1975 non si trattava più di una questione teorica. La radicalizzazione politica era già in corso e la lotta armata aveva cominciato la propria escalation. Lo stambecco ferito nasce dunque in un momento in cui la domanda se fosse legittimo “colpire” il nemico di classe stava entrando concretamente nella realtà italiana. Venditti sembra rispondere non con una tesi, ma con un caso di coscienza: comprendere le ragioni della rivolta non significa automaticamente accettarne la violenza.

E alla fine rimane il paradosso più amaro della canzone: chi trasgredisce in piccolo viene punito, chi trasgredisce in grande viene protetto e se ne va.

(Ernesto Di Nisio, 11 settembre 2026)


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