Joe Mitraglia (Nomadi): significato, analisi e testo.

Pubblicata nel 1978 in Naracauli e altre storie, Joe Mitraglia è forse una delle pagine più dure e meno consolatorie del repertorio dei Nomadi. La firma (testo e musica) è di Maurizio Bettelli, autore modenese che a quell’album diede tutte e sei le canzoni. Il protagonista è un partigiano dell’Appennino modenese che, finita la guerra, non depone le armi e continua a farsi giustizia da solo, fino a morire in un agguato notturno tesogli, secondo il successivo racconto dell’autore, da uomini che avevano combattuto al suo fianco. Il nome è inventato, ma la storia nasce da una vicenda che Bettelli aveva ascoltato da bambino dalla sua maestra, la quale non volle mai rivelargli il vero nome del protagonista.

Ne nasce una ballata che celebra senza ironia la Resistenza e i suoi uomini con gli strumenti dell’epica popolare – la scelta della montagna, il sacrificio, la liberazione, la memoria dei luoghi – ma che, proprio per questo, rende ancora più amaro il rovesciamento finale: quello di un combattente incapace di fermarsi quando la guerra è finita e destinato a diventare scomodo perfino per i suoi. Scritta nel 1978, la storia parla così anche al presente di Bettelli, segnato dalla violenza politica e dalla tentazione di rivendicare una continuità fra lotta partigiana e lotta armata.


Testo.

“Qui in città non ne senti più parlare
Troppi anni son passati
E troppo tristi son da ricordare
Giorni neri, giorni dannati
Ma qualche vecchio, quando sente il nome
Di Joe Mitraglia, il partigiano
Si tingon strani gli occhi proprio come
Gli avessi tolto il vino dalla mano

Joe Mitraglia era uno dei tanti
Che aveva detto no ai repubblichini
Era scappato anche lui sui monti
Lasciando a casa moglie e bambini
Combatteva fra i boschi in Appennino
Ed i sentieri li aveva ricoperti
Da Benedello a Montefiorino
Di tedeschi e di fascisti morti

Dopo l’inverno vien la primavera
Ma del ’45, la più bella
E la liberazione non sembra vera
Ma da mesi non si usa la padella
Manca anche il grano nei granai
Tutto in vent’anni han fatto fuori
Anche le lacrime per i morti tuoi
Quei maledetti dai manganelli neri

Ma eran tanti ad uccidere Gobetti
E tanti ancora a picchiar di notte
Ed io li voglio tutti maledetti
Se non da Dio almeno dalle mie botte
Così diceva, venuto giù dai monti
Rossi di sangue e rossi di pensiero
Tenne con sé i suoi fucili pronti
Per continuar la nostra Primavera


Così di notte ed anche in pieno giorno
Joe Mitraglia sparava senza posa
Fascisti non voleva più dattorno
Da Sant’Eufemia fino alla Pomposa
C’era sui muri il sangue di vendetta
Ma una notte qualcuno il nome grida
Un’imboscata e giù di baionetta
Qualcuno ride, qualcuno come Giuda

Qui in città non ne senti più parlare
Troppi anni son passati
E troppo tristi son da ricordare
Giorni neri, giorni dannati
Ma qualche vecchio, quando sente il nome
Di Joe Mitraglia, il partigiano
Si tingon strani gli occhi proprio come
Gli avessi tolto il vino dalla mano”.


Scheda brano.

Nomadi, Joe Mitraglia – 7:17
(Maurizio Bettelli)
Album: Naracauli e altre storie (1978)
Album: Nomadi in concerto (1987, live)

Per altri testi, approfondimenti e commenti, guarda la discografia completa dei Nomadi.

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Rassegne.

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate agli eventi storici di InfinitiTesti, sotto la voce 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945 – La Resistenza italiana.

Brano inserito nella rassegna A Place To Love. Le canzoni dedicate ai luoghi del cuore, nella sezione Le canzoni dedicate a città, regioni e paesi italiani, sotto le voci Montefiorino e Benedello (frazione di Pavullo nel Frignano).

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate a poeti, filosofi, scrittori e giornalisti di InfinitiTesti, sotto la voce Piero Gobetti.

Brano inserito nella rassegna Canzoni dedicate alle vittime di mafie, dittature e altre ingiustizie di InfinitiTesti, sotto il nome Piero Gobetti.


Significato e citazioni.

Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.

Joe Mitraglia è la ballata di un uomo che il 25 aprile non basta a fermare: un partigiano che scende dai monti, continua a sparare e finisce ucciso in un agguato notturno teso, secondo la ricostruzione fornita anni dopo dal suo autore, dai suoi stessi compagni. Conviene chiarire subito un equivoco diffuso: la canzone non nasce dalla penna dei Nomadi, ma da quella di Maurizio Bettelli, che ne firma testo e musica; il gruppo emiliano la incise e la pubblicò nel 1978 nell’album Naracauli e altre storie. Era una delle sei composizioni scritte fra il 1973 e il 1978 che i Nomadi registrarono nel novembre di quell’anno.

Una Resistenza cantata come epica popolare

Prima di diventare il racconto di un tradimento, Joe Mitraglia è a tutti gli effetti una canzone di celebrazione, e lo è nel modo più tradizionale: quello della ballata. La forma è quella del cantastorie: strofe narrative regolari, un ritornello identico in apertura e in chiusura, un protagonista con un nome che suona, un’intera vita compressa in poche quartine. Bettelli non sceglie il registro del documento né quello della denuncia: sceglie quello della leggenda paesana, ed è una scelta politica prima che stilistica. La Resistenza viene consegnata alla stessa forma con cui il popolo tramanda le storie dei banditi generosi e dei fuorilegge giusti.

Il segno più chiaro di questa intenzione è il nome stesso. “Joe Mitraglia” non va però necessariamente inteso come il vero nome di battaglia del protagonista: Bettelli avrebbe spiegato che l’identità reale dell’uomo gli era stata taciuta. È dunque, prima di tutto, un’invenzione narrativa che funziona esattamente come un nome di battaglia. “Joe” è americano, da film; “Mitraglia” è il nomignolo dell’arma. Il risultato evoca la logica dei nomi partigiani, spesso pescati dai romanzi d’avventura e dal cinema, ed è insieme il marchio della trasmissione orale: un uomo che entra nel mito non conserva l’anagrafe, acquista un soprannome. La canzone non ricostruisce una biografia, celebra una figura.

La celebrazione passa attraverso tre movimenti precisi.

Il primo è quello della scelta. Il protagonista viene presentato come uno dei tanti: non un eroe predestinato, non un quadro politico, ma un uomo comune che rifiuta di rispondere alla chiamata dei repubblichini e prende la via della montagna. È la verità storica del fenomeno – dopo l’8 settembre, e soprattutto dopo i bandi di leva della Repubblica Sociale nel 1944, le bande appenniniche si riempiono di renitenti, contadini, operai, ragazzi – ed è al tempo stesso la tesi morale del testo: la Resistenza non è l’impresa di pochi eletti, è una somma di rifiuti individuali. Dire che il protagonista era uno dei tanti non lo sminuisce, lo moltiplica: dietro di lui c’è un popolo intero. Lo stesso Museo della Repubblica di Montefiorino ricorda come nella primavera del 1944 moltissimi giovani renitenti alla leva di Salò raggiungessero le formazioni partigiane dell’Appennino modenese.

Il secondo è quello del prezzo pagato. Sui monti non si sale da liberi avventurieri: ci si sale lasciando dietro una moglie e dei figli. Bastano due parole per evocare tutto ciò che la retorica ufficiale di solito omette: le famiglie esposte alle rappresaglie, le donne rimaste a mandare avanti case e campi, il rischio che ricadeva su chi restava a valle. La celebrazione è tanto più efficace perché sobria: nessun eroismo dichiarato, solo un costo domestico enunciato di sfuggita.

Il terzo è quello della consacrazione dei luoghi. Nominare Benedello (frazione di Pavullo nel Frignano) e Montefiorino non è un vezzo localistico, è un gesto di memoria militante. Montefiorino è il centro della zona libera partigiana costituitasi nel giugno 1944 e durata fino ai primi giorni di agosto, una delle prime, più estese e importanti esperienze di autogoverno partigiano in Italia: nella cultura emiliana quel nome funziona come un luogo fondativo, e chiamarlo in causa significa collocare il protagonista dentro una delle vicende più note della Resistenza nell’Appennino modenese. Il verso sui sentieri ricoperti di tedeschi e di fascisti morti è la sola vera iperbole epica del testo, e va letta come tale: non compiacimento per la strage, ma misura leggendaria della statura dell’eroe, l’equivalente del catalogo di imprese che nelle ballate antiche stabilisce chi abbiamo davanti.

La primavera del ’45 e la lunga durata della violenza

Anche la strofa della Liberazione, per quanto attraversata dalla fame, resta fondamentalmente un’esaltazione: fra tutte le primavere quella è la più bella, e la libertà appare talmente attesa da sembrare irreale. La miseria (le padelle ferme da mesi, i granai vuoti) non serve a incrinare la gioia, serve a presentare il conto a chi l’ha provocata: i vent’anni del regime, i manganelli neri, i morti che non si sono nemmeno potuti piangere.

Da qui discende la strofa più importante sul piano ideologico, quella che nomina Piero Gobetti, il liberale torinese aggredito più volte dai fascisti, costretto infine all’esilio e morto a Parigi nel febbraio del 1926, a soli ventiquattro anni. Il riferimento serve a stabilire una continuità: la violenza fascista non comincia nel ’43 con i repubblichini, comincia vent’anni prima, con le spedizioni punitive e i pestaggi notturni. Per Joe, dunque, la fine militare della guerra non può cancellare con un tratto di penna ciò che è cominciato molto prima e ciò che è stato subito per vent’anni. Bettelli fa dire al protagonista che il sangue versato e l’idea politica sono la stessa cosa – il rosso della ferita e il rosso del pensiero – e gli mette in bocca la rivendicazione di una “Primavera” con la maiuscola che non è la stagione ma la trasformazione sociale promessa dalla Resistenza.

Qui, però, occorre introdurre una distinzione decisiva. Il possessivo “nostra” appartiene alla voce della canzone e all’orizzonte politico da cui essa nasce, ma non significa che Bettelli approvi senza riserve la prosecuzione della lotta armata. Anzi, il seguito del brano serve precisamente a mettere in crisi quella continuità.

Il 1945 visto dal 1978

È forse questa la chiave che permette di comprendere davvero Joe Mitraglia. Bettelli ha raccontato che la canzone voleva essere, in un certo senso, una risposta a La locomotiva di Francesco Guccini. Nella Bologna degli anni Settanta, segnata dalla violenza politica, dalle armi e dagli attentati, il finale della canzone di Guccini – con la locomotiva ancora lanciata contro l’ingiustizia – gli sembrava poter assumere un significato pericolosamente attuale. Joe Mitraglia nasce anche da questa inquietudine.

Il partigiano incapace di deporre il fucile diventa così una figura a due facce. Appartiene al 1945, ma parla al 1978. Bettelli stesso ha spiegato di averne utilizzato la storia come metafora delle frange violente dell’Autonomia e dei gruppi armati che negli anni di piombo rivendicavano una continuità simbolica con la Resistenza. Non è casuale, in questo senso, che il suo saggio del 2015 dedicato alla canzone abbia fra le parole chiave “anni di piombo”, “lotta armata”, “terrorismo” e “Resistenza”.

La canzone racconta dunque due dopoguerra contemporaneamente: quello reale del 1945, nel quale la violenza non scompare insieme all’occupazione tedesca, e quello metaforico degli anni Settanta, nel quale una parte della lotta politica pretende di ereditare linguaggio, nomi e legittimazione morale dalla guerra partigiana.

Dalla montagna alla città: il rovesciamento

È a questo punto che la canzone si sposta, e lo spostamento è geografico prima ancora che morale. Sant’Eufemia e Pomposa non sono luoghi appenninici: sono due chiese del centro di Modena, entrambe nel cuore della città storica. La violenza che prima si esercitava nei boschi, in una guerra riconosciuta e collettiva, ora si esercita fra le strade di una città che ha ripreso a vivere, contro nemici che non sono più un esercito occupante ma vicini di casa, e alla luce del giorno. È lo stesso uomo, sono gli stessi fucili, ma cambia completamente lo statuto di ciò che fa: alla guerra partigiana subentra la resa dei conti del dopoguerra, e il sangue sui muri diventa quello della vendetta.

Il finale – il nome gridato nella notte, l’agguato, qualcuno che ride alla maniera di Giuda – è il momento in cui la canzone smette di celebrare e comincia a fare i conti. Joe Mitraglia non muore per mano dei fascisti: nella ricostruzione fornita dallo stesso Bettelli, i suoi ex compagni decidono di eliminarlo perché la sua violenza ormai incontrollabile rischia di compromettere anche l’immagine di chi aveva combattuto con lui. È qui che il “Giuda” del testo acquista tutto il suo peso: chi lo uccide appartiene allo stesso mondo dal quale Joe proviene.

È il tema del reduce che non riesce (o non vuole) attraversare il confine fra guerra e pace, mentre la sua stessa parte politica deve attraversarlo per entrare nella nuova legalità repubblicana. Nel giro di pochi mesi vengono richiesti il disarmo e il ritorno alla normalità istituzionale; nel giugno del 1946 arriva inoltre l’amnistia promossa dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, pensata come strumento di pacificazione e comprendente anche reati politici commessi durante il fascismo. Nel contesto emiliano, segnato anche dalle violenze e dai regolamenti di conti del dopoguerra, era materia scottante; e nel 1978, in pieni anni di piombo, lo era ancora per ragioni completamente nuove ma inquietantemente affini.

Che cosa c’è di vero

Bettelli è tornato sulla vicenda molti anni dopo nel saggio Cantare quei giorni. La ballata di Joe Mitraglia, pubblicato nel 2015 su Forum Italicum, dove ha raccontato la genesi del brano e il rapporto fra fatti storici, memoria autobiografica e loro trasformazione in canzone. Il nome era inventato: la maestra che gli narrò la storia da bambino non volle rivelare quello vero del partigiano sbandato. Era una figura tanto imbarazzante quanto ingombrante, sia per gli ex compagni che avevano combattuto con lui per liberare la città, sia per la gente comune che dopo anni di terrore voleva soltanto tornare alla vita di tutti i giorni. Un’imboscata notturna chiuse la partita.

È importante, però, distinguere i diversi livelli del racconto. Joe Mitraglia non è la biografia documentaria di un partigiano identificabile, ma la trasformazione letteraria di una storia tramandata oralmente, filtrata dai ricordi infantili di Bettelli e poi riscritta oltre trent’anni dopo i fatti. La “verità” della canzone è quindi insieme storica, memoriale e narrativa.

La cornice

Il ritornello che apre e chiude è la parte più bella e insieme la più amara. La città ha rimosso tutto; restano solo dei vecchi ai quali, al sentire quel nome, lo sguardo si altera. E attenzione alla similitudine con cui quella reazione viene descritta: non è l’orgoglio del reduce, è lo scatto stizzito e ferito di chi si vede togliere il bicchiere di mano: fastidio, vergogna, un lutto mai elaborato. Bettelli non ci dice nel testo se quei vecchi rimpiangano Joe Mitraglia o se siano fra coloro che lo hanno lasciato uccidere, e proprio in questa ambiguità sta il senso della canzone: la memoria della Resistenza non è un monumento pulito, ha dentro delle zone che nessuno ha voluto illuminare.

È proprio la sincerità della prima parte a rendere devastante il rovesciamento della seconda. Se la celebrazione fosse ironica o di maniera, il finale sarebbe un pamphlet antipartigiano; essendo autentica, il passaggio dalla guerra alla vendetta diventa invece una tragedia interna a quel mondo. Ma, alla luce delle spiegazioni successive di Bettelli, il bersaglio ultimo della canzone non è la Resistenza: è il momento in cui una violenza nata in un determinato contesto storico pretende di sopravvivere a quel contesto e di conservare per sempre la propria legittimità.

Per questo Bettelli ha parlato di un finale deliberatamente sospeso: non dalla parte di Joe, ma neppure da quella di chi lo elimina. Il punto non è stabilire chi abbia ragione nell’ultima notte del partigiano, bensì mostrare il corto circuito per cui la violenza, una volta sopravvissuta alla guerra che l’aveva generata, finisce per rivolgersi anche contro il proprio campo. È questo che collega il 1945 al 1978 e fa di Joe Mitraglia qualcosa di più di una ballata resistenziale: una riflessione sulla difficoltà di capire quando una lotta è finita.

Che il brano sia rimasto importante nel repertorio dei Nomadi è comunque documentato dal suo inserimento nel doppio Nomadi in concerto del 1987: quasi dieci anni dopo l’incisione originale, Augusto Daolio continuava a cantarlo dal vivo.

(Ernesto Di Nisio, 19 settembre 2026)


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Brano proposto da: Ernesto Di Nisio
Direttore: Arturo Bandini (direttore@infinititesti.com)
Responsabile Quality: Ernesto Di Nisio (quality@infinititesti.com)
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