Lake Marie (John Prine): significato, analisi e traduzione.

“Lake Marie” è uno dei momenti più alti di Lost Dogs and Mixed Blessings (1995) ed è divenuta una delle canzoni più amate della maturità di John Prine. Su una progressione folk-rock trascinante e un ritornello ipnotico, quasi una litania, il narratore alterna tre racconti legati alla stessa geografia della memoria: una leggenda indiana sull’origine dei nomi dei Twin Lakes, la storia di un amore da un ricordo giovanile presso il lago fino alla crisi coniugale, e una scena di cronaca nera costruita come un servizio visto al telegiornale.

Le tre vicende non si spiegano a vicenda. Si sfiorano, si specchiano l’una nell’altra, e trovano unità nei laghi e nel paesaggio che Prine trasforma in un unico luogo della memoria, tranquillo e indifferente al trascorrere delle vite umane. Con la tecnica che gli è propria, Prine mescola il grottesco e il tragico, il dettaglio quotidiano e il presagio di morte, e costruisce una canzone sulla memoria: su come i ricordi si depositano per frammenti e su come l’amore, una volta finito, possa essere travolto dalla realtà e tuttavia restare legato per sempre ai luoghi in cui è stato vissuto.


Testo.

“We were standing
Standing by peaceful waters
Standing by peaceful waters
Whoa ah oh ah oh

Many years ago along the Illinois-Wisconsin border
There was this Indian tribe
They found two babies in the woods, white babies
One of them was named Elizabeth
She was the fairer of the two
While the smaller and more fragile one was named Marie
Having never seen white girls before
And living on the two lakes known as the Twin Lakes
They named the larger and more beautiful lake, Lake Elizabeth
And thus the smaller lake that was hidden from the highway
Became known forever as Lake Marie

We were standing
Standing by peaceful waters
Standing by peaceful waters
Whoa ah oh ah oh

Many years later, I found myself talking to this girl
Who was standing there with her back turned to Lake Marie
The wind was blowing especially through her hair
There was four Italian sausages cooking on the outdoor grill
And they was s-s-sizzlin’
Many years later we found ourselves in Canada
Trying to save our marriage and perhaps catch a few fish
Whatever came first
That night, she fell asleep in my arms
Humming the tune to ‘Louie Louie’
Aah baby, we gotta go now


We were standing
Standing by peaceful waters
Standing by peaceful waters
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh

The dogs were barking as the cars were parking
The loan sharks were sharking, the narcs were narcing
Practically everyone was there
In the parking lot by the forest preserve
The police had found two bodies
Nay, naked bodies!
Their faces had been horribly disfigured by some sharp object
Saw it on the news, the TV news in a black and white video
You know what blood looks like in a black and white video?
Shadows, shadows! That’s what it looks like
All the love we shared between her and me was slammed
Slammed up against the banks of old Lake Marie, Marie

We were standing
Standing by peaceful waters
Standing by peaceful waters
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh
Standing by peaceful waters
Peaceful waters
Standing by peaceful waters
Peaceful waters
Standing by peaceful waters
Peaceful waters
Standing by peaceful waters
Peaceful waters
Ahh baby, we gotta go now”.


Traduzione.

Lake Marie

“Eravamo lì
Lì, presso acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Whoa ah oh ah oh

Molti anni fa, lungo il confine tra Illinois e Wisconsin,
viveva questa tribù indiana.
Trovarono due bambine nei boschi, due bambine bianche.
Una di loro si chiamava Elizabeth.
Era la più bella delle due, (1)
mentre la più piccola e fragile si chiamava Marie.
Non avendo mai visto prima delle bambine bianche
e vivendo presso i due laghi conosciuti come i Twin Lakes, (2)
chiamarono il lago più grande e più bello Lake Elizabeth.
E così il lago più piccolo, nascosto alla vista della strada statale,
divenne per sempre noto come Lake Marie.

Eravamo lì
Lì, presso acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Whoa ah oh ah oh

Molti anni dopo, mi ritrovai a parlare con questa ragazza
che se ne stava lì, dando le spalle a Lake Marie.
Il vento soffiava, soprattutto tra i suoi capelli.
C’erano quattro salsicce italiane che cuocevano sulla griglia all’aperto (3)
e s-s-sfrigolavano. (4)
Molti anni dopo ci ritrovammo in Canada,
nel tentativo di salvare il nostro matrimonio e magari prendere qualche pesce.
Quale delle due cose venisse prima. (5)
Quella notte si addormentò tra le mie braccia
canticchiando la melodia di “Louie Louie”. (6)
Ah, piccola, adesso dobbiamo andare.

Eravamo lì
Lì, presso acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh

I cani abbaiavano mentre le macchine parcheggiavano,
gli strozzini strozzineggiavano, gli sbirri sbirreggiavano. (7)
Praticamente c’erano tutti,
nel parcheggio accanto alla riserva naturale.
La polizia aveva trovato due corpi.
Anzi, corpi nudi! (8)
I loro volti erano stati orribilmente sfigurati da qualche oggetto affilato.
L’ho visto al telegiornale, in un filmato in bianco e nero. (9)
Sai che aspetto ha il sangue in un filmato in bianco e nero?
Ombre, ombre! Ecco che aspetto ha.
Tutto l’amore che io e lei avevamo condiviso venne sbattuto,
sbattuto contro le rive del vecchio Lake Marie, Marie.

Eravamo lì
Lì, presso acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh
Whoa ah oh ah oh
Lì, presso acque tranquille
Acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Acque tranquille
Lì, presso acque tranquille
Acque tranquille
Ah, piccola, adesso dobbiamo andare”.

(Traduzione a cura di Ernesto Di Nisio)


Scheda brano.

John Prine, Lake Marie – 6:00
(John Prine)
Album: Lost Dogs and Mixed Blessings (1995)

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Note.

(1) La “più bella” delle due. L’aggettivo inglese fair ha un doppio valore: “bella” e “chiara di carnagione, bionda”. Qui il significato principale è con ogni probabilità il primo, anche perché poco dopo Prine trasferisce esplicitamente sul lago l’idea di bellezza (“the larger and more beautiful lake”). Resta tuttavia, sullo sfondo, l’ambiguità visiva contenuta in fair, particolarmente percepibile dopo l’insistenza sulle due “white babies”. La traduzione privilegia dunque “bella”, senza poter conservare interamente la duplicità dell’originale.

(2) Twin Lakes. I Twin Lakes del Wisconsin sono realmente Lake Elizabeth e Lake Mary. Secondo la storia locale, devono il loro nome alle gemelle Elizabeth e Mary Ineson, nate da una famiglia di pionieri della zona, e non a due bambine bianche ritrovate nei boschi da una tribù nativa. Prine conobbe questa storia attraverso alcune ricerche svolte nella biblioteca locale, ma la trasformò liberamente. È significativo, inoltre, che esista davvero un Lake Marie poco più a sud, in Illinois, appartenente al sistema dei Chain O’Lakes: Prine raccontò di averlo frequentato da giovane con la fidanzata. La canzone sembra così sovrapporre Lake Mary, uno dei veri Twin Lakes, al Lake Marie dei ricordi personali dell’autore, fondendo storia locale, autobiografia e invenzione in un’unica geografia poetica.

(3) Le “salsicce italiane”. Non è una ridondanza. La Italian sausage è una categoria ben precisa della gastronomia popolare americana, legata all’immigrazione italiana e tipica dei barbecue del Midwest, soprattutto nell’area di Chicago (dove è una costante delle feste di quartiere e dei mercati rionali). Il dettaglio, apparentemente banale, fa parte della tecnica di Prine: il particolare quotidiano, umile e un po’ comico accostato al momento sentimentale.

(4) La balbuzie dello sfrigolio. Nell’originale l’onomatopea balbettata (s-s-sizzlin’) si unisce a una sgrammaticatura voluta (they was al posto di they were), che rafforza il carattere orale e colloquiale della voce narrante. La traduzione conserva l’effetto fonico con “s-s-sfrigolavano”, ma non può riprodurre l’errore morfologico senza risultare artificiosa.

(5) “Quale delle due cose venisse prima”. Nel viaggio in Canada, salvare il matrimonio e prendere qualche pesce sono messi sullo stesso piano, con un’ironia amara. La formula whatever came first tratta i due possibili esiti come eventi quasi equivalenti e casuali: da una parte il tentativo di tenere insieme un matrimonio, dall’altra una semplice battuta di pesca. È proprio la sproporzione tra le due cose a produrre l’umorismo di Prine e, insieme, a rivelare quanto precaria sia ormai la relazione.

(6) “Louie Louie”. È il brano di Richard Berry del 1957, divenuto celebre nella versione dei Kingsmen del 1963. Quella registrazione è nota per il testo quasi incomprensibile, che provocò perfino un’indagine dell’FBI per presunte oscenità, senza che gli investigatori riuscissero a stabilire con certezza che cosa Jack Ely stesse cantando. La moglie che si addormenta canticchiandolo è un’immagine di tenerezza domestica e insieme di banalità pop. La frase successiva, “Aah baby, we gotta go now”, prolunga direttamente il richiamo: nel ritornello dei Kingsmen ricorrono infatti “oh baby” e “me gotta go”, mentre verso la fine dell’incisione compare anche “me gotta go now”. Prine non cita dunque alla lettera un’unica battuta, ma ricompone il linguaggio stesso di Louie Louie. Il richiamo è particolarmente efficace perché il brano di Berry racconta a sua volta di un uomo che deve partire e attraversare il mare per raggiungere la donna amata: nella canzone di Prine, invece, il “dobbiamo andare” accompagna una coppia che sembra ormai avviata nella direzione opposta, verso la separazione.

(7) Strozzini e sbirri. Prine gioca sui sostantivi trasformandoli o riattivandoli come verbi (sharking, narcing), in una sequenza rimata con cadenza da filastrocca (barking / parking / sharking / narcing). La traduzione cerca un equivalente con “strozzineggiavano” e “sbirreggiavano”, prolungando la catena sonora di “abbaiavano / parcheggiavano”. Il termine inglese per gli agenti antidroga (narcs, da narcotics agents) è a sua volta slang, per cui “sbirri” ne conserva il registro, anche se perde la specificazione dell’antidroga. L’elenco carnevalesco di presenze, “praticamente c’erano tutti”, precede di un soffio la scoperta dei corpi: il comico scivola nell’orrore senza transizione.

(8) “Anzi, corpi nudi!”. Il nay dell’originale è volutamente teatrale e quasi arcaizzante: il narratore prima annuncia due corpi e subito rincara, come un cronista compiaciuto dell’effetto, precisando che sono naked bodies. La vicinanza fonica fra nay e naked accentua la brusca correzione.

(9) Il sangue in bianco e nero. Sono tra i versi più citati del brano. Il narratore osserva la tragedia filtrata da un telegiornale in bianco e nero, dove il sangue diventa ombra. La violenza è insieme reale e irreale, e questo anticipa la chiusa: l’amore della coppia viene “sbattuto” contro le sponde del lago. Non sembra invece esserci dietro la scena un singolo fatto di cronaca identificabile. Prine spiegò di aver pensato ai delitti irrisolti che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, cominciavano a essere raccontati dai notiziari nei sobborghi di Chicago, luoghi che fino ad allora gli erano sembrati sicuri. Disse esplicitamente di non averne scelto “uno in particolare”: condensò piuttosto quel ricordo collettivo nella forma di un servizio televisivo immaginario. La terza strofa è dunque una brusca deviazione: una sorta di incursione dell’orrore suburbano nel paesaggio della memoria. Le tre storie della canzone, la leggenda dei laghi, il matrimonio e la cronaca nera, si toccano senza saldarsi mai in una trama unica; è il ritornello sulle “acque tranquille” a tenerle insieme, assumendo ogni volta un significato diverso, fino a trasformare la pace iniziale in qualcosa di ambiguo e inquietante.


Significato e citazioni.

Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.

“Lake Marie” è una delle canzoni più enigmatiche di Prine, perché non racconta una storia sola: ne accosta tre e lascia all’ascoltatore il compito di collegarle. Lo stesso Prine spiegò di aver voluto raccontare «tre storie diverse» e tenerle insieme attraverso i due laghi: non una trama lineare, dunque, ma tre nuclei narrativi che finiscono per risuonare l’uno nell’altro.

Tre storie intorno allo stesso luogo. La prima è una leggenda di fondazione, con le due bambine bianche che danno il nome ai laghi. La seconda è la parabola di un amore, da un ricordo giovanile presso il lago alla crisi del matrimonio. La terza è una scena di cronaca nera, costruita come un servizio visto al telegiornale. Il filo che le unisce è la geografia dei laghi, reale e insieme reinventata dalla memoria: Lake Marie diventa il punto verso cui tutto finisce per convergere, dalla nascita di un mito alla morte di un amore e all’irruzione improvvisa della violenza. Il lago resta “tranquillo”, indifferente, mentre intorno si consuma la vita umana con la sua tenerezza, il suo ridicolo e la sua violenza.

Il motivo del doppio. Tutto nella canzone va a coppie: due bambine, due laghi, un uomo e una donna, due corpi. Non credo sia un caso. La struttura invita a leggere i due cadaveri sfigurati, sul piano simbolico, come una sorta di immagine speculare della coppia del narratore. Non nel senso letterale che siano loro, ma come se la fine violenta di quegli sconosciuti desse forma concreta a ciò che è successo al loro amore. La chiusa avvicina esplicitamente le due immagini: quell’amore viene “sbattuto” contro le sponde di Lake Marie subito dopo il racconto dei corpi, senza però affermare che questi siano stati ritrovati nello stesso lago. E c’è un’altra corrispondenza sottile: il nome della bambina “più piccola e fragile” passa al lago più piccolo e nascosto, che diventerà proprio il luogo simbolico dell’amore ferito e della morte.

Memoria e frammenti. Il narratore ricorda come si ricorda davvero, per dettagli laterali e apparentemente insignificanti: il vento nei capelli, le salsicce sulla griglia, “Louie Louie” canticchiata nel sonno. Sono ricordi precisissimi su cose marginali, mentre le cose importanti, come la fine del matrimonio, restano fuori campo. È il modo in cui funziona la nostalgia, e Prine lo rende benissimo. Anche il tempo procede così: “molti anni fa”, poi “molti anni dopo”, poi ancora “molti anni dopo”. Non c’è una vera continuità narrativa, ma una serie di salti, come se il passato riaffiorasse per associazioni anziché secondo una cronologia. Le salsicce che sfrigolano possono così occupare nella memoria lo stesso spazio della crisi di un matrimonio, proprio perché il ricordo non stabilisce gerarchie fra ciò che era essenziale e ciò che sembrava irrilevante.

Comico e tragico senza confine. La strofa del parcheggio passa dal carnevalesco all’orrore nello spazio di un verso. Questa mescolanza è il marchio di fabbrica di Prine: la vita non separa i registri, e il grottesco convive con il lutto. Anche il sangue che in bianco e nero diventa ombra dice qualcosa di preciso: la tragedia vista attraverso i media è insieme vicinissima e irreale, un’astrazione spettrale che finisce per somigliare ai fantasmi della memoria privata. E proprio per questo il passaggio dall’omicidio all’amore non ha bisogno di essere spiegato: basta la parola “shadows“, ombre, perché la cronaca esterna possa trasformarsi quasi impercettibilmente in qualcosa di intimo. I corpi appartengono a sconosciuti, ma l’immagine della distruzione viene immediatamente assorbita dal narratore e trasferita sulla propria storia sentimentale.

La forma come significato. Le strofe sono quasi parlate, nella forma della recitation narrativa cara a Prine e riconducibile alla tradizione di Hank Williams/Luke the Drifter, mentre il ritornello è cantato e ripetuto come un mantra. È come se ci fossero due livelli. La prosa disordinata della vita, fatta di aneddoti, divagazioni e fatti di cronaca, si alterna alla ritualità del canto, che torna sempre allo stesso punto: noi due, lì, davanti alle acque. Prine costruisce quindi formalmente ciò che la canzone racconta: le storie cambiano, gli anni passano, i personaggi appaiono e scompaiono, ma il ritornello riporta ogni volta tutto nello stesso luogo. Nel finale le ripetizioni si moltiplicano e la storia si dissolve nel rito. Resta solo quell’immagine, fissata nel tempo come una fotografia, e l’invito ad andarsene.

Più che dell’impossibilità di tenere insieme i pezzi di una vita, direi allora che la canzone parla del misterioso modo in cui la memoria li tiene insieme. Le storie si toccano senza spiegarsi a vicenda, non perché debbano necessariamente comporre un’unica vicenda, ma perché nella memoria una leggenda ascoltata, una ragazza davanti a un lago, quattro salsicce sulla griglia, un matrimonio che si sfalda e due corpi intravisti al telegiornale possono finire per appartenere allo stesso paesaggio interiore. E l’unica cosa che le tiene unite è un luogo, il passare del tempo e il ricordo di esserci stati, in due.

(Ernesto Di Nisio, 27 settembre 2026)


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