Fabbricando case (Rino Gaetano): significato, analisi e testo.

“Fabbricando case“, inclusa nell’album Nuntereggae più (1978), è una delle satire più taglienti di Rino Gaetano. Su una melodia leggera e quasi da filastrocca, il cantautore traccia il ritratto del costruttore arricchito degli anni della speculazione edilizia, il classico “palazzinaro” che giustifica ogni colata di cemento in nome del futuro dei propri figli. È un mondo di subappalti, corruzione e bustarelle, dove il cemento si intreccia con il potere e ospedali, scuole e case popolari diventano occasioni di profitto più che di servizio.

Dietro l’euforia dell’arricchimento affiora però per un istante il “vuoto dentro il cuore”. Poi arriva la confessione, qualche donazione benefica e un’offerta per le sciagure nazionali: basta questo per ripulirsi la coscienza e guadagnarsi un aldilà e una santità a buon mercato. Con l’ironia che lo contraddistingue, Rino smaschera l’intreccio tra affarismo, corruzione e religiosità di facciata dell’Italia di quegli anni, mostrando soprattutto la capacità del corrotto di trasformare il denaro sporco in rispettabilità e autoassoluzione. Un quadro che non ha perso attualità.


Testo.

“Fabbricando case, ospedali, casermoni e monasteri
Fabbricando case ci si sente più veloci e più leggeri
Fabbricando scuole dai un tuo contributo personale all’istruzione
Fabbricando scuole, subappalti e corruzione, bustarelle da un milione
Fabbricando case popolari biservizi secondo il piano regolatore
Fabbricando case ci si sente vuoti dentro il cuore
Ci si sente vuoti dentro il cuore
Ma dopo vai dal confessore e ti fai esorcizzare
Spendi per opere assistenziali
E per sciagure nazionali e ti guadagni l’aldilà
E puoi morire in odore di santità

Fabbricando case

Fabbricando case, ospedali, casermoni e monasteri
Fabbricando case ci si sente più veloci e più leggeri
Fabbricando case assicuri un avvenire ai tuoi figli con amore
Fabbricando case col sorriso e col buonumore
Col sorriso e col buonumore
Ma dopo vai dal confessore e ti fai esorcizzare
Spendi per opere assistenziali
Per sciagure nazionali e ti guadagni l’aldilà
E puoi morire in odore di santità

Fabbricando case”.



Scheda brano.

Rino Gaetano, Fabbricando case – 4:05
(Rino Gaetano)
Album: Nuntereggae più (1978)

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Credits.

Seconda voce: Francesco De Gregori
Arrangiatore di performance: Ruggero Cini


Significato e citazioni.

Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.

“Fabbricando case” è una delle satire più feroci di Rino Gaetano. Uscì nel 1978 nell’album Nuntereggae più. Sotto la cantilena allegra e ripetitiva c’è un ritratto del costruttore italiano nell’Italia cresciuta attraverso il boom economico e ormai segnata da decenni di espansione urbana e speculazione edilizia: il cosiddetto “palazzinaro”, figura particolarmente legata nell’immaginario alla Roma del dopoguerra, ma qui elevata a tipo più generale, e con lui il sistema di interessi, corruzione e complicità che lo rende possibile.

Il bersaglio: speculazione e corruzione negli appalti

L’elenco iniziale mette sullo stesso piano case, ospedali, casermoni e monasteri, e già questo è ironico. Per chi costruisce ogni opera vale l’altra: conta il volume, non la funzione. I “casermoni” sono i grandi blocchi di edilizia popolare o intensiva che in quegli anni cingevano Roma e le altre città. Nella strofa sulle scuole la retorica cambia di colpo. Il “contributo personale all’istruzione” diventa subito subappalti, corruzione e tangenti: la retorica dell’opera pubblica e del bene collettivo si rovescia nel meccanismo privato dell’affare e della bustarella. Non è dunque il costruire in sé a essere il bersaglio, ma ciò che può crescere intorno agli appalti e al cemento: l’intreccio fra denaro, interesse privato e potere.

Il riferimento alle case popolari “biservizi” e al piano regolatore imita il gergo burocratico, e l’effetto è sarcastico. Tutto appare regolare sulla carta, ma proprio quel linguaggio di norme e pianificazione convive nella canzone con subappalti e corruzione. Il richiamo al “piano regolatore” porta quasi inevitabilmente alla memoria l’immaginario della speculazione edilizia già fissato, quindici anni prima, da Francesco Rosi in Le mani sulla città: non necessariamente un riferimento diretto di Gaetano, ma un significativo precedente culturale della stessa Italia del cemento e degli affari.

Il senso di leggerezza e il vuoto.

Fabbricando si diventa “più veloci e più leggeri”: è l’euforia del denaro facile, ma anche una leggerezza morale, l’assenza del peso della responsabilità. Poco dopo arriva il contrappunto: “ci si sente vuoti dentro il cuore”. È l’unico momento in cui la canzone lascia intravedere il rimorso o almeno la percezione del proprio vuoto, che però viene subito anestetizzata attraverso un rituale di assoluzione.

L’ipocrisia religiosa e la santità comprata.

Il ritornello è il cuore della satira. Dopo aver peccato, basta confessarsi, farsi “esorcizzare”, donare a opere assistenziali e alle raccolte per le sciagure nazionali. Così ci si compra l’aldilà e si muore “in odore di santità”. È una critica non tanto alla religione in sé quanto all’uso opportunistico della religiosità e della beneficenza come strumenti di autoassoluzione: la carità lava la coscienza, in una sorta di grottesca indulgenza moderna.

C’è anche un’ironia amara nelle “sciagure nazionali”. Per un ascoltatore italiano del 1978 l’espressione poteva facilmente richiamare, fra le altre tragedie recenti, i terremoti del Belice del 1968 e del Friuli del 1976. Non occorre però supporre che Gaetano alludesse specificamente a essi. Più importante è il paradosso: chi accumula denaro attraverso il cemento può poi presentarsi come benefattore finanziando pubblicamente le vittime delle grandi calamità. È un altro modo in cui il denaro cambia segno senza che cambi davvero chi lo possiede: prima profitto, poi carità, infine rispettabilità.

La seconda strofa: l’alibi familiare.

Nella ripetizione compare la giustificazione più classica: costruire per assicurare un futuro ai figli, “con amore”, con il sorriso e il buonumore. È l’alibi familistico che trasforma l’arricchimento in dovere paterno e gli conferisce una rispettabilità privata. Il tono bonario rende ancora più stridente il ritorno immediato del confessore e dell’autoassoluzione. Il protagonista non si considera un predatore: può continuare a vedersi come un buon padre, un benefattore e persino un buon cristiano. È proprio questa capacità di conciliare comportamenti incompatibili a rendere la satira particolarmente feroce.

La forma.

Come in “Nuntereggae più“, Gaetano usa l’accumulo, la ripetizione ossessiva e una musica quasi da filastrocca. La leggerezza musicale non attenua la denuncia: al contrario, la rende più penetrante perché evita il tono moralistico. L’ascoltatore distratto canticchia, quello attento riconosce dietro la cantilena un intero meccanismo sociale. A rendere ancora più beffardo l’insieme contribuisce il controcanto di Francesco De Gregori, ospite nell’incisione.

In sintesi, la canzone denuncia l’intreccio tra speculazione edilizia, corruzione pubblica e buona coscienza religiosa. Racconta un’Italia in cui si può passare senza apparente contraddizione dalla bustarella alla beneficenza, dall’affare privato all’opera assistenziale, dal vuoto di coscienza all'”odore di santità”. Ed è forse proprio qui la stoccata più profonda di Gaetano: non soltanto nella corruzione, ma nella straordinaria capacità di chi la pratica di costruirsi, insieme alle case, anche un’immagine rispettabile di sé.

(Ernesto Di Nisio, 27 settembre 2026)


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