Another Brick In The Wall, Part Two (Pink Floyd): significato, analisi e traduzione.
Tra le voci più riconoscibili del rock ci sono quelle di un coro di ragazzini londinesi che si ribellano ai propri insegnanti. Another Brick in the Wall, Part 2 uscì come singolo poco prima di The Wall (30 novembre 1979), il concept album in cui Roger Waters trasformò in racconto la propria crescente alienazione. Nel 1977, esasperato dal pubblico degli stadi, era arrivato a sputare su un fan: quell’episodio segnò il punto di rottura e diede forma concreta all’immagine di un muro tra sé e il pubblico, destinato poi a diventare quello tra Pink e il mondo.
Il protagonista lo costruisce un mattone alla volta, mentre le tre parti di Another Brick in the Wall ne segnano altrettanti passaggi decisivi. Nel primo il mattone è l’assenza del padre, come quello di Waters, caduto sul fronte di Anzio nel 1944. In questo secondo movimento è la scuola che lo ha umiliato, con la sua disciplina autoritaria e il suo disprezzo per l’individualità, prima che il terzo sancisca la chiusura di Pink dietro il muro e il rifiuto degli affetti e dei legami con gli altri.
Con il groove disco voluto dal produttore Bob Ezrin e le voci degli alunni della Islington Green School, il brano raggiunse il numero uno sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti, diventando l’unico singolo dei Pink Floyd a conquistare la vetta della classifica britannica. Presto superò il contesto personale da cui era nato. Nel 1980 gli studenti sudafricani che boicottavano il sistema educativo segregato dell’apartheid ne adottarono il ritornello come canto di protesta, e le autorità sudafricane misero al bando sia il singolo sia The Wall.
Testo.
“We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teacher, leave them kids alone
Hey! Teacher! Leave them kids alone!
All in all, it’s just another brick in the wall
All in all, you’re just another brick in the wall
We don’t need no education
Wе don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers, lеave them kids alone
Hey! Teacher! Leave us kids alone!
All in all, you’re just another brick in the wall
All in all, you’re just another brick in the wall
Wrong, do it again!
Wrong, do it again!
If you don’t eat your meat, you can’t have any pudding!
(Wrong, do it again!)
How can you have any pudding if you don’t eat your meat?
(Wrong, do it again!)
You! Yes! You behind the bike sheds! Stand still, laddie!
(If you don’t eat your meat, you can’t have any pudding!
How can you have any pudding if you don’t eat your meat?)
(You! Yes! You behind the bike sheds! Stand still, laddie!)”.
Traduzione.
Un altro mattone nel muro, parte due
“Non abbiamo bisogno di istruzione,
non ci serve nessun controllo del pensiero,
niente sarcasmo crudele in classe.
Professore, lascia in pace quei ragazzi.
Ehi! Professore! Lascia in pace quei ragazzi!
In fondo, è solo un altro mattone nel muro,
in fondo, sei solo un altro mattone nel muro.
Non abbiamo bisogno di istruzione,
non ci serve nessun controllo del pensiero,
niente sarcasmo crudele in classe.
Professori, lasciate in pace quei ragazzi.
Ehi! Professore! Lascia in pace noi ragazzi!
In fondo, sei solo un altro mattone nel muro,
in fondo, sei solo un altro mattone nel muro.
Non va bene, rifallo!
Non va bene, rifallo!
Se non mangi la carne, non puoi avere il dolce!
(Non va bene, rifallo!)
Come puoi avere il dolce se non mangi la carne?
(Non va bene, rifallo!)
Tu! Sì, proprio tu, dietro la rimessa delle biciclette! Fermo lì, giovanotto!
(Se non mangi la carne, non puoi avere il dolce!
Come puoi mangiare il dolce se non mangi la carne?)
(Tu! Sì, proprio tu, dietro la rimessa delle biciclette! Fermo lì, giovanotto!)”.
(Traduzione a cura di Ernesto Di Nisio)
Scheda brano.
Pink Floyd, Another Brick In The Wall, Part Two – 3:58
(Roger Waters)
Album: The Wall (1979)
Singolo: “Another Brick in the Wall, Part 2 / One of My Turns” (1979)
Per altri testi, traduzioni e commenti, guarda la discografia completa dei Pink Floyd.
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Significato e citazioni.
Ernesto Di Nisio – InfinitiTesti.
La genesi: lo sputo di Montréal.
Another Brick in the Wall, Part 2 è uno dei fulcri narrativi e il vertice commerciale di The Wall (1979). Il concept album affonda una delle sue origini decisive in una frattura concreta tra Roger Waters e il pubblico. Durante l’ultimo concerto dell’In the Flesh Tour, la tournée legata ad Animals, il 6 luglio 1977 allo Stadio Olimpico di Montréal, l’esasperazione di Waters verso una parte della platea, rumorosa e poco interessata a ciò che accadeva sul palco, culminò in un gesto estremo: sputare verso un giovane spettatore che cercava di avvicinarsi al palco. Waters sarebbe tornato più volte su quell’episodio, riconoscendovi il segno di quanto profondamente si fosse ormai alienato dal proprio pubblico.
L’idea del muro, tuttavia, non nacque dal nulla in quell’istante. Il disagio verso il gigantismo dei concerti negli stadi e la perdita del rapporto diretto tra musicisti e spettatori era maturato da tempo; Bob Ezrin ha ricordato che Waters gli parlò della possibilità di costruire fisicamente un muro tra la band e il pubblico già durante l’Animals Tour. Montréal fu dunque soprattutto il punto di rottura, l’episodio che trasformò un’alienazione crescente in una potente immagine teatrale e narrativa.
Quando il progetto prese forma, Ezrin contribuì in maniera decisiva a ordinare e sviluppare il materiale di Waters, trasformando quella intuizione in una narrazione più coerente. Il muro nasce dunque da uno strappo relazionale concreto, prima ancora di codificarsi in metafora universale: la barriera che separa l’artista dal pubblico diventerà la barriera che l’individuo costruisce, mattone dopo mattone, per difendersi dal dolore e finisce invece per imprigionarlo.
Pink e i mattoni del muro.
Da quell’urto psicologico prende corpo Pink, alter ego narrativo largamente autobiografico di Waters, sul quale si proiettano però anche echi della vicenda di Syd Barrett e della figura della rockstar consumata dall’isolamento. Il muro viene innalzato per addizione di traumi. Nella Parte 1 il primo mattone è l’assenza del padre Eric Fletcher Waters, ucciso il 18 febbraio 1944 durante i combattimenti seguiti allo sbarco di Anzio, nelle campagne di Aprilia, quando Roger aveva appena cinque mesi: non un abbandono volontario, dunque, ma un’assenza originaria destinata a segnare profondamente l’immaginario dell’autore.
Nella Parte 2 il cemento dell’isolamento si consolida attorno alla scuola, dove insegnanti autoritari umiliano gli allievi e reprimono ciò che devia dalla norma; il contrappunto della madre iperprotettiva e soffocante troverà spazio subito dopo, in Mother. Nella Parte 3, ormai barricato dietro la propria difesa emotiva, Pink respingerà affetti e legami come altrettante minacce, trasformandoli in nuovi mattoni. Ma la chiusura non è irreversibile: l’intero percorso di The Wall condurrà infine a The Trial e all’ordine di abbattere quella barriera.
Il bersaglio: la scuola che umilia.
La Parte 2 non è un trattato sociologico astratto, ma un atto d’accusa sanguigno contro un modello educativo autoritario e umiliante che Waters associava soprattutto alla propria esperienza nella Cambridgeshire High School for Boys, la grammar school frequentata negli anni Cinquanta. In un’intervista del 1982 ricordò di aver avuto, al contrario, un’esperienza positiva nella scuola primaria e di aver detestato specificamente la grammar school; parlando in seguito della canzone, arrivò a definirsi decisamente favorevole all’educazione, precisando che il bersaglio era una forma di insegnamento fondata sul controllo e sull’autorità esercitata male.
È dunque importante non leggere letteralmente “We don’t need no education” come un rifiuto della conoscenza o dello studio. Il vero bersaglio emerge già dal verso successivo: thought control. Ciò che viene respinto è un’educazione che pretende obbedienza invece di sviluppare il pensiero, che usa il sarcasmo per mortificare e l’autorità per uniformare.
L’architettura stessa dell’album chiarisce ulteriormente il senso. The Happiest Days of Our Lives, immediatamente precedente, introduce la figura dell’insegnante e racconta maestri che riversano sugli allievi le proprie frustrazioni, mentre il suo finale confluisce senza soluzione di continuità in Another Brick in the Wall, Part 2. La violenza educativa viene così rappresentata come un meccanismo di trasmissione della frustrazione: chi è umiliato altrove cerca qualcuno più debole sul quale esercitare a propria volta il potere.
Tra testo e interpretazione.
Il testo alterna tratti vernacolari e sottili cambi di prospettiva. La doppia negazione (“We don’t need no education“) appartiene deliberatamente a un inglese popolare e non standard. Produce anche un’ironia particolarmente adatta al contesto: la ribellione contro la scuola viene pronunciata attraverso una costruzione che proprio la grammatica scolastica correggerebbe. È una suggestione efficace, purché non la si trasformi necessariamente nell’intenzione esplicita dell’autore.
Il passaggio repentino da it’s a you’re nel cuore del ritornello introduce uno scarto significativo: prima è qualcosa (l’esperienza appena descritta, l’umiliazione, il trauma scolastico) a diventare “un altro mattone nel muro”; subito dopo lo you porta in primo piano chi esercita quell’autorità, identificabile nel contesto con l’insegnante, anch’egli trasformato in elemento della barriera che Pink sta costruendo.
Il finale parlato suggella la dinamica del potere con cinico realismo. La formula “If you don’t eat your meat, you can’t have any pudding” riproduce una comunissima imposizione domestica britannica (dove pudding vale genericamente “dessert“) ma la ripetizione ossessiva e il tono urlato la trasformano nell’ennesima manifestazione di un’autorità che esige obbedienza. Anche “You! Yes! You behind the bike sheds! Stand still, laddie!” riporta bruscamente il brano dentro la quotidianità scolastica: non una teoria astratta sull’oppressione, ma la voce concreta di un adulto che individua, richiama e immobilizza il ragazzo.
La musica: un groove disco per un testo cupo.
L’efficacia corrosiva del brano scaturisce dal contrasto tra liriche claustrofobiche e andamento ritmico. Su intuizione di Bob Ezrin (reduce da una sessione newyorkese durante la quale aveva ascoltato nello studio accanto Nile Rodgers e Bernard Edwards degli Chic) la band innestò nel brano un insistente ritmo disco in quattro quarti. Gilmour ricordò che Ezrin lo spinse addirittura a frequentare alcuni club per capire quel linguaggio musicale; il chitarrista, tutt’altro che conquistato dalla disco music, ne assimilò comunque alcuni elementi nel caratteristico accompagnamento sincopato e percussivo della canzone.
Il contrasto è dirompente: una musica costruita per far muovere il corpo accompagna un testo sulla repressione e sul controllo, mentre il coro infantile restituisce direttamente ai bambini le parole della protesta.
Anche l’assolo conclusivo di Gilmour contribuisce alla singolarità del brano. Fu eseguito con una Gibson Les Paul Goldtop del 1955 dotata di pickup P-90. La chitarra venne inizialmente registrata direttamente nel banco, con una forte compressione; il segnale fu poi reamplificato e combinato con quello diretto nel mix, ottenendo quel timbro insieme rotondo, presente e leggermente abrasivo che distingue l’assolo. Dopo la rigidità quasi meccanica del groove e del coro, la chitarra introduce così uno spazio più libero e individuale: non necessariamente un “grido d’allarme” in senso programmatico, ma certamente una voce strumentale che rompe l’uniformità precedente.
Il coro della Islington Green School.
La genesi del coro infantile racchiude un capitolo a sé. Fu Bob Ezrin a volere voci di bambini per ampliare un brano che nella demo di Waters era assai più breve; l’ingegnere del suono Nick Griffiths si rivolse allora alla vicina Islington Green School, dove l’insegnante di musica Alun Renshaw organizzò la registrazione. Le ricostruzioni più diffuse parlano di 23 studenti, anche se testimonianze successive non concordano perfettamente sul numero esatto. Le voci furono registrate e sovraincise in modo da far sembrare il coro molto più numeroso.
Renshaw procedette senza una formale autorizzazione preventiva della direzione e senza sottoporre in anticipo alla preside il testo completo, temendo evidentemente che un ritornello come “We don’t need no education” potesse bloccare l’iniziativa. Dopo il successo del disco, l’autorità scolastica londinese giudicò il testo scandaloso e agli studenti fu impedito di partecipare al video promozionale. La scuola ricevette in seguito 1.000 sterline, destinate ad attrezzature musicali, mentre ai ragazzi non furono inizialmente riconosciute royalties individuali.
Nel 2004 l’agente specializzato Peter Rowan iniziò a rintracciare gli ex alunni e ad avanzare richieste per i compensi spettanti loro in quanto interpreti della registrazione, resi possibili dal mutato quadro dei diritti connessi. Non si trattava quindi di ottenere retroattivamente una percentuale sulle vendite originarie del disco, ma di rivendicare somme maturate attraverso l’utilizzo e la diffusione della registrazione.
La vicenda conserva una singolare ironia: le voci destinate a denunciare la cancellazione dell’individualità erano state registrate collettivamente da ragazzi rimasti per anni quasi del tutto anonimi nella storia ufficiale del brano.
Successo, censura e risonanza politica.
Pubblicato come singolo alla fine del 1979, Another Brick in the Wall, Part 2 divenne un successo eccezionale per un gruppo che fino ad allora aveva costruito la propria fama soprattutto sugli album. Nel Regno Unito raggiunse il primo posto il 9 dicembre 1979 e vi rimase per cinque settimane consecutive, conquistando anche il Christmas Number One.
L’accoglienza del mondo scolastico fu tempestosa: l’Inner London Education Authority bollò il testo come “scandaloso”, contribuendo al grande equivoco che avrebbe accompagnato la canzone per decenni: l’identificazione della critica a una scuola autoritaria con un attacco all’istruzione in quanto tale.
La risonanza politica più clamorosa si produsse tuttavia in Sudafrica. Il 19 aprile 1980 studenti delle comunità africane, coloured e indiane del Western Cape avviarono un vasto boicottaggio delle lezioni contro le disuguaglianze, la segregazione e le pessime condizioni del sistema educativo dell’apartheid. La protesta si estese rapidamente e coinvolse decine di migliaia di giovani. In quel contesto il ritornello dei Pink Floyd divenne uno slogan spontaneo: Another Brick in the Wall veniva cantata durante le manifestazioni e nei cortei.
All’inizio di maggio il Publications Control Board mise al bando in Sudafrica sia il singolo sia il doppio album The Wall. Una fonte sudafricana dell’epoca spiegava esplicitamente che i versi della canzone erano stati scanditi dagli studenti coloured impegnati nel boicottaggio.
La canzone si spogliava così del proprio involucro autobiografico per acquisire una vita politica che Waters non aveva programmato: parole nate dal ricordo della scuola britannica degli anni Cinquanta diventavano, in un contesto completamente diverso, il linguaggio di ragazzi che contestavano un sistema educativo realmente segregato e istituzionalmente discriminatorio.
Il film e il compimento del cerchio.
Nel lungometraggio del 1982 diretto da Alan Parker, con il fondamentale contributo visivo di Gerald Scarfe, la metafora diventa letterale. Gli alunni, privati dei lineamenti da identiche maschere, procedono disciplinatamente lungo una catena di montaggio scolastica e precipitano in un gigantesco tritacarne: l’educazione ridotta a processo industriale, capace di ricevere individui e restituire prodotti indistinguibili. Durante l’assolo di Gilmour, la fantasia si capovolge e i ragazzi si ribellano, devastando e incendiando la scuola. Parker stesso descrisse quella sequenza come la trasformazione dei bambini in “automi regimentati”, privati della personalità mentre vengono processati dalla catena produttiva di un sistema educativo incapace di vedere il singolo individuo.
La grandezza di Another Brick in the Wall, Part 2 risiede proprio nel non esaurirsi nella distruzione fine a se stessa. Non incita all’abbandono dello studio, ma mette sotto accusa il momento in cui educare smette di significare formare persone e comincia a significare produrre conformità. Il muro non è costruito soltanto dalla violenza manifesta: ogni umiliazione, ogni imposizione arbitraria, ogni negazione dell’individualità può diventare un altro mattone.
Quasi quarant’anni dopo lo sputo, tornando a Montréal nel 2016 per presentare il progetto operistico tratto da The Wall, Waters ricondusse esplicitamente l’intera opera a quel percorso. Ricordò di aver capito, dopo l’episodio del 1977, di trovarsi “nel posto sbagliato, al momento sbagliato, a fare la cosa sbagliata” e descrisse The Wall come un viaggio che parte dallo sputare in faccia a un’altra persona e conduce verso una condizione nella quale l’amore e la responsabilità verso gli altri diventano più importanti dell’egoismo e dell’isolamento.
È forse qui che il simbolo trova il proprio compimento: il muro nasce come difesa dal contatto con gli altri, ma la storia finisce per mostrare che la protezione assoluta coincide con la prigionia. Comprendere perché lo abbiamo costruito è il primo passo necessario per poterlo finalmente abbattere.
(Ernesto Di Nisio, 30 settembre 2026)
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